07/09/2026
Venerdì su L'Adige - Quotidiano indipendente del Trentino Alto Adige un racconto da Kharkiv, città a 30 chilometri dal fronte.
Gli aiuti raccolti da EUcraina - materiale sanitario e per le comunicazioni, power station, due fuoristrada - sono stati consegnati. Inizia il lungo viaggio di rientro, dall’est all’ovest del paese e poi fuori, dopo ore di coda al confine. Si lascia l’ultimo dei villaggi poco lontani dal fronte, con le strade in terra battuta che collegano le casette basse abbellite da fiori rigogliosi. Arriviamo a Kharkiv: città da un milione e mezzo di abitanti (solo Kyiv ne ha di più), grandi viali, un teatro dell’opera in cemento squadrato con i manifesti degli spettacoli appesi sulla facciata, affiancato da un parco dove squadre di giardinieri in divisa curano le aiuole di fiori ordinati per colore. Un uomo ci sente parlare in italiano, ci ferma e ci regala una moneta commemorativa da 10 grivnie (vale qualche centesimo di euro) ciascuno, intona Sono un italiano di Totò Cutugno e ci lascia con un classico «Slava Ukraini», «Gloria all’Ucraina». Nel parco c’è un ponticello coperto da una trama di specchietti tondi che si muovono al vento e scintillano sotto la luce del sole: i bagliori caleidoscopici colpiscono i visi degli sposi che si fanno fotografare in abito da cerimonia per l’album di nozze. Gli animali dello zoo - è grande, famoso in tutta l’Ucraina, con tigri elefanti e leoni - se ne stanno all’ombra, o nascosti nelle loro tane artificiali. Sul tetto di un palazzo si intravedono gli ombrelloni e si intuisce una piscina. Ci sono più di 30 gradi. E la Russia è a meno di 30 chilometri. Gli allarmi aerei sono continui. L’hotel non ha un rifugio, ma secondo il ragazzo alla reception (annoiatissimo tanto dai discorsi sulla guerra quanto da quelli sulla colazione) droni e missili sì, arrivano a Kharkiv, e spesso, ma non proprio lì dove siamo noi. In ogni caso, se si volesse, ci si può rifugiare nella metro. Però dista ben sette minuti a piedi - abbiamo preso il tempo - e non è molto profonda - solo un paio di brevi rampe di scale. Per di più, per arrivarci si deve percorrere una strada larga, assolata, senza ripari: il posto perfetto per essere colpiti dai debris, uno degli spauracchi che abbondano nell’Ucraina in guerra. La parola debris significa letteralmente «detriti», e qui in Ucraina sottintende «di un drone russo fatto esplodere in cielo dalla contraerea ucraina». Pare che queste schegge abbiano fatto nel complesso più vittime dei droni stessi, che ormai per gli ucraini è facile intercettare (ne vengono abbattuti circa il 90 per cento). Alla fine decidiamo che se dovesse suonare l’allarme ci accontenteremo di stare nel bagno, senza finestre, seguendo il principio di mettere quanti più muri possibili tra l’esterno e sé stessi. Ma la prossima volta che sarete in città, ci dice Arina (dando per scontato che quando torneremo ci sarà ancora la guerra), dovrete andare nell’hotel «dove alloggiano tutti gli stranieri perché ha le camere al piano interrato: è più sicuro». Ce lo dice anche se lei, come praticamente tutti gli ucraini che abbiamo incontrato, sembra avere una
sordità selettiva verso la sirena dell’allarme: parte l’ululato, e non modifica di una virgola quel che sta facendo. Ha 19 anni, lavora per un «media» che parla di disabilità (anche dei veterani), e poi studia, partecipa alle manifestazioni per Fedorov, scrive poesie, viene a cena con noi: trova il tempo per fare mille cose «perché da giovani si hanno molte energie, è giusto usarle». Molti anelli alle mani, occhiali tondi e capelli decolorati, fuma «per la bellezza del gesto», e solo Marlboro rosse perché sono le si*****te per antonomasia. Ha l’aspetto di una ragazza di mondo. Eppure non è mai uscita dall’Ucraina. Sua madre si è arruolata nell’esercito quando lei era solo una bambina, prima della «grande guerra» - come chiamano qui l’invasione del 2022, per distinguerla dall’inizio delle ostilità risalente al 2014 -, e ancora oggi fa il soldato. E tu Arina, pensi mai ad arruolarti? Sì, ci pensa. Le piacerebbe fare l’operatrice di droni, cioè essere tra quelli che li manovrano a distanza come in un videogioco. Ma si dà ancora tempo, e come lei i suoi amici, tra i quali è comune temporeggiare fino ai 25 anni. Ma forse, quando avrete 25 anni, non ci sarà più bisogno di diventare soldati. Forse, ma non credo - risponde amara. Parte un altro allarme, l’ennesimo, ma Arina non vuole un passaggio in auto: si incammina da sola verso il suo piccolo appartamento da ragazza indipendente, incurante (pare) del buio, dei droni, delle schegge, di tante altre cose.
Roberta Bennato
Nella foto - Il volontario Paolo Zurlo davanti a un murales a Kharkiv