09/06/2026
Ancora una volta l’Italia sceglie di inculcare paura invece della conoscenza.
Con l’approvazione definitiva del DDL Valditara, per svolgere attività di educazione sessuale e affettiva nelle scuole sarà necessario il consenso preventivo delle famiglie, che potranno anche prendere visione dei materiali utilizzati durante i corsi.
Una decisione che viene presentata come una forma di tutela per i genitori e per gli stessi studenti, ma che rischia di produrre l’effetto opposto per molti ragazzi.
Bisogna considerare che chi cresce in famiglie aperte al dialogo, dove si parla serenamente di corpo, relazioni, consenso e sessualità, continuerà probabilmente ad avere accesso a queste informazioni. Chi rischia di esserne escluso sono proprio quei ragazzi che vivono in contesti dove certi argomenti sono considerati proibiti, vergognosi o semplicemente inesistenti.
Ed è qui che emerge un’importante contraddizione.
La scuola dovrebbe servire anche a colmare le disuguaglianze educative. Dovrebbe garantire a tutti gli studenti gli stessi strumenti per comprendere il mondo che li circonda, per riconoscere una relazione tossica, per capire cosa sia il consenso, per prevenire abusi, gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili. Invece si introduce un meccanismo che rischia di lasciare indietro proprio chi avrebbe più bisogno di quelle informazioni.
Nel frattempo continua a essere evocato il fantasma dell’“ideologia gender”, un’espressione che negli anni è diventata il contenitore di qualsiasi paura legata all’educazione affettiva e sessuale. Ma educazione sessuale e affettiva non significa insegnare ai ragazzi a cambiare identità o imporre una visione del mondo. Significa spiegare come funziona il proprio corpo, cosa sono il rispetto reciproco, il consenso, le emozioni, la prevenzione e le relazioni sane.
E mentre in Italia siamo ancora qui a discutere se sia giusto affrontare questi temi a scuola, il resto d’Europa è andato avanti da molto tempo.
Nei Paesi Bassi, considerati uno dei modelli più avanzati al mondo, l’educazione affettiva inizia già nei primi anni di scuola con attività adatte all’età dei bambini. Non si parla di sessualità in modo esplicito ai più piccoli, ma di emozioni, rispetto del proprio corpo, confini personali e relazioni. Crescendo si affrontano consenso, contraccezione e salute sessuale.
In Svezia l’educazione sessuale è obbligatoria dal 1955. Da oltre settant’anni è considerata una componente normale del percorso scolastico.
In Germania è parte integrante dei programmi educativi e viene vista come uno strumento di prevenzione e salute pubblica.
In Francia le scuole devono organizzare attività specifiche dedicate alla sessualità e all’affettività durante il percorso scolastico.
In Finlandia e Danimarca, paesi che da anni guidano le classifiche europee sulla qualità dell’istruzione, questi temi vengono affrontati in modo strutturato, scientifico e progressivo.
Anche in Spagna, l’educazione affettiva e sessuale ha ormai trovato spazio stabile all’interno del sistema educativo.
Noi invece siamo ancora fermi al punto di partenza.
Come spesso accade, l’Italia riesce a essere il fanalino di coda quando si parla di evoluzione culturale. È successo sui diritti civili, sulla parità di genere, sul riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, sulla cittadinanza. E oggi accade di nuovo con l’educazione affettiva e sessuale.
Si costruisce una minaccia, si parla di “ideologia gender”, si alimentano paure che non trovano riscontro nella realtà e infine si approvano norme che limitano l’accesso alla conoscenza.
Ma la conoscenza non è mai stata il problema.
Il problema è sempre stato l’ignoranza.
E una società che ha paura di spiegare ai propri ragazzi cosa siano il rispetto, il consenso, l’affettività e la sessualità è una società che non sta proteggendo i giovani. Sta semplicemente rinunciando a educarli.