01/06/2026
𝗖𝗼𝘀𝗲 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗲. 𝗖𝗼𝗺’𝗲̀ 𝘁𝗿𝗼𝗽𝗽𝗼 𝗳𝗮𝗰𝗶𝗹𝗲 𝗲 𝗯𝗮𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗮 𝘃𝗮𝗻𝘃𝗲𝗿𝗮 𝗱𝗶 𝗙𝗮𝗹𝗰𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗕𝗼𝗿𝘀𝗲𝗹𝗹𝗶𝗻𝗼
Nando dalla Chiesa sul Fatto del 01/06/2026
𝑹𝑰𝑺𝑪𝑯𝑰 𝑂𝐺𝑁𝐼 𝑉𝑂𝐿𝑇𝐴 𝑅𝐸𝑆𝑇𝐴 𝐼𝑁 𝐴𝐺𝐺𝑈𝐴𝑇𝑂 𝐿𝐴 “𝐿𝐸𝑇𝑇𝑈𝑅𝐴” 𝐷𝐼 𝐶𝐻𝐼 𝑁𝑂𝑁 𝑆𝐴
“Parlatene. Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene". Come quasi tutti sanno, lo diceva Borsellino. Una richiesta sacrosanta ai suoi tempi.
Quando la parola mafia era quasi impronunciabile e regioni intere la cancellavano dal proprio vocabolario. Quando vigeva la regola della grande rimozione. Che ancora in politica funziona, intendiamoci. Ma che è infranta ormai da una marea di convegni, siti, associazioni, libri e pubblici funzionari.
Per questo oggi conta parlarne non “comunque ”, ma con buon senso, col minimo sindacale di competenza. Le recenti commemorazioni del 23 maggio, a cui si sommeranno quelle del 19 luglio, hanno mostrato una volta di più che il minimo sindacale è purtroppo ancora una utopia. Vedo che perfino studenti e lettori non specialisti vengono presi dalla nausea quando sentono dire che Falcone ci insegnò a “seguire il denaro”. “Senza colpa del grande magistrato”, aggiungono.
Ma di politici, giornalisti o anche magistrati a digiuno di tutto, che usando questa formula pensano di farsi esperti di mafia. Fino a commettere un torto nei confronti proprio dell’interessa - to. Certo “segui il denaro” fu la intuizione geniale di Falcone agli inizi degli anni ottanta.
Un ex magistrato che scrisse cose importanti con lui, Giuliano Turone, ne sostiene anzi la portata eccezionalmente innovativa nelle indagini su Rosario Spatola, il ricchissimo costruttore mafioso, tra i maggiori contribuenti italiani.
Ma davvero Falcone divenne per questo il nemico mortale di Cosa Nostra e di un intero sistema di potere?
Forse che sulla sua scia non si formarono altri investigatori in grado a loro volta di “seguire il denaro”, anzi, di “follow the money” come recitano i finti esperti?
Perché invece non far proprio per intero il patrimonio di sapere e di etica istituzionale che fece del giudice palermitano un simbolo da ammirare o da maledire, a seconda degli interessi con cui ci si schierava?
Falcone, per esempio, la mafia la studiava sul serio, e a fondo. Non ne orecchiava, non cadeva nelle trappole sociologiche, che la vorrebbero automatico frutto del sottosviluppo. Rifiutava le auto-assoluzioni della società civile, spiegando che la cultura mafiosa era una perversione della cultura siciliana (cosa indicibile anche oggi per tanti sociologi), e poi andando più in là per sostenere che “la mafia ci assomiglia”. Falcone era la sconfessione vivente degli entusiasmi da neofiti, quelli secondo cui la mafia è “ormai totalmente diversa”.
Anzi, ironizzava con gusto sugli “esperti” che annunciavano a ogni stormir di fronde “la nuova mafia” e ne garantivano l’ingresso massiccio nelle Borse. In un periodo in cui sull’onda dei delitti eccellenti si vaneggiava che il salto di qualità nascesse dal fatto che ormai la “vera” mafia stava a Zurigo e Londra, difese la sua convinzione che la testa della mafia stesse saldamente nella provincia di Palermo. E quando i movimenti si innamorarono della teoria del “terzo livello politico” spiegò lucidamente, anche al sottoscritto, che la mafia non prende ordini da nessuno, anzi a volte è lei a comandare la politica.
Vogliamo andare ancora avanti? Nessuno lo sentì parlar male in pubblico e tendenzialmente nemmeno in privato, di un proprio collega, o di propri superiori, e sì che di malefatte ne dovette subire e di scempi ne dovette vedere. Dalle sue carte nessun giornalista poteva trarre “indiscrezioni” sulle indagini. Viceversa convinse le autorità elvetiche e le strutture investigative americane a collaborare con quelle italiane.
Era animato, e ve ne sono più tracce, da un profondo rispetto per i suoi imputati. E soprattutto, e questo fu uno dei suoi meriti più grandi, rappresentò agli occhi di Buscetta lo Stato come dovrebbe essere, ossia l’antitesi della mafia e non un suo parente o sosia.
Ci si rifletta: solo davanti a un magistrato di questa tempra e di questo valore il cosiddetto “boss dei due mondi” avrebbe potuto decidere di collaborare e avviare verso il baratro Cosa Nostra.
E allora, ecco la domanda decisiva, dove sta la vera grandezza da emulare di Falcone? Segui il denaro o segui lo Stato?
Leggi su Il Fatto Quotidiano l'articolo in edicola "Cose nostre. Com’è troppo facile e banale parlare a vanvera di Falcone e Borsellino" pubblicato il 1 Giugno 2026 a firma di Nando dalla Chiesa