23/09/2026
I centimetri della discordia: dall'affidabilità alla libertà delle donne: La vera storia della lunghezza delle gonne
Alla luce delle polemiche di questi giorni, proviamo a fare un po’ di chiarezza, mettendo a confronto l’odierno concetto di "decoro”, rievocato di recente dalle parole di Antonio Tajani sulla gonna lunga, come presunto canone di eleganza e misura istituzionale, con ciò che la gonna maxi ha rappresentato per il movimento femminista degli anni Settanta.
Se Tajani ha rispolverato la gonna lunga come sinonimo di sobrietà e rispetto formale, mezzo secolo fa la gonna lunga rappresentava esattamente l'opposto: un atto di aperta e visibile ribellione. E a questo proposito emblematico è l’aneddoto, raccontato da mia madre, in cui mio nonno nel 1970 la rimproverò aspramente per un vestito lungo che si era fatta cucire in occasione di una festa di carnevale, perché le ragazze “serie” non indossavano gonne lunghe.
Per le femministe degli anni '70, la scelta della gonna lunga si fondava su pilastri culturali ben precisi:
- Il rifiuto della moda borghese e dello male gaze (sguardo maschile): Dopo la rivoluzione della minigonna negli anni '60, molte donne rifiutarono i diktat dell'estetica tradizionale. La gonna lunga e fluida rappresentava un "no" secco a guaine, corsetti, tacchi a spillo e abiti sagomati per compiacere lo sguardo maschile.
- Comodità e sovranità sul proprio corpo: La gonna ampia permetteva di camminare a passo spedito, sedersi per terra nelle assemblee, muoversi senza la rigida costrizione di tubini. Abbinata a sandali bassi o piedi scalzi, era l'emblema di un corpo restituito a chi lo abitava, svincolato dal dovere di apparire.
Come ha testimoniato e insegnato per decenni Raffaella Mauceri, voce storica del femminismo siciliano, giornalista e pioniera nella lotta contro la violenza maschile, il nodo centrale della questione non e’ mai stato il modo di abbigliarsi, ma la volontà di dominio sulle scelte femminili.
Attraverso le sue battaglie editoriali e sul territorio, Raffaella ha sempre lucidamente denunciato come la società patriarcale tenti continuamente di perimetrare la donna: prima imponendole cosa sia "decoroso" indossare, e subito dopo giudicandola se sceglie di uscire da quel perimetro.
Infatti, all’ opposto della gonna lunga c'è l'altra faccia della stessa medaglia: la minigonna di chi "se l'è cercata".
"Se l'è cercata" è lo stereotipo con cui per decenni e, purtroppo, ancora oggi , si è tentato di colpevolizzare la vittima, spostando la responsabilità dell'abuso dall'aggressore a chi lo subisce. In questa narrazione distorta, pochi centimetri di stoffa in meno vengono trasformati in un'assurda prova di "provocazione" o in un presunto consenso mai esistito.
In Italia questo stigma ha attraversato la cultura popolare, i media e le aule di giustizia. Bastano i ricordi delle arringhe difensive mostrate nel celebre documentario Processo per stupro del 1979 o la famigerata "sentenza dei jeans" del 1998 per comprendere come l'abbigliamento femminile sia stato storicamente processato prima ancora del reato stesso.
Eppure basta guardare con gli occhiali rosa di Raffaella per comprendere che il filo conduttore che lega la gonna lunga osannata in nome del "decoro", la gonna lunga delle femministe degli anni '70 e la minigonna criminalizzata nei tribunali è sempre lo stesso: il tentativo di usare i vestiti delle donne come metro di giudizio morale e strumento di controllo.
Come l'eredità di Raffaella Mauceri ricorda ancora oggi, la risposta non sta nel compiacere l'ennesimo canone di turno, ma nel riaffermare una verità pura e semplice: nessun abito è un invito, nessuna lunghezza è una colpa o un indice di serietà della donna e la responsabilità di una violenza ricade sempre e soltanto su chi la commette.
E allora il vero valore di una gonna, che sia mini, midi o fino alle caviglie, non risiede nei suoi centimetri di stoffa, ma nella libertà assoluta di chi la indossa di decidere per sé.
Elena Salemi