15/08/2026
🌛🌝🌜Le tradizioni legate a Diana in questo periodo ruotano attorno ai Nemoralia, la festa che si celebrava il 13 agosto
Il centro del culto era il santuario di Diana Nemorensis presso il lago di Nemi, nei Colli Albani.
La festa prevedeva:
Una processione di torce che le donne portavano intorno al lago, da cui il nome "festa delle torce".
Cani da caccia adornati di ghirlande, offerte di cibo e nastri legati agli alberi sacri come voti, spesso legati a richieste di fertilità o parto felice, dato il ruolo di Diana come protettrice delle partorienti.
Quando Augusto istituì nel 18 a.C. le Feriae Augusti (da cui deriva "Ferragosto"), consolidò e riorganizzò un insieme di feste agricole di fine raccolto già esistenti, tra cui proprio quella di Diana, insieme a Vertumno, dio della Vegetazione. La festività di Diana è preesistente ed è stata inglobata nel calendario augusteo.
Il Rex Nemorensis
era il sacerdote di Diana a Nemi, deteneva la carica solo finché riusciva a difenderla da uno sfidante, dopo aver strappato un ramo dal "albero sacro" del bosco. Frazer ne fece il punto di partenza del Ramo d'oro, leggendo questo rituale come sopravvivenza di un antico culto della regalità sacra legato alla Dea. Il Re per un anno.
A Nemi convivevano anche Egeria (ninfa delle acque, legata alla profezia) e Virbius, e Diana stessa veniva talvolta assimilata a Ecate e Selene nella tradizione della dea triplice — cielo, terra, mondo sotterraneo. Questa lettura "trina" è però più un'elaborazione tardo-antica e poi rinascimentale/moderna.
Sovrapposizione con l'Assunzione
Il 15 agosto cristiano, festa dell'Assunzione di Maria, si è storicamente sovrapposto a questo strato pagano di fine estate; alcuni studiosi vi leggono una continuità simbolica (la figura femminile "assunta" o venerata in questo momento.
La funzione di Diana come potnia theron — signora delle fiere, del bosco, dei confini selvatici tra natura non addomesticata e insediamento umano — è un tipo di figura divina ben attestato in tutto il Mediterraneo preclassico, si pensi ai paralleli iconografici con figure minoiche e con Artemide Efesina.
A Nemi il "nemus" stesso, il bosco sacro, è l'elemento strutturale: Diana Nemorensis è letteralmente "la Diana del bosco", e il culto è topograficamente legato a un luogo naturale (lago craterico, selva) piuttosto che a un tempio urbano — un tratto che storic* delle religioni associano tipicamente a strati cultuali più antichi, pre-urbani.
Il lago di Nemi (detto "specchio di Diana", speculum Dianae) e la fonte di Egeria nello stesso bosco suggeriscono uno strato cultuale legato all'acqua sorgiva e alla profezia, spesso interpretato come culto femminile delle acque precedente alla sistematizzazione del santuario dedicato specificamente a Diana — una stratificazione tipica di molti santuari italici, dove una funzione più antica e generica (nume dell'acqua, della fertilità) viene poi "assorbita" sotto il nome di una divinità dominante in epoca storica.
Gli scavi condotti tra il 2010 e il 2019 hanno mostrato che l'area del santuario era frequentata già dal Bronzo Finale, XII secolo a.C., come emerso dagli scavi sulla terrazza centrale.
Questo è un dato importante: retrodata la sacralità del luogo di secoli rispetto al santuario monumentale che conosciamo, e sotto il tempio attuale è stato trovato un primo edificio sacro di epoca arcaica.
Il grande santuario federale della Lega Latina che siamo abituati a immaginare risale invece al VI secolo a.C., quando l'area viene scelta come santuario federale della lega delle città latine — ma anche gli scavatori stessi notano che i materiali votivi rinvenuti sono ancora più antichi e rimandano a epoche precedenti, non ancora del tutto indagate.
La storia (travagliata) degli scavi
Il primo ritrovamento documentato risale al 1550: una dedica a Diana-Vesta, oggi ai Musei Capitolini.
Le prime vere campagne furono commissionate nel Seicento dal marchese Frangipane, proprietario del terreno, e riportarono alla luce numerosi materiali votivi, i nicchioni semicircolari e il recinto sacro.
Il problema è che tra fine Settecento e fine Ottocento il sito fu scavato in modo predatorio e poco sistematico: l'ingente patrimonio venuto alla luce fu completamente smembrato, e oggi i materiali sono dispersi tra i musei di Copenaghen, Palma de Mallorca, Nottingham, Boston, il Villa Giulia a Roma e il museo dell'Università della Pennsylvania.
Questo significa che una parte consistente della documentazione materiale del culto è oggi fuori dal suo contesto originario, sparsa in collezioni internazionali — un problema serio per qualunque ricostruzione seria dello strato più antico.
Le campagne moderne
Solo dal 1989 lo scavo diventa scientificamente controllato, con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, affiancata dal 2003 dall'Università di Perugia (dato che potrebbe interessarti, essendo il tuo stesso ateneo). Le ricerche tra 2003 e 2009 sono confluite in un volume dedicato — Il Santuario di Diana a Nemi. Le terrazze e il ninfeo — che analizza vent'anni di scavo e ha permesso di ampliare notevolmente la pianta nota del santuario, articolato su varie terrazze.
🌛🌝🌜 Blessed be