EUcraina

EUcraina Associazione di volontari che sostiene il popolo ucraino che resiste all’invasione ruscista. Dona ora su https://eucraina.eu/dona-ora/

EUcraina sostiene la società civile, le associazioni, gli uomini e le donne ucraine che resistono all'invasione. Esprimiamo loro il nostro sostegno nel dibattito pubblico e con iniziative concrete di solidarietà, portando in Ucraina ciò di cui hanno più di bisogno. Chiediamo il contributo di tutti, con la proposta di iniziative e con l'offerta di risorse. Contatteteci a [email protected]

A Dnipro l’ultimo atto della nostra missione ‘Resistenza Ucraina’ 2026. Abbiamo acquistato alimentari e beni di prima ne...
10/09/2026

A Dnipro l’ultimo atto della nostra missione ‘Resistenza Ucraina’ 2026. Abbiamo acquistato alimentari e beni di prima necessità che sono stati consegnati al Centro “Buongiorno Mariupol’, che sostiene le persone costrette a lasciare le proprie case, occupate dai russi o messe a rischio dal fronte che si avvicina. Dall’inizio dell’invasione, il centro ha accolto 1,5 milioni di sfollati. Attualmente, oltre 3.000 persone ricevono regolarmente assistenza presso di esso. Anziani, pensionati, famiglie appena sfollate provenienti dalla regione di Dnipropetrovsk, ma anche dalle regioni di Donetsk, Zaporizhzhia e Luhansk sono i principali beneficiari degli aiuti, che permettono loro di sopravvivere dopo essere stati privati di tutto.
Grazie alla missione di EUcraina il Centro ha ricevuto più di tre tonnellate di prodotti: olio, cereali, farina, conserve, pasta, dolciumi e prodotti di igiene.
Con essi, il Centro potrà aiutare quasi 600 famiglie a sfamarsi per tre settimane.
Ogni donazione rappresenta molto più di un semplice aiuto materiale: significa offrire sicurezza, dignità e sostegno alle vittime più deboli e meno conosciute dell’invasione; le persone che hanno perso la propria casa e sono state costrette a ricominciare la propria vita altrove in un Ucraina già senza risorse.
Grazie ai donatori (e al finanziamento della Provincia Autonoma di Trento) che hanno reso questo possibile. Grazie e tanta ammirazione a Сергій Горобцов Horobtsov, responsabile del Centro, a Ann Golubnichaya e agli altri volontari che lavorano per le vittime più deboli e meno conosciute dell’invasione.

Venerdì su L'Adige - Quotidiano indipendente del Trentino Alto Adige un racconto da Kharkiv, città a 30 chilometri dal f...
07/09/2026

Venerdì su L'Adige - Quotidiano indipendente del Trentino Alto Adige un racconto da Kharkiv, città a 30 chilometri dal fronte.

Gli aiuti raccolti da EUcraina - materiale sanitario e per le comunicazioni, power station, due fuoristrada - sono stati consegnati. Inizia il lungo viaggio di rientro, dall’est all’ovest del paese e poi fuori, dopo ore di coda al confine. Si lascia l’ultimo dei villaggi poco lontani dal fronte, con le strade in terra battuta che collegano le casette basse abbellite da fiori rigogliosi. Arriviamo a Kharkiv: città da un milione e mezzo di abitanti (solo Kyiv ne ha di più), grandi viali, un teatro dell’opera in cemento squadrato con i manifesti degli spettacoli appesi sulla facciata, affiancato da un parco dove squadre di giardinieri in divisa curano le aiuole di fiori ordinati per colore. Un uomo ci sente parlare in italiano, ci ferma e ci regala una moneta commemorativa da 10 grivnie (vale qualche centesimo di euro) ciascuno, intona Sono un italiano di Totò Cutugno e ci lascia con un classico «Slava Ukraini», «Gloria all’Ucraina». Nel parco c’è un ponticello coperto da una trama di specchietti tondi che si muovono al vento e scintillano sotto la luce del sole: i bagliori caleidoscopici colpiscono i visi degli sposi che si fanno fotografare in abito da cerimonia per l’album di nozze. Gli animali dello zoo - è grande, famoso in tutta l’Ucraina, con tigri elefanti e leoni - se ne stanno all’ombra, o nascosti nelle loro tane artificiali. Sul tetto di un palazzo si intravedono gli ombrelloni e si intuisce una piscina. Ci sono più di 30 gradi. E la Russia è a meno di 30 chilometri. Gli allarmi aerei sono continui. L’hotel non ha un rifugio, ma secondo il ragazzo alla reception (annoiatissimo tanto dai discorsi sulla guerra quanto da quelli sulla colazione) droni e missili sì, arrivano a Kharkiv, e spesso, ma non proprio lì dove siamo noi. In ogni caso, se si volesse, ci si può rifugiare nella metro. Però dista ben sette minuti a piedi - abbiamo preso il tempo - e non è molto profonda - solo un paio di brevi rampe di scale. Per di più, per arrivarci si deve percorrere una strada larga, assolata, senza ripari: il posto perfetto per essere colpiti dai debris, uno degli spauracchi che abbondano nell’Ucraina in guerra. La parola debris significa letteralmente «detriti», e qui in Ucraina sottintende «di un drone russo fatto esplodere in cielo dalla contraerea ucraina». Pare che queste schegge abbiano fatto nel complesso più vittime dei droni stessi, che ormai per gli ucraini è facile intercettare (ne vengono abbattuti circa il 90 per cento). Alla fine decidiamo che se dovesse suonare l’allarme ci accontenteremo di stare nel bagno, senza finestre, seguendo il principio di mettere quanti più muri possibili tra l’esterno e sé stessi. Ma la prossima volta che sarete in città, ci dice Arina (dando per scontato che quando torneremo ci sarà ancora la guerra), dovrete andare nell’hotel «dove alloggiano tutti gli stranieri perché ha le camere al piano interrato: è più sicuro». Ce lo dice anche se lei, come praticamente tutti gli ucraini che abbiamo incontrato, sembra avere una
sordità selettiva verso la sirena dell’allarme: parte l’ululato, e non modifica di una virgola quel che sta facendo. Ha 19 anni, lavora per un «media» che parla di disabilità (anche dei veterani), e poi studia, partecipa alle manifestazioni per Fedorov, scrive poesie, viene a cena con noi: trova il tempo per fare mille cose «perché da giovani si hanno molte energie, è giusto usarle». Molti anelli alle mani, occhiali tondi e capelli decolorati, fuma «per la bellezza del gesto», e solo Marlboro rosse perché sono le si*****te per antonomasia. Ha l’aspetto di una ragazza di mondo. Eppure non è mai uscita dall’Ucraina. Sua madre si è arruolata nell’esercito quando lei era solo una bambina, prima della «grande guerra» - come chiamano qui l’invasione del 2022, per distinguerla dall’inizio delle ostilità risalente al 2014 -, e ancora oggi fa il soldato. E tu Arina, pensi mai ad arruolarti? Sì, ci pensa. Le piacerebbe fare l’operatrice di droni, cioè essere tra quelli che li manovrano a distanza come in un videogioco. Ma si dà ancora tempo, e come lei i suoi amici, tra i quali è comune temporeggiare fino ai 25 anni. Ma forse, quando avrete 25 anni, non ci sarà più bisogno di diventare soldati. Forse, ma non credo - risponde amara. Parte un altro allarme, l’ennesimo, ma Arina non vuole un passaggio in auto: si incammina da sola verso il suo piccolo appartamento da ragazza indipendente, incurante (pare) del buio, dei droni, delle schegge, di tante altre cose.

Roberta Bennato

Nella foto - Il volontario Paolo Zurlo davanti a un murales a Kharkiv

Diario di viaggio/4Due settimane fa, quando dell’albergo dove alloggiavo a Kyiv mi dicevano «è il posto più protetto d’U...
06/09/2026

Diario di viaggio/4

Due settimane fa, quando dell’albergo dove alloggiavo a Kyiv mi dicevano «è il posto più protetto d’Ucraina, e perciò il più sicuro» perché adiacente alla sede dei servizi segreti (Sbu), potevo anche crederci. Fino a metà agosto i missili arrivavano sulla capitale solo di notte e, a spanne, ogni tre giorni, e quasi sempre in zone periferiche. Ma la situazione da allora è cambiata, in peggio, e velocemente. Venerdì pomeriggio un drone russo è finito proprio sulla sede dell’Sbu: voleva colpire il suo presidente, Oleksandr Poklad, ha detto Zelensky su X. Non ci è riuscito, ha aggiunto. Ci vendicheremo, ha concluso. Intanto però, dodici persone sono rimaste ferite nell’attacco, e nove di loro sono finite in ospedale. Sui media ucraini girano le foto dei vetri saltati del ristorante Zavertailo, un locale che sta dirimpetto alla sede dei servizi, oltre l’attraversamento pedonale. Ogni mattina mostravo il lasciapassare fornito dall’albergo ai due soldati di turno davanti all’ingresso dell’ente, che controllavano chi entra e chi esce, principalmente dipendenti. Mi guardavano bene in faccia ogni volta che passavo, anche se mi avevano già vista il giorno prima e quello prima ancora. Non una parola di inglese, non capivo niente di quello che si ostinavano a chiedere, colsi solo una volta un «italienski», poi più nulla. Aspettando che scattasse il rosso, osservavo il ristorante oltre le strisce, quello che è stato colpito ieri: all’esterno teneva un carretto per il gelato, era arredato in modo piuttosto ricercato, con grandi vetrine (andate in frantumi) da cui si vedevano i mobili di design in legno chiaro, anche a sera inoltrata ai tavolini fuori c’erano persone che lavoravano al pc. Le cupole di Santa Sofia sono lì dietro, vicine, si vedono. Di foto dell’Sbu in internet non se ne trovano perché tutto intorno, anche intorno all’albergo, ci sono grandi cartelli che vietano di farne. E le transenne bianche che si vedono in quella pubblicata dal Kyiv Independent non sono una novità imposta dall’attacco, ma erano lì da prima, per impedire alle auto si fermarcisi davanti. Tutto per mantenere il posto al sicuro. «È il posto più protetto d’Ucraina» mi dicevano, dimenticandosi di aggiungere che forse lo è perché è un obiettivo.
Ieri Ucraina e Russia hanno concordato di fermare i raid sulle rispettive capitali per tre giorni, fino alla mezzanotte di martedì. Lo hanno deciso per non compromettere la missione degli inviati di Trump (ieri erano a Mosca, oggi sono a Kyiv). Per garantire la sicurezza di Witkoff e Kushner era necessario fermare la serie ininterrotta di bombardamenti sulla capitale ucraina: ha avuto il suo apice nell’attacco di venerdì, è durata in tutto dieci giorni di fila. Anche la frequenza degli attacchi con i droni, che arrivano di giorno, è aumentata. E i droni stessi sono di un nuovo tipo, «questi possono portare fino a cinquanta chili di esplosivo» spiega il presidente di EUcraina Giovanni Kessler, che fino a venerdì era nella capitale. «Ancora due settimane fa, quando suonava l'allarme antiaereo, i commessi dei negozi non smettevano di lavorare. Ma negli ultimi giorni ad ogni allarme clienti e lavoratori scendono nei rifugi». Come è successo al ristorante vicino alla sede dell’Sbu: non ci sono stati vittime, ma solo feriti, perché si erano tutti rifugiati nell’ukryttya del locale (così si dice «rifugio» in ucraino). «La situazione non sembra affatto buona» continua Kessler, «ora gli attacchi pesanti arrivano anche in pieno giorno. Mi è capitato di vedere colonne di fumo alzarsi mentre pranzavo. E venerdì a Kiev i dati internet del telefono funzionavano a singhiozzo, anzi, quasi per nulla». E nelle altre parti del Paese la situazione non è migliore: «Poco più di una settimana fa ero a Odessa per partecipare con tanti altri italiani alla manifestazione del Mean, il Movimento europeo di azione nonviolenta. Ecco, dal 2022 sono stato in Ucraina almeno una dozzina di volte, mai ho avuto paura come la settimana scorsa. Per un’intera notte hanno bombardato il porto della città, tremavano i muri dell’albergo, ho dormito in corridoio». «I russi stanno stremando la popolazione con questi continui attacchi - conclude Kessler -. E tra la gente c’è molta preoccupazione per l’inverno, perché sono state colpite anche molte strutture energetiche. Gli attacchi sempre più pesanti sulle città ucraine segnalano la frustrazione di Putin, impantanato sul fronte. Forse una sorta di armistizio è più vicino».

Roberta Bennato

Nella foto - Il letto di fortuna di Kessler nell'albergo di Odessa

Per VITA Società Editoriale, Doriano Zurlo ha intervistato Giovanni Kessler, presidente di EUcraina ODV: «La corruzione ...
03/09/2026

Per VITA Società Editoriale, Doriano Zurlo ha intervistato Giovanni Kessler, presidente di EUcraina ODV: «La corruzione in Ucraina è un problema grave, ma non può essere l’escamotage per stare con Putin».

Prima magistrato e poi parlamentare, con innumerevoli incarichi a livello europeo, Kessler ha diretto l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf) e contribuito alla costruzione del National Anti-Corruption Bureau of Ukrain (Nabu). Nel 2022 ha fondato l’organizzazione di volontariato EUcraina...

Una riflessione di un uomo di Chiesa che conosce bene l’Ucraina, ama la sua gente e non ha paura a chiamare le cose con ...
03/09/2026

Una riflessione di un uomo di Chiesa che conosce bene l’Ucraina, ama la sua gente e non ha paura a chiamare le cose con il loro nome.
Leggete l’intervista di Doriano Zurlo al Nunzio Apostolico in Ucraina, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas. Davvero illuminante, per qualcuno forse sorprendente.
(Link nel primo commento)

Martedì su L'Adige - Quotidiano indipendente del Trentino Alto Adige il racconto della consegna degli aiuti a un’unità d...
29/08/2026

Martedì su L'Adige - Quotidiano indipendente del Trentino Alto Adige il racconto della consegna degli aiuti a un’unità di MedEvac.

Sasha ha uno sbaffo di sangue sul braccio, ma non se n’è accorto. Ha 26 anni, a 19 è entrato nell’esercito come soccorritore paramedico. Lo racconta come se nulla fosse: «Stavamo bevendo un caffè, io e il mio amico, e ci siamo decisi». Il suo amico ora è morto, caduto combattendo contro i russi: mi mostra una sua foto dove sorride, con un berretto in testa e un mitra in mano.
Sasha e i suoi compagni MedEvac - i soccorritori dell’esercito ucraino, dall’inglese medical evacuation - ci guardano mentre parcheggiamo nello spiazzo polveroso davanti alla loro base, al tramonto, dopo un viaggio durato mezza giornata. Sembrano sfiniti, dalla tristezza più che dalla fatica, hanno le stesse facce che si vedono a chi torna dal funerale di un parente stretto - non di un genitore anziano, piuttosto di un figlio ancora giovane. Venti minuti prima che arrivassimo hanno soccorso un soldato ferito, che è riuscito a raggiungerli dopo aver camminato per chilometri con una ferita profonda alla mano: ha perso qualche dito, poteva andare peggio. Sono contenti delle cose che abbiamo portato per loro: power station e apparecchi Starlink (non bastano mai, i droni russi li distruggono per rendere difficili le comunicazioni), scorte di tourniquet (un laccio emostatico d’emergenza, che può evitare la morte per dissanguamento, ma solo se lo si stringe così tanto da far male), zainetti con il necessario per il pronto soccorso. Hanno bisogno di queste cose perché i soldi che ricevono dal governo non sono abbastanza, nonostante la condizione dei soldati al fronte sia sempre più dura. Ci raccontano che da tempo non si avanza, né dalla parte degli ucraini né da quella dei russi, e che la guerra si è incancrenita in una sfida tra droni, che volano in cerca di soldati nascosti nelle buche del terreno (dove a volte restano per settimane, mesi). Questi macinini, che noi siamo abituati a vedere sopra le teste degli sposi ai matrimoni, qui sorvolano terre fangose e alberi grigiastri, in cerca di un uomo da stanare. Lo vediamo sul tablet che ci porge Maxim. L’inquadratura si avvicina a un albero, ecco le foglie, poi appare una nuca, infine il segnale sparisce sostituito dalla scritta «video interrupted»: il drone è esploso.
Fumano tutti, una sigaretta dietro l’altra. Elena - che guida il gruppo e cerca di rendere più accogliente questa casa-base appendendo vasi di petunie e cucinando in abbondanza - ne fuma di sottili. Se ne accende una che nemmeno ha finito di cenare (si è seduta a tavola più per farci compagnia che per fame, mi pare). Ci mostra sul suo telefono le foto dei soldati che non hanno potuto aiutare: un ragazzo completamente bruciato da una bomba termobarica, ridotto a un ca****re nero; frammenti carbonizzati dove in un ramo rinsecchito si riconosce una mano. È difficile continuare a mangiare la cena buona e abbondante che ci ha preparato: carne ricoperta di formaggio, eccellenti pomodori, persino due torte elaborate come quelle delle pasticcerie, una alla crema e una al cioccolato, con gli zuccherini sopra. Mangiamo nel cortiletto di quella che era una casa contadina, su sedie e sgabelli tutti diversi e tutti sbilenchi (su alcuni Sasha ha messo dei tappetini per renderli più morbidi e un po’ più belli). Ormai è sera. Finita la cena degli ospiti (noi stranieri), inizia la cena dei padroni di casa (i soccorritori), che prendono il nostro posto al tavolo (troppo piccolo per farci sedere tutti insieme). Andrej si avventa su una tazzona di latte mentre un compagno appende una lampada all’albero che si sporge sulla tavola. Finiscono di cenare in fretta, alcuni si mettono la giacca militare e partono per le loro postazioni segrete vicine al fronte. Non Maxim, che resterà con noi per la notte. Nel giardino buio si siede silenzioso e fuma una sigaretta, accesa con lo Zippo che tiene appeso alla cintura. Poi si alza, piega un tovagliolo, lo passa con cura sul tavolo per togliere le briciole, infila sotto il tavolo le sedie e gli sgabelli su cui sedevano i compagni, o le allinea sotto l’albero, sul terreno irregolare. Sta per entrare in casa, ma prima indica il gatto bianco e nero che lo ha preceduto veloce e mi dice le prime parole di tutta la sera, in ucraino, ma capisco che mi vuol far sapere che quel gatto è loro. E infatti lo trovo dentro, in un angolo del corridoio, davanti a tre ciotole: una con l’acqua, una con il latte, una con il pollo tagliato con cura a pezzettini.

Roberta Bennato

Nella foto - La cena dei soccorritori

18/05/2026

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