25/04/2026
La vera storia del “SAN MARCO”
Tratto da:
“Storia della guerra civile in italia '43/'45” (vol. II)
di Bellini Fulvio, Pisanò Paolo – Edizioni F.P.E. - MI 1966
Il fenomeno partigiano delle Marche, fatta eccezione per la provincia di Ascoli Piceno, dove gli sporadici episodi di guerriglia antitedesca furono determinati quasi esclusivamente da motivi di autodifesa locale senza sottofondi politici, si sviluppò, a somiglianza di quanto stava accadendo nelle regioni settentrionali, soprattutto in seguito ad un'azione diretta dal PCI, che già prima dell'8 settembre era riuscito a costituire dei piccoli nuclei di militanti sia nei capoluoghi di Pesaro, Ancona e Ascoli Piceno, sia nei centri minori come Chiaravalle, Matelica, Tolentino, Porto San Giorgio, Fermo, San Severino e Falconara.
Cominciamo con la storia della banda di Colle San Marco (Ascoli Piceno).
Durante i quarantacinque giorni badogliani non accadde nulla di notevole. Emersero, in campo antifascista, Pietro Perini, comunista; Ettore Loreti, anarchico; Antonio Lusi ed Eugenio Camilli, socialisti; l'avvocato Emidio Cesari, azionista e l'avvocato Renato Tozzi Condivi, democristiano. Anche l'8 settembre, per quanto il clima della città si fosse fatto immediatamente teso, non si verificò nulla di particolare poiché i tedeschi non si fecero vivi e, in un primo momento, i militari di stanza nel capoluogo non si sbandarono.
In quell'epoca vi erano in Ascoli, oltre alle forze di presidio, circa 3.000 uomini appartenenti al 49° Reggimento fanteria, che era accantonato nella caserma “Umberto”, e ad un battaglione avieri di stanza alle “Casermette”, sulla strada per Teramo. Trascorsero così un paio di giorni pieni di confusione e d'incertezza: mentre i fascisti del posto si riorganizzavano, cominciarono ad arrivare in città soldati sbandati che erano sfuggiti ai rastrellamenti tedeschi nelle vicinanze. L'atmosfera cominciò a farsi drammatica.
Il 12 settembre, infine, nelle prime ore del mattino, una colonna tedesca proveniente dalla litoranea adriatica venne fatta segno di alcune fucilate in località Albero del Piccione. I colpi, esplosi da due guardie forestali, non causarono vittime ma la colonna si fermò ugualmente e, poco dopo, una camionetta si staccò dal grosso ed entrò in Ascoli. In quel momento i soldati del 49° Reggimento si trovavano nella cattedrale per assistere alla messa: i tedeschi giunsero indisturbati fino al Distretto ed esplosero alcune raffiche di mitragliatrice in aria provocando un fuggi fuggi generale.
Subito dopo i soldati germanici fermarono il capitano Eugenio Camilli e lo portarono via come ostaggio. La notizia dell'incidente si sparse come un lampo. La truppa venne fatta rientrare negli alloggiamenti e il colonnello Santanchè, comandante del 49° Reggimento, si asserragliò con i suoi uomini della caserma “Umberto”, temendo una nuova e più massiccia incursione tedesca. Poco dopo, infatti, i tedeschi ritornarono: si trattava però ancora di una sola camionetta munita, questa volta, di un cannoncino anticarro. Giunti davanti alla caserma i tedeschi, il cui obbiettivo, evidentemente, era quello di disarmare i soldati italiani, aprirono il fuoco contro la facciata dell'edificio. Dall'interno i nostri risposero al fuoco e, nella confusione che ne seguì, un proiettile raggiunse il colonnello Santanchè. Subito dopo l'ufficiale comandante il nucleo tedesco, certo Hoffmann, riuscì a introdursi nella caserma da un'entrata secondaria che era rimasta incustodita: si scontrò subito con un ufficiale italiano, il tenete Luciano Albanesi e lo freddò con una raffica di mitra. Proseguendo poi attraverso i locali della caserma il tedesco sbucò nel cortile dove però venne ucciso a sua volta da un soldato italiano.
Quasi nello stesso istante, con un nutrito lancio di bombe a mano, i nostri soldati appostati alle finestre della caserma centrarono in pieno la “Santa Barbara” della camionetta facendola saltare in aria con tutti i tedeschi che si trovavano a bordo. Durante la sparatoria morì una ragazza di diciotto anni, Costanza Cafini, che si trovava a passare nelle vicinanze. Lo scontro, pur essendosi risolto a favore dei nostri soldati, provocò, però, uno sbandamento generale. Il colonnello Santanchè dovette essere ricoverato in ospedale. Molti soldati si diedero alla fuga e le truppe rimaste vennero raggruppate dal maggiore Priori ai pedi del Colle San marco, che sorge alla immediata periferia della città. Verso mezzogiorno i tedeschi si mostrarono nuovamente, ma questa volta più numerosi.
Il primo scontro avvenne davanti al distretto e fu di breve durata, perché la resistenza venne tentata da civili che, armatisi nel frattempo, avevano creduto di poter fermare i tedeschi sparando alcuni colpi di moschetto. Restò ucciso, in quella occasione, il giovane diciassettenne Adriano Cinelli. I tedeschi raggiunsero poi il luogo dove era asserragliato il battaglione avieri: qui furono costretti ad impegnare combattimento perché la difesa era stata bene organizzata.
Gli avieri, circa 500, e i tedeschi, circa 70, combatterono fino alle quindici allorché il comando italiano si arrese. I nostri lamentavano sei caduti ed i tedeschi otto. I soldati italiani vennero quindi disarmati. Il giorno seguente il comando tedesco ordinò che si svolgessero, contemporaneamente, i funerali di tutti i caduti, italiani e tedeschi. Nessuna rappresaglia venne eseguita per la resistenza opposta dai nostri soldati alle truppe germaniche.
Nel frattempo, i nostri reparti concentrati sotto il colle San Marco si erano sbandati. Fu allora che i pochissimi rimasti, decisero, sotto la guida di un gruppo di ufficiali, di attestarsi sul colle e resistervi fino all'arrivo degli angloamericani, che tutti credevano imminente. Uno dei più accesi sostenitori di questa tesi fu il sottotenente Spartaco Perini, figlio di un noto comunista di Ascoli, che i quei giorni si trovava a casa in licenza. Il gruppo del “San Marco” cominciò quindi ad organizzarsi mentre in città i fascisti riprendevano saldamente in mano la situazione guidati da Adriano Menghi, Umberto Olori, Serafino Panichi e Mario Galanti.
Trascorsero così alcuni giorni durante i quali gli esponenti del fascio locale riuscirono ad arginare le pretese dei tedeschi, specie per quanto riguardava la requisizione di derrate alimentari che in città cominciavano a scarseggiare, e ad evitare che venissero adottate misure repressive nei confronti del gruppo del “San Marco”, di cui tutti conoscevano l'esistenza. Il volenteroso tentativo dei fascisti locali di evitare spargimenti di sangue venne purtroppo annullato dagli stessi ribelli annidati sul Colle San Marco che, verso la fine di settembre, effettuarono alcune puntate alla periferia di Ascoli sparando addosso ai soldati tedeschi e ferendone alcuni.
Fu così che il 1° ottobre 1944 il comando germanico decise di farla finita e preparò un accurato rastrellamento della zona. La mattina del 3 ottobre i tedeschi sferrarono l'attacco con circa 400 uomini. Sul colle, in quel momento, si trovavano appena 200 persone, fra i quali molti giovani datisi alla macchia perché attirati, più che altro, dall'atmosfera romantica che si era creata in quei giorni attorno al “gruppo del San Marco”. Molti di essi infatti, come lo studente Carlo Grifi, caduto durante il rastrellamento, erano figli di fascisti. Gli scontri si fecero accaniti e verso le 13 dello stesso giorno il sottotenente Spartaco Perini, considerato l'animatore ed il capo dei ribelli, si sganciò dirigendosi verso il fronte per passare le linee ed unirsi agli angloamericani. Sul colle, comunque, si continuò a combattere fino al giorno 4 ottobre, allorché la banda venne completamente dispersa. I ribelli del “San Marco” ebbero tredici caduti in combattimento: Serafino Cellini, Luigi Biondi, Andrea Biondi, Ignazio Cossù, Luigi Ferri, Pietro Marucci, Giacinto Neri, Alberto Paci, Alessandro Panichi, Francesco Paliotti, Adriano Rigantè, Emidio Rozzi e Salvatore Spataro. Un altro, Carlo Grifi, venne catturato e fucilato nel corso dell'operazione. Altri tredici, infine, catturati con le armi in pugno, vennero condannati a morte, ma fu annunciato che la sentenza non sarebbe stata eseguita se si fossero presentati i capi della banda ribelle. Ma i capi non si presentarono e, trascorsi i limiti di tempo stabiliti, i tredici vennero tutti passati per le armi. Ecco i loro nomi: Mario Carucci, Silvio Angelini, Dino Angelini, Emidio Bartolomei, Paolo Cagnetti, Nino Ciabattoni, Natale Ciampini, Marcello Federici, Narcisio Galiè, Marcello Giovannelli, Attilio Lelli, Pietro Pagliacci ed Antonio Pagliacci. Al sottotenente Spartaco Perini venne concessa in seguito la medaglia d'argento al valor militare.
Documentiamo ora la vasta azione compiuta dal PCI per giungere al totale controllo politico-militare delle Marche.
Al momento dell'armistizio, il capoluogo della regione, Ancona, era presidiato da circa 4.000 soldati al comando del generale Rodolfo Piazzi, che aveva sostituito provvisoriamente il comandante della Piazza, generale Santini, impegnato in un giro di ispezione nel Riminese. Prefetto della città era il dottor Sacchetti, che aveva dato prova, durante i 45 giorni badogliani, di eccezionale zelo antifascista facendo arrestare quasi tutti gli ex gerarchi locali. Non appena a conoscenza del proclama del Maresciallo Badoglio, e approfittando del fatto che non venivano segnalati movimenti di truppe tedesche, il generale Piazzi, il prefetto Sacchetti e il comandante dell'Arma dei Carabinieri, maggiore Vincenzo Cassone, si costruirono in “trumvirato” attribuendosi i pieni poteri.
Subito dopo il “trumvirato” intavolò trattative con l'avvocato Oddo Marinelli, capo del Partito d'Azione, e con l'anziano parlamentare socialista Alessandro Bocconi, e affidò agli esponenti antifascisti la direzione del quotidiano Corriere Adriatico.