13/05/2026
LE FAMIGLIE DI GAZA: IL SUMUD COME RESISTENZA COLLETTIVA
Di Abdalrahman Kittana - 12 maggio 2026
INTRODUZIONE
Dall'ottobre 2023, il Genocidio israeliano ha alimentato due narrazioni persistenti e profondamente polarizzanti su Gaza, organizzate attorno a una netta dicotomia e diffuse nelle comunità palestinesi e a livello globale. Da un lato, Gaza è presentata come inespugnabile: un luogo che non si è arreso, la cui popolazione ha sopportato violenze senza precedenti senza capitolare e dove gli obiettivi di guerra dichiarati dal Regime israeliano non sono stati formalmente raggiunti. Dall'altro, Gaza è descritta come uno spazio di distruzione quasi totale: vaste aree spopolate e designate come zone rosse, intere città ridotte in macerie, decine di migliaia di morti o disabili e la vita sociale spinta sull'orlo dell'annientamento.
Questa dicotomia circola incessantemente nelle conversazioni quotidiane, sui social media, nei commenti politici e all'interno delle famiglie stesse. Non è né falsa né superficiale; entrambe le narrazioni colgono dimensioni reali e simultanee della realtà di Gaza. Eppure nessuna delle due, da sola, può spiegare appieno come i palestinesi abbiano resistito, siano rimasti e abbiano vissuto la frammentazione e la ricostruzione delle loro vite in condizioni di violenza Genocida.
All'interno di questa tensione irrisolta, le interpretazioni dominanti della sopravvivenza di Gaza si riducono a una falsa dicotomia. La sopravvivenza viene inquadrata o come eroica Resistenza con una tenacia illimitata o come mera necessità, privando così le persone di qualsiasi capacità politica e riducendole a vittime passive senza alternative. Questo articolo sostiene che tale inquadramento costituisce un errore sia analitico che politico. Non possiamo comprendere la Resistenza di Gaza attraverso una dicotomia che dipinge i palestinesi, individualmente o collettivamente, come eroi nella loro Resistenza o come vittime passive. Dobbiamo piuttosto affrontarla attraverso una concezione decoloniale di Sumud (Fermezza): una pratica di Resistenza collettiva storicamente situata, relazionale e materialmente condizionata che emerge, si trasforma e persiste all'interno della continua violenza coloniale.
RICONQUISTARE IL SUMUD: UNA PROSPETTIVA DECOLONIALE
Nell'estate del 2003, sul muro di una cella buia del famigerato centro di interrogatorio di al-Moscobiyya a Gerusalemme, un prigioniero scrisse: "Le percosse non uccidono, e la confessione è un tradimento". Sotto, un altro prigioniero aggiunse in seguito: "Le percosse non uccidono, ma fanno male". I palestinesi detenuti ad al-Moscobiyya quando queste scritte comparvero erano in stragrande maggioranza impegnati nella Resistenza armata, già votati a forme di lotta fondate sul sacrificio e sulla Resistenza.
Eppure, sebbene le due scritte inquadrino l'esperienza del prigioniero in modo diverso, non sono in contrapposizione. La prima articola un assoluto morale in cui la Resistenza è data per scontata e la confessione considerata un tradimento. La seconda scuote questo assolutismo, piegandone il significato reintroducendo il corpo e il suo dolore in quella che era stata definita come una posizione etica astratta. Così facendo, non abbandona la logica della Resistenza, ma la rielabora dall'interno insistendo sulla realtà del dolore.
Di conseguenza, se interpretato attraverso questa prospettiva, il Sumud non può essere inteso come una posizione singolare ed eroica, né liquidato come una semplice assenza di scelta. Piuttosto, emerge come una pratica disomogenea e contestualizzata, plasmata dalle mutevoli condizioni nel tempo e dalle relazioni interpersonali. Questa comprensione del Sumud tiene insieme impegno e spossatezza, sfida e dolore, all'interno delle stesse strutture che lo limitano.
Infatti, una lettura binaria dell'esperienza palestinese del Sumud riproduce quella che Edward Said ha identificato come la logica riduttiva della rappresentazione orientalista, che semplifica, decontestualizza e rinchiude le popolazioni colonizzate in categorie statiche. Tali dicotomie esercitano una violenza epistemica cancellando la diversità e negando la complessità dell'esperienza vissuta. Rispecchiano inoltre i modelli rappresentazionali dominanti che dipingono i palestinesi o come vittime passive, intrappolate da forze esterne, o come violenti "terroristi", precludendo così una comprensione più complessa della vita sociale e politica.
Fondamentalmente, entrambe le prospettive sono escludenti: le narrazioni eroiche di incrollabile fermezza marginalizzano coloro che sperimentano esaurimento, crolli emotivi o ambivalenza, mentre i resoconti incentrati sulle vittime oscurano il ruolo attivo di decine di migliaia di persone impegnate nella Resistenza e di altre che scelgono di rimanere in Palestina nonostante il rischio esistenziale. Al contrario, un approccio decoloniale rifiuta queste riduzioni, mettendo in primo piano l'interazione tra le strutture coloniali e le forme di azione situate. Da questa prospettiva, il Sumud non è né completamente volontario né completamente imposto, ma una pratica relazionale che comprende molteplici e differenziate capacità di Resistenza.
Di conseguenza, diversi studiosi interpretano il Sumud come una pratica situata di permanenza e insediamento in condizioni di espropriazione, criticandone al contempo la strumentalizzazione da parte delle élite politiche e la riduzione a un ideale statico o celebrativo. Partendo da questa premessa, la ricerca critica considera il Sumud come una pratica relazionale attuata attraverso l'azione collettiva e il rifiuto, mettendo in guardia contro forme di romanticizzazione ed estetizzazione che oscurano la stanchezza e la frammentazione.
In questo ambito di studi, il Sumud viene sempre più inteso come radicato nelle infrastrutture collettive della vita urbana, sociale e familiare, che sostengono l'esistenza al di là della resilienza individuale o della sopravvivenza simbolica. Dopotutto, contrastare l'eliminazione perpetrata dal Colonialismo di Insediamento è un'aspirazione palestinese condivisa, radicata nella consapevolezza che il Progetto Sionista prende di mira la presenza, l'identità e il futuro dei palestinesi. Concentrarsi solo sulle storie individuali, pertanto, rischia di distorcere il modo in cui la Resistenza opera a livello collettivo e come le persone arrivano a praticare, o a ritirarsi da, il Sumud in condizioni di estrema violenza.
Il Sumud non è né completamente volontario né completamente imposto, ma una pratica relazionale che comprende molteplici e diverse capacità di Resistenza.
Come osservava il teorico anticolonialista Frantz Fanon, la violenza coloniale produce non solo Resistenza, ma anche un esaurimento che si accumula nel tempo, minacciando le stesse capacità necessarie per una lotta prolungata. Il Sumud viene quindi praticato in modo disomogeneo, relazionale e in condizioni di costrizione; persino lo stesso individuo può mostrare diverse capacità di Resistenza a seconda delle condizioni che si trova ad affrontare. Da questa prospettiva concreta, il Sumud appare meno come una dichiarazione e più come una negoziazione continua con condizioni materiali e immateriali, una negoziazione che può rafforzarsi, indebolirsi o crollare nel tempo.
Questa comprensione sfida direttamente due narrazioni dominanti. La prima inquadra Gaza come un luogo inabitabile di perdita totale e irreversibile, sostenendo le proposte statali di sfollamento forzato, comprese iniziative come il Piano GREAT Trust (Fondo per la Ricostituzione, l'Accelerazione Economica e la Trasformazione di Gaza). La seconda rappresentazione ritrae i palestinesi di Gaza come naturalmente resilienti, capaci di resistere indefinitamente ad assedi, distruzioni e violenze di massa senza crollare. Entrambe le rappresentazioni rischiano di oscurare la responsabilità nei confronti dei palestinesi di Gaza. In modi diversi, entrambe le prospettive scoraggiano la solidarietà, la responsabilità e l'impegno materiale necessari per sostenere la vita in condizioni di violenza prolungata. Andare oltre queste narrazioni richiede di esaminare come il Sumud operi effettivamente nella pratica, attraverso gli attori, le relazioni e le condizioni che lo producono e lo sostengono.
IL PANORAMA DEL SUMUD DI GAZA
La Guerra Genocida israeliana ha distrutto i sistemi civici, economici e di pianificazione di Gaza e smantellato le infrastrutture e i servizi che sostengono la vita. In risposta, la vita quotidiana continua attraverso accordi riconfigurati basati sulla reciprocità, la solidarietà e il mutuo aiuto. Famiglie e vicini mettono in comune le scarse risorse; le cucine comunitarie offrono pasti condivisi; rifugi e accampamenti temporanei vengono organizzati collettivamente; e sono emerse reti di assistenza informali per sostenere bambini, feriti e anziani in assenza di istituzioni funzionanti. Tuttavia, queste pratiche non hanno sostituito completamente le strutture esistenti, ma le hanno integrate e, in molti ambiti, addirittura sostituite. Pur essendo disomogenee e internamente fragili, hanno comunque permesso la sopravvivenza e mantenuto una soglia minima di vivibilità.
È fondamentale sottolineare che queste soluzioni alternative sono state sostenute dai palestinesi che vivono al di fuori di Gaza. I familiari nella Diaspora svolgono un ruolo attivo nella Resilienza di Gaza, mobilitando fondi, coordinando l'accesso agli aiuti, trasmettendo informazioni e fornendo supporto emotivo e politico oltre i confini. La sopravvivenza quotidiana a Gaza è quindi plasmata da infrastrutture relazionali che si estendono oltre il territorio stesso, legando coloro che sono rimasti a coloro che sono stati sfollati con la forza o vivono all'estero. Come suggerisce Rebecca Solnit, i momenti di catastrofe possono dare origine a una forma di società più collaborativa. A Gaza, ciò si è manifestato in una modalità di cura collettiva, diventata centrale per la sopravvivenza in un contesto di Genocidio in corso.
Questo nuovo sistema opera attraverso attori identificabili che hanno mobilitato e mediato l'accesso a quelli che possono essere definiti i fattori o le risorse del Sumud. Tuttavia, la disponibilità disomogenea di questi attori e la loro variabile capacità di garantire nel tempo un sostegno materiale e immateriale specifico, rendono il Sumud una pratica relazionale e mutevole piuttosto che una condizione statica. Questi attori possono essere suddivisi in due categorie principali. La prima comprende attori formali e istituzionali, tra cui comuni, ministeri, organizzazioni internazionali e ONG locali. La seconda è costituita da attori sociali, come famiglie allargate e gruppi di parentela, vicini, amici e reti di supporto informali.
I fattori che plasmano il Sumud possono essere distinti in risorse materiali e immateriali. Le risorse materiali sono tangibili e infrastrutturali, e includono l'accesso all'acqua, al cibo, al riparo, alla terra, all'abitazione, al sostegno finanziario, all'assistenza sanitaria e alle attività economiche generatrici di reddito. Le risorse immateriali sono affettive, sociali e simboliche, e comprendono la cura, il senso di appartenenza e l'attaccamento sociale, nonché la fede religiosa e l'impegno nazionale. Queste dimensioni immateriali si esprimono nelle pratiche quotidiane di responsabilità reciproca, nel processo decisionale collettivo e nel rifiuto di abbandonare i propri cari o il proprio luogo d'origine nonostante il rischio estremo. La fede religiosa e l'impegno nazionale forniscono spesso un quadro morale attraverso il quale si sopporta la perdita e si preserva il significato. Insieme, questi fattori materiali e immateriali non solo coesistono, ma si rafforzano a vicenda.
In definitiva, questi attori e risorse costituiscono il panorama del Sumud a Gaza. Sebbene non operino con uguale potere o importanza, le loro interazioni plasmano la capacità delle persone di rimanere, spostarsi, ricostruire e resistere in condizioni di violenza prolungata.
IL RUOLO CENTRALE DELLA FAMIGLIA
Tra gli attori che plasmano il Sumud a Gaza, la famiglia allargata o clan (hamulah) emerge come particolarmente decisiva per la sua capacità distintiva di mobilitare simultaneamente molteplici forme di sostegno. Gli attori istituzionali, come i comuni, spesso si occupano di bisogni singoli e specifici. Al contrario, le famiglie mettono in comune le risorse materiali, organizzano rifugi, forniscono assistenza e protezione e mantengono i legami affettivi e sociali attraverso accordi basati sulla parentela.
Anche altri attori svolgono ruoli importanti: i gruppi di sicurezza informali hanno talvolta sostituito le forze di polizia formali; le organizzazioni umanitarie e il Centro per i Rifugi coordinano gli alloggi; e le ONG gestiscono la distribuzione di cibo e aiuti. Tuttavia, è stata la capacità della famiglia allargata di aggregare e mediare risorse materiali e immateriali in diverse sfere della vita quotidiana a renderla l'infrastruttura centrale attraverso cui la resistenza, la mobilità e la sopravvivenza vengono continuamente negoziate in un contesto di estrema perturbazione.
Facendo leva su questa capacità, le famiglie allargate in tutta Gaza hanno funzionato come fornitori chiave di risorse essenziali durante tutto il Genocidio. Le famiglie mettono in comune l'accesso all'acqua, alla terra per gli accampamenti, al riparo, al cibo, al reddito e alla protezione, distribuendo le responsabilità tra i membri: dalla costruzione degli accampamenti e la raccolta di materiali alla cura dei bambini e dei parenti anziani.
Questa capacità è stata ulteriormente rafforzata dall'integrazione dei membri della famiglia in un'ampia gamma di reti formali e informali. Gli individui hanno mantenuto i legami con i comuni, le ONG, le organizzazioni umanitarie, i circuiti lavorativi della Diaspora e le reti di vicinato, consentendo alle famiglie di accedere a servizi e risorse attraverso questi canali e di ridistribuirli internamente. Le famiglie, quindi, non operano come unità isolate, ma come nodi relazionali che mediano infrastrutture sociali più ampie e le traducono in sostegno quotidiano, rafforzando il loro ruolo di cellule attive di Sumud.
Le famiglie di Gaza si sono riappropriate e riorganizzate delle proprie condizioni di vita, spesso in contrasto con le visioni di pianificazione esterne promosse dai Regimi israeliano e statunitense.
Oltre a mobilitare risorse materiali, la famiglia svolge un ruolo centrale nel rafforzare gli impegni politici e nazionali condivisi in un contesto di estrema incertezza. Questi impegni vengono espressi sia internamente, attraverso le reti familiari, sia pubblicamente, anche sui social media, dove molte famiglie si rifiutano di collaborare con le autorità israeliane o di conformarsi alle richieste di sfollamento. La convergenza tra sostegno materiale e posizione politica contribuisce a spiegare perché le Forze di Occupazione Israeliane abbiano spesso preso di mira le famiglie, non solo come unità di cura, ma anche come attori collettivi capaci di mantenere una posizione ferma e di rifiutare.
Questa modalità di solidarietà e organizzazione sociale incentrata sulla famiglia è stata fondamentale nel plasmare le geografie dello sfollamento. Nella maggior parte dei casi, le decisioni di rimanere sul posto o di spostarsi vengono prese collettivamente, sia all'interno della famiglia allargata che tra gruppi di nuclei familiari strettamente imparentati. Quando la decisione è stata quella di rimanere, le famiglie hanno organizzato sistemi di protezione e garantito l'approvvigionamento dei beni di prima necessità, spesso rimanendo entro confini geografici scelti deliberatamente. Quando le famiglie hanno deciso di spostarsi, lo hanno fatto spesso insieme, allestendo accampamenti collettivi e organizzando soluzioni condivise per cucinare, immagazzinare, fornire servizi igienici e altri servizi.
Inoltre, la proprietà di terreni, case o attività commerciali familiari ha spesso ancorato le famiglie al luogo e supportato le decisioni di rimanere. Quando lo spostamento diventa inevitabile, le famiglie allargate i cui membri possiedono terreni in diverse località godono di una maggiore flessibilità spaziale, che consente loro di trasferirsi e stabilire accampamenti in condizioni in rapida evoluzione. Che restino o si spostino, le famiglie hanno attivamente plasmato le geografie dello sfollamento e della sopravvivenza, spesso in contrasto con i piani di evacuazione israeliani e spesso a costo di notevoli sacrifici.
Allo stesso tempo, la coesione familiare non è assoluta. Periodi di invasione di terra, bombardamenti intensi e paura acuta hanno spesso interrotto il processo decisionale collettivo. Le famiglie in grado di resistere a prolungati attacchi aerei hanno spesso trovato più difficile sopportare le incursioni di terra, provocando la frammentazione delle unità familiari allargate, con i nuclei famigliari che si separano alla ricerca della sopravvivenza immediata. In tali momenti, il Sumud appare come una capacità situazionale plasmata dall'intensità e dalla modalità della violenza, piuttosto che come una condizione fissa o illimitata.
In definitiva, ciò non significa che le famiglie siano uniformemente efficaci nel mantenere il Sumud, né che operino senza tensioni o conflitti interni. Come documentato, alcune famiglie hanno rappresentato una minaccia per il Sumud collettivo, contribuendo a dinamiche che hanno complicato la sopravvivenza e, in alcuni casi, l'hanno resa insostenibile. Eppure, anche in mezzo a queste contraddizioni, le famiglie spesso fungono da potenti catalizzatori di mobilitazione, coordinamento e ridistribuzione delle risorse, plasmando sia le possibilità che i limiti del Sumud all'interno del frammentato panorama sociale di Gaza.
IL "GIORNO DOPO" DI GAZA È GIÀ ARRIVATO
Le famiglie di Gaza si sono riappropriate e riorganizzate delle proprie condizioni di vita, spesso in contrasto con le visioni di pianificazione esterne promosse dai Regimi israeliano e statunitense. Invece di attendere piani di ricostruzione o progetti infrastrutturali su larga scala, hanno agito per necessità immediata al fine di soddisfare i bisogni primari e riprendere la vita quotidiana con le risorse rimaste. Tuttavia, queste azioni non si limitano alla sopravvivenza; esprimono anche speranza e orientamento verso il futuro. Sul campo, le famiglie sono andate avanti costruendo, riorganizzando e pianificando, insistendo sulla vita anche in mezzo a profonda incertezza e difficoltà.
Alcune famiglie stanno ora progettando e costruendo campi in aree dove i piani sostenuti da Stati Uniti e Israele prevedono nuovi insediamenti. Una famiglia a Rafah, ad esempio, ha condiviso pubblicamente il proprio progetto per un campo familiare, comprensivo di tende, strade, servizi collettivi e infrastrutture di base. Hanno ingaggiato un architetto, si sono coordinati con i familiari all'estero e hanno iniziato a prepararsi per la realizzazione del progetto non appena i valichi di frontiera riapriranno. In tal modo, le famiglie mettono in atto forme di disobbedienza epistemica, rifiutando l'autorità dei regimi di pianificazione coloniale e umanitaria di determinare quando, come e da chi la vita potrà riprendere.
Quello che sta accadendo a Gaza è una pianificazione urbana familiare nel contesto di un Genocidio in corso, che non segue le tempistiche tecnocratiche e lineari di guerra, cessate il fuoco e ricostruzione. Al contrario, le famiglie annullano il tempo coloniale agendo, costruendo, abitando e pianificando. Si rifiutano di sospendere la vita fino a quando non verrà concessa la sovranità o non arriveranno i finanziamenti per la ricostruzione. In questo senso, il "dopo" non è prescritto da Stati, donatori o attori geopolitici. Le famiglie di Gaza hanno immaginato e realizzato il Sumud plasmando le condizioni che permettono alla vita di continuare, nonostante l'ambiguità e le difficoltà.
I LIMITI E LE POSSIBILITÀ DEL SUMUD
Esaminare la famiglia come attore centrale rende inequivocabilmente chiaro un aspetto: il Sumud non è qualcosa che le persone portano semplicemente dentro di sé. Piuttosto, si produce attraverso relazioni, risorse, credenze, significati e sistemi di supporto, e ha dei limiti. Le famiglie possono rendere possibile il Sumud mettendo in comune terra, acqua, denaro, cure e processi decisionali, ma possono anche raggiungere il punto di rottura quando la violenza si intensifica o le risorse vengono a mancare. La stessa famiglia che sostiene la vita in un dato momento può disgregarsi in un altro. Osservare le famiglie rivela che il Sumud è una capacità che aumenta e diminuisce a seconda di chi è presente, di cosa è disponibile, di cosa ci si aspetta, di cosa si crede e di quanta pressione viene esercitata.
Comprendere il Sumud in questo modo sposta la domanda dalla questione se le persone siano salde a quella di cosa permetta loro di resistere. Ciò rivela anche i limiti della Resistenza: momenti di frammentazione, ritiro e collasso non sono eccezioni, ma parte integrante dello stesso scenario di sopravvivenza. Le famiglie, come gli individui, non resistono all'infinito. Negoziano, improvvisano, si spezzano e ricostruiscono.
Vista in quest'ottica, il sostegno a Gaza non può rimanere astratto, morale o simbolico. Rafforzare la capacità delle persone di rimanere, rifiutare lo sfollamento o semplicemente sopravvivere un altro giorno dipende da forme concrete di sostegno materiale, sociale e politico. Il Sumud non è né automatico né garantito, ma si costruisce e si disfa attraverso relazioni di solidarietà. Riconoscere questo non è un gesto di compassione; è un appello alla responsabilità.
- Abdalrahman Kittana è un architetto e ricercatore palestinese, attualmente borsista post-dottorato presso l'Università di Tampere, in Finlandia, e professore assistente di architettura presso l'Università di Birzeit. Ha conseguito un dottorato di ricerca in architettura presso la KU Leuven, una specializzazione in rigenerazione architettonica presso l'Università di Oxford Brookes e una laurea in ingegneria edile presso l'Università di Birzeit. È co-fondatore del Progetto Yalla, un'iniziativa di "ricerca sul campo" a Nablus che ha riqualificato edifici storici come catalizzatori per il rinnovamento urbano. La sua ricerca si concentra su architettura e sopravvivenza in tempo di guerra, gestione della casa in contesti di conflitto, rigenerazione urbana e ricostruzione postbellica, storia dell'architettura e sviluppo urbano.
Traduzione: La Zona Grigia
Fonte: https://al-shabaka.org/commentaries/the-families-of-gaza-sumud-as-collective-endurance/