Giustizia per Taranto

Giustizia per Taranto Associazione politico-culturale per la giustizia sociale, ambientale e la partecipazione come strumento per favorire democrazia e inclusione.

Vigilanza, riflessioni, denunce, eventi e proposte per il bene comune nel territorio di Taranto Giustizia per Taranto nasce il 25 Febbraio 2017, a seguito di una mobilitazione cittadina in favore dell'Ambiente che portò in piazza circa 7.000 persone. Quel gruppo ha poi sentito la necessità e la responsabilità di dare continuità a quell'esperienza dando vita all'associazione formalizzatasi l'8 marz

o 2018. Un percorso per continuare a lavorare insieme per Taranto, a partire dai problemi ambientali, fino ad abbracciare tutti i temi che incidono sulla qualità della vita delle persone sul nostro territorio

SI CHIUDONO I GIOCHI DI TARANTO: CHE SIA UN INIZIO E NON UNA FINE ❤️💙Taranto sta salutando i Giochi del Mediterraneo e t...
03/09/2026

SI CHIUDONO I GIOCHI DI TARANTO: CHE SIA UN INIZIO E NON UNA FINE ❤️💙

Taranto sta salutando i Giochi del Mediterraneo e tutto il suo meraviglioso portato di gioia, orgoglio e nuovi, straordinari, impianti sportivi con cui contribuire a pensarsi diversamente.
Una città vibrante e multiculturale che ha spalancato le porte ai valori dello sport, dell’accoglienza, della pace e della fratellanza. Che ha colto con fierezza ogni occasione utile per affermare che il Mediterraneo è un mare che unisce e non divide.

E’ stato bello. Anzi, bellissimo! Proprio per questo sarebbe un sacrilegio fermarsi qui.

Non misureremo il loro successo domani mattina contando gli spettatori o riguardando le immagini delle cerimonie. Lo capiremo fra cinque, dieci, vent’anni: dall’utilizzo che verrà fatto di quegli impianti, dalle competenze rimaste sul territorio, dai giovani che si saranno avvicinati allo sport, dal movimento sportivo e turistico che riusciremo ad attivare, dall’attrattività che riusciremo a esercitare.

È così che un grande evento smette di essere una parentesi e diventa costanza, smette di essere un risarcimento provvisorio e diventa prospettiva, smette di essere un commissariamento esterno e diventa opportunità per il territorio.

Lo stesso ragionamento che deve riguardare il dopo Ilva con l’apertura di un ampio e costruttivo confronto su dove andare e come farlo. Perché le crisi sono sì opportunità, ma vanno colte e per questo occorre mettere al bando visioni di corto raggio e posizioni comode sentendo tutta la responsabilità del momento.

A proposito, una parentesi doverosa e non scontata: anche questi giochi sono figli delle lotte per la dignità della città.

Le direttrici di Taranto vanno riscritte al di là della fabbrica e la politica ha il sacrosanto dovere di dare impulso e sostenerla ma, altrettanto vitale sarà che la nostra comunità si liberi da logiche assistenzialistiche e parassitarie e si rimbocchi le maniche per smettere di essere vassalla di chicchessia. Così che si possa generare benessere diffuso e sana occupazione, mettendo nelle condizioni coloro i quali lasciano Taranto di poter essere protagonisti del suo riscatto.

Per questo, insieme all’idea di chiudere la fabbrica o, al momento, parti di essa, occorre quella di cosa accendere al suo posto.

Entusiasmo, consapevolezza e fiducia sono l’eredità più preziosa di questi Giochi e dovranno essere strumento per mettere in campo ancora più attenzione, pressione e partecipazione per pretendere e affrontare la costruzione che ci attende.

Perché, alla fine, solo Taranto può salvare Taranto…

EX ILVA, IL 9 SETTEMBRE SI DECIDE SE SOSPENDERE LO STOP DELL’AREA A CALDOC’è una nuova data da segnare sul calendario pe...
02/09/2026

EX ILVA, IL 9 SETTEMBRE SI DECIDE SE SOSPENDERE LO STOP DELL’AREA A CALDO

C’è una nuova data da segnare sul calendario per il destino della nostra città: 9 settembre 2026.

Quel giorno la Corte d’Appello di Milano discuterà le istanze di sospensiva presentate separatamente da Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria contro il decreto del 27 luglio, che ha disposto la fermata dell’area a caldo entro 90 giorni.

In parole semplici: si chiede di sospendere il provvedimento che dovrebbe portare allo spegnimento dell’acciaieria più grande e inquinante d’Europa.

Le motivazioni avanzate dalle due società ruotano essenzialmente attorno a tre conseguenze che, a loro giudizio, deriverebbero dalla fermata: danni agli impianti stimati in almeno 2 miliardi di euro, pesantissime ricadute occupazionali che coinvolgerebbero circa 15mila famiglie e conseguenze sull’intero sistema industriale italiano.

A decidere sarà un collegio della Corte diverso, nella sua composizione, da quello che il 27 luglio ha disposto il fermo.

Quel provvedimento, arrivato nell’ambito del ricorso promosso dai Genitori Tarantini insieme ad alcuni cittadini, ha stabilito anche condizioni molto precise per un’eventuale ripresa dell’attività.

Ed è qui che la vicenda diventa ancora più paradossale.

Perché mentre si moltiplicano istanze e tentativi per evitare la fermata, sentiamo parlare pochissimo di uno dei problemi più gravi richiamati proprio dai giudici: LA PRESENZA DI AMIANTO.

Attenzione: parliamo di migliaia di tonnellate di amianto presenti nello stabilimento, non di qualche lastra dimenticata in un angolo.

Tanto che la Corte ha subordinato l’eventuale ripresa dell’area a caldo alla sua rimozione integrale, oltre agli interventi necessari sulle emissioni di polveri sottili.

E allora qualcosa ci lascia francamente sconcertati.

Sentiamo parlare ogni giorno, a giusta ragione, da politici e sindacati della necessità di tutelare i lavoratori e i loro posti di lavoro, tranne sulla presenza di tutto quell’amianto nei luoghi in cui quegli stessi lavoratori trascorrono otto ore al giorno.

Noi, sinceramente, non abbiamo sentito nemmeno mezza parola in difesa della loro salute.

Eppure l’amianto è cancerogeno e può presentare il conto anche a distanza di anni.

Qualche settimana fa, a Barletta, un concerto di Jovanotti con decine di migliaia di spettatori è stato annullato dopo il ritrovamento di amianto nell’area.

Ed è stato giusto così.

Davanti a un rischio per la salute si applica il principio di precauzione e si ferma tutto.

All’ex Ilva, invece, questo principio sembra diventare improvvisamente molto più difficile da applicare.

Lì non ci sono spettatori presenti per una sola sera.

Ci sono persone che in quello stabilimento lavorano per una vita e altre migliaia di cittadini che vivono all’esterno.

E mentre il 9 settembre si discuterà se sospendere lo stop dell’area a caldo, vorremmo sentire almeno la stessa preoccupazione per la salute di quelle persone che sentiamo per la continuità produttiva.

La tutela del lavoro è sacrosanta.

Ma non può trasformarsi nell’alibi per continuare a esporre i lavoratori a rischi che nessuno accetterebbe altrove.

L’area a caldo deve chiudere.
I lavoratori devono essere tutelati.
L’amianto deve essere rimosso.

A nostro avviso, difendere un operaio non significa soltanto difendere il suo stipendio.

Significa prima di tutto difendere la sua vita.

La loro vita e quella di un’intera città che chiede, banalmente, il rispetto di diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.

Speriamo che non si facciano passi indietro.

Abbiamo già pagato abbastanza per delle colpe che non abbiamo mai avuto.

EX ILVA, DALLE “EMISSIONI DI UOMINI E ANIMALI” ALL’ACCUSA DI BANCAROTTA. LA TRISTE PARABOLA DI LUCIA MORSELLIC’è stato u...
28/08/2026

EX ILVA, DALLE “EMISSIONI DI UOMINI E ANIMALI” ALL’ACCUSA DI BANCAROTTA.
LA TRISTE PARABOLA DI LUCIA MORSELLI

C’è stato un tempo in cui Lucia Morselli, quando era Ad dell’ex ilva, spiegava ai tarantini che l’aria di Taranto era venti volte più pulita di quella di Milano.

Un tempo in cui, parlando di CO2, sosteneva che «il più grande emettitore di anidride carbonica siamo noi, umani ed animali»!

Chiaro che cosa sottintendesse, no?

Accanto a una delle più grandi acciaierie d’Europa, dopo decenni di inquinamento, processi, sequestri e drammi sanitari, il problema dell’anidride carbonica, e in generale dell’inquinamento, eravamo noi: gli esseri umani e gli animali.

E mentre ai tarantini venivano impartite queste memorabili lezioni di ecologia, c’era chi provava a documentare quello che accadeva dentro e intorno a quella fabbrica.

Luciano Manna, attraverso VeraLeaks, lo ha fatto per anni con immagini, video, documenti e denunce sulle condizioni degli impianti, sulle emissioni, sui rifiuti. E Morselli arrivò persino a querelarlo per diffamazione, per una vicenda relativa agli sversamenti di rifiuti nello stabilimento.
Le segnalazioni alla magistratura sono arrivate da più parti. Anche noi, come associazione, abbiamo presentato negli anni esposti e denunce, anche insieme allo stesso Luciano. Nessuna medaglia da appuntarsi al petto: era semplicemente doveroso chiedere alla magistratura di verificare ciò che accadeva.

Oggi, però, Lucia Morselli è indagata dalla Procura di Milano per bancarotta fraudolenta nell’ambito della gestione dell’ex Ilva. Secondo l’ipotesi degli inquirenti, alcune scelte gestionali avrebbero aggravato la situazione economica e patrimoniale dell’azienda. Sullo sfondo c’è la maxi azione di responsabilità avviata dai commissari di Acciaierie d’Italia, con una richiesta di risarcimento da 7 miliardi di euro.

E non c’è soltanto Milano.
Il nome di Morselli compare anche nell’inchiesta della Procura di Taranto sulla gestione ambientale dello stabilimento e sulle quote CO2. Proprio da quelle indagini è emersa un’intercettazione nella quale, parlando dei dati sui consumi, avrebbe detto: «Sono manipolati per poter avere le quote CO2, sono finti, apposta».

Saranno naturalmente i magistrati a stabilire le responsabilità.

Ma noi certe cose ce le ricordiamo e ce le ricorderemo sempre.

Ricordiamo l’area a caldo definita «la più pulita d’Europa e quindi forse del mondo». Ricordiamo l’aria di Taranto venti volte più pulita di quella di Milano. Ricordiamo uomini e animali trasformati in una memorabile lezione sulla CO2. E ricordiamo chi documentava quello che accadeva dentro la fabbrica e si ritrovava querelato.

Per anni a questa città è stato spiegato, con una certa arroganza, che esagerava, che era ideologica, che guardava quella fabbrica con occhi troppo sospettosi.

Oggi sono magistrati e investigatori a guardare dentro quella gestione.

Alla fine, forse, l’unica cosa davvero troppo inquinata era il racconto che per anni hanno provato a venderci.

EX ILVA: QUANDO LE REGOLE DIVENTANO UN PROBLEMA, SI CAMBIANO LE REGOLEProviamo a spiegare in maniera semplice quello che...
27/08/2026

EX ILVA: QUANDO LE REGOLE DIVENTANO UN PROBLEMA, SI CAMBIANO LE REGOLE

Proviamo a spiegare in maniera semplice quello che sta succedendo, perché tra diffide, garanzie e norme varie si rischia di non capire più nulla.

L’ex Ilva, per poter gestire i propri rifiuti, deve presentare delle garanzie finanziarie. In parole povere, deve dimostrare che ci siano i soldi necessari per far fronte agli obblighi ambientali legati a quelle attività.

Le garanzie presentate da Acciaierie d’Italia, però, non sono state ritenute adeguate dalla Provincia di Taranto. E non è successo una volta sola.

Il MASE, cioè il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, aveva già inviato una prima diffida a dicembre e poi una seconda a marzo. Alla fine è scattata la conseguenza prevista: dal 20 agosto sono state sospese le attività di gestione dei rifiuti interessate e, di conseguenza, le attività produttive collegate.

Fin qui è semplice: c’è una regola, non viene rispettata, scattano le conseguenze.

E invece arriva il colpo di scena (nemmeno troppo imprevedibile…).

Il Governo approva d’urgenza una norma che permette alle imprese in amministrazione straordinaria che gestiscono impianti considerati strategici per il Paese di presentare garanzie finanziarie limitate a un solo anno.

Tradotto ancora più semplicemente: c’è un problema con le garanzie dell’ex Ilva, la Provincia non le ritiene sufficienti, il Ministero dell’Ambiente interviene e scatta la sospensione. E a quel punto si cambia la norma, rendendo più semplice fornire proprio quelle garanzie.
Ennesima legge salva ilva.

Questo non significa che la diffida sia stata cancellata o che ogni problema sia automaticamente risolto. Significa però che il Governo è intervenuto proprio sulle regole che riguardano quelle garanzie.

Ed è difficile non vedere il paradosso.

Da anni, quando si parla di Taranto e dell’ex Ilva, assistiamo a norme speciali, deroghe, scudi e provvedimenti d’urgenza. Quando arriva un ostacolo, troppo spesso invece di fermarsi ci si ingegna per trovare il modo di superarlo.

Noi continuiamo a pensare una cosa molto più semplice: le leggi ambientali dovrebbero essere rispettate, non continuamente adattate alle necessità della fabbrica.

Ma c’è un’ultima cosa molto importante da chiarire.

Tutto questo non riguarda il provvedimento della Corte d’Appello di Milano sull’area a caldo.

Sono due questioni diverse. Il decreto del Governo interviene sulla gestione dei rifiuti e sulle relative garanzie finanziarie. Il provvedimento della Corte d’Appello riguarda invece la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo ed è un provvedimento giudiziario distinto.

Ed è importante sottolinearlo perché quella decisione resta in piedi e la prospettiva che l’area a caldo venga effettivamente chiusa è oggi concreta.

Questo nuovo intervento del Governo sulle garanzie finanziarie, dunque, non cancella né modifica ciò che è stato disposto dalla Corte d’Appello sull’area a caldo.

E forse, dopo anni di decreti, deroghe e rinvii, è proprio questo il punto che Taranto deve tenere ben presente: la partita sulla chiusura dell’area a caldo non è affatto chiusa. Al contrario, mai come oggi la possibilità che quella chiusura avvenga davvero è concreta.

TARANTO È D’ORO, NON È D’ACCIAIO! 🥇  ❤️
22/08/2026

TARANTO È D’ORO, NON È D’ACCIAIO! 🥇

❤️

CHI DEVE CHIEDERE SCUSA A CHI?Ieri sera lo stadio Iacovone ha parlato. E lo ha fatto in maniera spontanea e fragorosa.Qu...
22/08/2026

CHI DEVE CHIEDERE SCUSA A CHI?

Ieri sera lo stadio Iacovone ha parlato. E lo ha fatto in maniera spontanea e fragorosa.

Quando è stato pronunciato il nome della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dagli spalti è partita una vera e propria bordata di fischi. Una contestazione che sarebbe semplicistico ricondurre esclusivamente alla vicenda ex Ilva: dentro quel dissenso possono esserci il giudizio sull’operato complessivo del Governo, il costo della vita, i carburanti, le promesse elettorali disattese, le scelte politiche nazionali e, naturalmente, per una città come Taranto, anche tutto ciò che riguarda la grande fabbrica e il futuro del territorio.

Poi arriva la sindaca di Lecce Adriana Poli Bortone, che parla di “ingratitudine” e sostiene che Taranto dovrebbe chiedere scusa alla presidente del Consiglio.

Ed è qui che nasce un paradosso meraviglioso.

Chi deve chiedere scusa a chi?

Devono chiedere scusa i cittadini perché hanno fischiato chi governa il Paese? Da quando manifestare dissenso verso un Governo democraticamente eletto è diventato qualcosa per cui scusarsi?

E soprattutto: proprio Taranto dovrebbe chiedere scusa?

Una città che da decenni paga sulla propria pelle le conseguenze di decisioni prese altrove, che sull’Ilva ha visto passare Governi di ogni colore, decreti, commissariamenti, promesse, rinvii, miliardi pubblici gettati e diritti alla salute calpestati in nome del pil nazionale?

Forse bisognerebbe capovolgere la domanda.

Quante scuse deve ancora ricevere Taranto dalla politica nazionale?

Sia chiaro: siamo felici e orgogliosi dei Giochi del Mediterraneo, degli impianti restituiti alla città, del nuovo stadio, degli atleti arrivati da ogni parte del Mediterraneo e della straordinaria vetrina che Taranto sta vivendo.

Ma i Giochi non comprano il silenzio di nessuno.

Gli investimenti pubblici non sono regali personali di un presidente del Consiglio. Sono risorse dello Stato, cioè anche dei cittadini. Non generano un debito di riconoscenza e soprattutto non sospendono il diritto di contestare chi governa.

È proprio la parola “ingratitudine” a raccontare una concezione della politica che respingiamo: quella secondo cui, se il Governo finanzia un’opera sul tuo territorio, allora devi ringraziare e possibilmente tacere.

No. Funziona esattamente al contrario.

Taranto può essere orgogliosa dei Giochi, applaudire il Presidente Mattarella, emozionarsi davanti ai propri atleti e alla propria storia e, un minuto dopo, fischiare Giorgia Meloni.

Si chiama democrazia.

E quando una contestazione così forte nasce spontaneamente dentro uno stadio pieno, forse la politica, invece di pretendere delle scuse, dovrebbe avere l’umiltà di domandarsi da dove arrivi tutto quel dissenso.

Perché ieri Taranto era in festa, sì.
Ma essere in festa non significa aver perso la memoria.

Quindi, sindaca Poli Bortone, la domanda rimane.

Chi deve chiedere scusa a chi?

Noi qualche idea ce l’abbiamo.

Giorgia Meloni Ignazio La Russa Adriana Poli Bortone

Siamo commossi….e anche tanto.Vedere quell’atleta di Taranto rialzarsi è forse la metafora più bella di questa città: ca...
21/08/2026

Siamo commossi….e anche tanto.
Vedere quell’atleta di Taranto rialzarsi è forse la metafora più bella di questa città: caduta tante volte, ferita tante volte, ma sempre capace di rimettersi in piedi.

Stasera Taranto si alza. E lo fa davanti a tutto il Mediterraneo.

Quanto sei bella, Taranto. Godiamoci questo momento! ❤️💙

IL CONTO ALLA ROVESCIA È TERMINATO: CHE I GIOCHI ABBIANO INIZIO! ❤️💙In questi giorni la nostra città sembra aver indossa...
21/08/2026

IL CONTO ALLA ROVESCIA È TERMINATO: CHE I GIOCHI ABBIANO INIZIO! ❤️💙

In questi giorni la nostra città sembra aver indossato il suo abito migliore. Le strade piene di turisti, gli atleti arrivati da ogni parte del Mediterraneo, lingue diverse che si mescolano alle nostre voci.
La Nave Palinuro ormeggiata davanti al Castello Aragonese, quasi fosse lì a completare una cartolina.
Ieri sera la parata delle società sportive tarantine, con una città intera che finalmente si ritrova per festeggiare qualcosa di bello.

E oggi si comincia davvero!

Si inaugurano i Giochi del Mediterraneo. Ma per Taranto questa giornata significa anche molto altro. Si inaugurano tanti impianti sportivi, ma soprattutto un nuovo stadio e Dio solo sa cosa significhi il calcio per i tarantini, quanto amore, quanta sofferenza, quanta appartenenza ci siano dentro i nostri colori.

Probabilmente stasera a più di qualcuno verranno gli occhi lucidi. Per lo stadio, per la festa, per tutta questa gente. Ma forse soprattutto per quello che questo momento sembra rappresentare.

Perché Taranto è una città che per troppo tempo è stata costretta a raccontarsi attraverso le proprie ferite. Una città millenaria ridotta troppo spesso, agli occhi del resto d’Italia, a una sola, sfortunata storia. E invece Taranto è mare, archeologia, cultura, sport, musica, bellezza. È una città affacciata nel cuore del Mediterraneo che ha molto più da mostrare di quanto il mondo abbia avuto occasione di vedere.

E allora guardarla oggi così viva, così piena, così al centro dell’attenzione per qualcosa di bello, inevitabilmente emoziona…

I Giochi sono sport, ma possono essere anche una vetrina e magari persino un piccolo nuovo inizio. L’occasione per ricordarci che Taranto può avere un futuro diverso da quello che per decenni ci è stato raccontato come “inevitabile”.

E c’è qualcosa di ancora più bello nel fatto che tutto questo accada proprio qui, nel cuore del Mediterraneo.

Mentre intorno a questo stesso mare e nel mondo continuano guerre, violenze e assurde prove di forza, Taranto in questi giorni accoglie persone con lingue, religioni, culture e bandiere diverse. Persone che si incontrano, gareggiano e alla fine si stringono la mano.

Forse è anche questo il messaggio più bello che possiamo mandare da qui: i popoli possono incontrarsi senza combattersi, le differenze possono essere una ricchezza e il Mediterraneo può tornare a essere un ponte invece che un confine.

Godiamocela, allora, questa Taranto.

Facciamola vedere. Raccontiamo il suo mare, la sua storia, i suoi luoghi nascosti. Facciamo in modo che chi è arrivato da lontano torni a casa portandosi dietro un pezzetto di questa città.

Abbiamo passato fin troppo tempo a raccontare le nostre ferite. Non le dimentichiamo e non smetteremo certo di lottare perché vengano finalmente rimarginate.

Ma oggi abbiamo anche il diritto di raccontare tutto il resto.

E magari quelle lacrime che stasera scenderanno davanti a uno stadio nuovo, a una città piena di gente e al Mediterraneo riunito qui, saranno anche per questo.

Perché dopo tanti anni passati ad aspettare un riscatto, abbiamo la sensazione che quel riscatto sia finalmente cominciato.

Che i Giochi abbiano inizio!

…E che per Taranto possa essere l’inizio di qualcosa di molto più grande... ❤️💙

𝐒𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚,a breve Lei sarà a Taranto, in occasione dei Giochi del Mediterraneo. La nostra città...
19/08/2026

𝐒𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚,

a breve Lei sarà a Taranto, in occasione dei Giochi del Mediterraneo. La nostra città si prepara ad accoglierLa in un momento importante, che rappresenta una festa e insieme un’occasione per mostrare al Mediterraneo e all’intero Paese la bellezza, la storia e le straordinarie potenzialità di questa terra.

Ed è proprio alla vigilia della Sua presenza nella nostra città che sentiamo il bisogno di rivolgerLe un appello.

Non abbiamo certo la presunzione di raccontarLe ciò che Lei già conosce. Lei conosce la storia dell’ex Ilva di Taranto, conosce il prezzo che questa città ha pagato e continua a pagare, conosce le sentenze, i provvedimenti della magistratura, i dati sanitari e ambientali, le morti, le malattie, le famiglie spezzate. Conosce una vicenda che da troppo tempo rappresenta una ferita aperta per Taranto e, ci permettiamo, anche una vergogna per l’intero Paese.

Oggi, però, siamo arrivati a un passaggio che può essere storico.

La magistratura ha disposto la chiusura dell’area a caldo e noi chiediamo una cosa semplice: che quella decisione venga rispettata e attuata e che la politica non si metta, ancora una volta, di traverso.

Dal 2012 abbiamo assistito a decreti, commissariamenti, ricorsi, prestiti pubblici continui, immunità penali, soluzioni presentate ogni volta come definitive. E mentre tutto questo accadeva, alla città veniva chiesto ancora di aspettare.
Molti di quei provvedimenti sono passati anche dalla firma del Capo dello Stato, nel rispetto delle Sue prerogative costituzionali e nella consapevolezza della complessità delle decisioni che hanno riguardato l’Ilva.

𝐄 𝐚𝐥𝐥𝐨𝐫𝐚 𝐨𝐠𝐠𝐢, 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐜𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐦𝐞𝐭𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐯𝐨𝐥𝐠𝐞𝐫𝐋𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨: 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢 “𝐝𝐞𝐜𝐫𝐞𝐭𝐢 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚 𝐈𝐥𝐯𝐚”, 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐚𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧 “𝐝𝐞𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨”?

Un provvedimento che non salvi più soltanto un impianto industriale, ma le persone, il lavoro, la salute, l’ambiente e il futuro di un’intera comunità.
Un provvedimento che metta finalmente a disposizione di Taranto risorse certe, strumenti straordinari e tempi definiti per le bonifiche, per la tutela dei lavoratori e dei redditi, per la riconversione economica e produttiva e per la nascita di nuove opportunità occupazionali.
Per decenni lo Stato ha trovato strumenti straordinari per salvare l’acciaieria. Noi chiediamo che trovi, adesso, strumenti altrettanto straordinari per salvare Taranto.

Lo Stato ha gli strumenti per farlo: prepensionamenti per chi possiede i requisiti, riconoscimento e rafforzamento delle tutele legate all’esposizione all’amianto, ammortizzatori sociali dignitosi, percorsi di formazione e ricollocazione, impiego di una parte dei lavoratori nell’immensa opera di bonifica e risanamento ambientale che Taranto attende da decenni.

𝐒𝐢 𝐟𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨, 𝐬𝐞 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨.

Le bonifiche non sono un favore da concedere alla città. Sono un dovere dello Stato e possono rappresentare anche lavoro, competenze, reddito e l’inizio di una nuova economia.

Per questo chiediamo che nessuno utilizzi i lavoratori come alibi per rimandare ancora ciò che deve essere fatto.

Salvare i redditi, salvaguardare i lavoratori e fermare gli impianti incompatibili con la salute non sono obiettivi alternativi. Uno Stato degno di questo nome deve essere capace di fare entrambe le cose.

𝐒𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞 𝐯𝐞𝐧𝐝𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐢𝐧𝐝𝐮𝐬𝐭𝐫𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐯𝐞𝐧𝐠𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐛𝐛𝐚𝐧𝐝𝐨𝐧𝐚𝐭𝐞. 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫 𝐜𝐡𝐢𝐮𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐚𝐠𝐢𝐧𝐚 𝐝𝐮𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐚 𝐥𝐮𝐧𝐠𝐨 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐩𝐫𝐢𝐫𝐧𝐞 𝐮𝐧’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐧𝐨𝐦𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨.

Non vorremmo che, proprio adesso che la chiusura dell’area a caldo è diventata una possibilità concreta, ricominciasse la macchina dei rinvii, dei ricorsi, delle deroghe e delle soluzioni emergenziali.

Questa città ha già concesso abbastanza tempo.

Dietro la parola “Taranto” non ci sono soltanto altiforni, acciaierie e statistiche economiche. Ci sono quasi tremila anni di storia. Ci sono due mari, archeologia, cultura, ricerca, università, porto, turismo, mitilicoltura, imprese, giovani che troppo spesso sono costretti ad andare via. Ci sono possibilità di sviluppo che per decenni sono rimaste schiacciate sotto l’idea che Taranto non potesse essere altro.

I Giochi del Mediterraneo possono mostrare finalmente un’altra immagine di questa città.

Ma noi vorremmo che non fosse soltanto un’immagine.

Vorremmo che, arrivando a Taranto, Lei vedesse questa città per quello che può diventare e, soprattutto, ascoltasse ciò che migliaia di cittadini chiedono da anni: il diritto di immaginare il proprio futuro senza una fabbrica inquinante a determinarne ancora il destino.

𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐌𝐚𝐭𝐭𝐚𝐫𝐞𝐥𝐥𝐚, 𝐬𝐚𝐩𝐩𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐬𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐢 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐢 𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐫𝐨𝐠𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐒𝐮𝐨 𝐫𝐮𝐨𝐥𝐨 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞. 𝐍𝐨𝐧 𝐋𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐢𝐫𝐬𝐢 𝐚𝐥 𝐆𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨, 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐠𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨.

Le chiediamo però di essere, ancora una volta, garante dei principi della nostra Costituzione.

Di ricordare che il lavoro deve essere tutelato, ma che altrettanto devono esserlo la salute, l’ambiente e la dignità delle persone.

E Le chiediamo qualcosa di concreto, nel pieno rispetto delle Sue prerogative: 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐟𝐢𝐧𝐢𝐭𝐢𝐯𝐚, 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐞 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐬𝐢𝐞𝐦𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐞𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐮𝐭𝐞, 𝐚𝐦𝐛𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐞 𝐬𝐯𝐢𝐥𝐮𝐩𝐩𝐨.

Chiediamo che Governo e Parlamento non si limitino ancora una volta a gestire l’emergenza, ma costruiscano finalmente 𝐮𝐧 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨, con risorse certe e tempi verificabili, che accompagni la città nella chiusura degli impianti incompatibili con la salute, nella tutela dei lavoratori, nelle bonifiche e nella riconversione economica e produttiva del territorio.

𝐂𝐡𝐢𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨, 𝐢𝐧 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞, 𝐮𝐧 𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨.

Un patto che coinvolga tutte le istituzioni e che riconosca finalmente che la transizione di Taranto non può essere lasciata sulle spalle dei suoi cittadini e dei suoi lavoratori.

Le chiediamo inoltre, se le sarà possibile, 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐥 𝐝𝐢 𝐥𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐞𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚 𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐆𝐢𝐨𝐜𝐡𝐢: di incontrare i lavoratori, i cittadini, i familiari delle vittime, le associazioni e quanti da anni si battono per il diritto alla salute e per un futuro diverso.

Non soltanto la Taranto che verrà mostrata durante i Giochi, ma anche quella che per decenni ha vissuto le conseguenze di questa storia.

Perché ascoltare questa città, in questo momento, avrebbe per noi un significato enorme.

E chiediamo alle istituzioni, attraverso Lei, una cosa che dovrebbe essere la più normale in uno Stato di diritto:
𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐠𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐯𝐞𝐧𝐠𝐚𝐧𝐨 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐞𝐧𝐠𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐛𝐛𝐚𝐧𝐝𝐨𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐞𝐧𝐠𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚𝐧𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐥𝐥’𝐞𝐧𝐧𝐞𝐬𝐢𝐦𝐨 𝐫𝐢𝐧𝐯𝐢𝐨.

Perché dopo oltre quattordici anni, rimandare ancora la chiusura di impianti ottocenteschi, sarebbe l’ennesima ingiustizia perpetrata su questa terra.

𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐧𝐨𝐧 𝐋𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢. 𝐋𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚𝐫𝐜𝐢 𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐜𝐡𝐞, 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚, 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐞 𝐥𝐞 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐝𝐚𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐮𝐨𝐢 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚𝐝𝐢𝐧𝐢.

Taranto non chiede soltanto di chiudere una fabbrica.

𝐂𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐩𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨.

Con profondo rispetto,

Associazione 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨

EX ILVA, L’ENNESIMO TENTATIVO DI RINVIARE LO STOP: ILVA RICORRE IN CASSAZIONEIlva in Amministrazione Straordinaria, prop...
15/08/2026

EX ILVA, L’ENNESIMO TENTATIVO DI RINVIARE LO STOP: ILVA RICORRE IN CASSAZIONE

Ilva in Amministrazione Straordinaria, proprietaria degli impianti dell’ex Ilva di Taranto, ha presentato ricorso in Cassazione contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto la fermata dell’area a caldo entro 90 giorni, con scadenza il prossimo 28 ottobre.

Il provvedimento arriva al termine del giudizio promosso dall’Associazione Genitori Tarantini e da alcuni cittadini, e riguarda questioni molto concrete: emissioni, polveri sottili e presenza di tonnellate di amianto.

Ora Ilva prova a ribaltare quella decisione con un ricorso articolato in quattordici motivi, prevalentemente tecnico-giuridici.

C’è però un punto fondamentale: il ricorso in Cassazione non sospende l’esecutività del decreto.

Lo ha chiarito anche l’avvocato Maurizio Rizzo Striano, che ha difeso i ricorrenti: la decisione della Cassazione arriverà presumibilmente ben oltre la scadenza fissata dalla Corte d’Appello. Quindi, almeno per ora, il 28 ottobre resta il termine entro il quale gli impianti dovranno fermarsi.

Il tentativo potrebbe essere allora quello di ottenere dalla Corte d’Appello la sospensione del decreto in attesa della pronuncia della Cassazione.

Ed eccoci di nuovo qui.

Ogni volta che sembra arrivare un punto fermo sulla vicenda ex Ilva, si cerca un’altra strada per spostarlo un po’ più avanti. Un ricorso, una proroga, un decreto, un prestito, qualche altro mese da guadagnare.

Sono quattordici anni che Taranto assiste a questo continuo “tirare a campare”.

Quattordici anni durante i quali si sono trovati miliardi, norme, commissari, scudi e soluzioni d’emergenza per tenere in vita la fabbrica, senza riuscire a costruire una soluzione definitiva né per Taranto né per i lavoratori.

E c’è un aspetto che rende questa vicenda ancora più paradossale: Ilva in Amministrazione Straordinaria è sotto controllo pubblico.

Mentre lo Stato dovrebbe utilizzare questo tempo per preparare seriamente ciò che viene dopo — tutelare i lavoratori, organizzare la fermata in sicurezza, avviare finalmente le bonifiche e costruire un futuro diverso per quest’area — si continua ancora una volta a percorrere la strada dei tribunali per provare a tenere aperti impianti sui quali proprio la giustizia ha imposto uno stop.

E no, non è una battaglia tra chi vuole l’industria e chi sarebbe “contro l’industria”.

Qui si parla di una fabbrica sulla quale esistono da anni pronunciamenti della magistratura italiana ed europea e di problemi che riguardano la salute, le emissioni e persino la presenza di amianto.

Poi sarà naturalmente la Cassazione a stabilire se i motivi del ricorso siano fondati.

Ma oggi c’è un fatto molto semplice: esiste un decreto, quel decreto è esecutivo ed esiste una data. Il 28 ottobre 2026.

Noi quella data ce la segniamo.

Perché dopo quattordici anni passati a cercare il modo di guadagnare qualche altro mese, sarebbe ora di smetterla di pensare a come prolungare questa agonia e cominciare finalmente a occuparsi seriamente del dopo.

Tutela dei lavoratori, fermata degli impianti, bonifiche e futuro per Taranto.

Il tempo per “tirare a campare” è finito.

Indirizzo

Taranto

Orario di apertura

18:00 - 21:00

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