Centro Studi e Ricerche Vittorio Monaco

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Centro Studi e Ricerche Vittorio Monaco Centro Studi e Ricerca Vittorio Monaco per molti anni è stato intensamente impegnato come dirigente politico, consigliere comunale, assessore e Sindaco.

Vittorio Monaco (Pettorano Sul Gizio 1941 - Larino 2009) ha insegnato italiano e latino ed è stato preside di scuola media superiore. Come studioso si è interessato di cultura popolare e di letteratura italiana in lingua e dialetto. Ha promosso e collaborato a iniziative, associazioni culturali e riviste. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: da Castagne pazze nel 1977 a Nevelle e altre vie uscito postumo nel 2009. Tra gli altri scritti, il saggio sulle tradizioni popolari Capètiempe è uscito in prima edizione nel 2003.

La poesia di Renzo Iacobucci (Premio speciale della giuria)Ru scafista Cu sti ddì tagli ca me trovo mbacci, metafora arr...
28/09/2026

La poesia di Renzo Iacobucci (Premio speciale della giuria)

Ru scafista

Cu sti ddì tagli ca me trovo mbacci,
metafora arronzata re pupille spertosate,
saccio adderizzà na linea certa
mbiett’a sta pianura r’acqua e sole.
Ri scaora sale e sole
a sti quatto barbaciani
a sti quatto quasi muorti
arret’a me.
Ri trucculéano ‘e spall’assì me fermo,
ri splènnono gli uocci
e nun sann’a comme sòre se iàrde
‘a carne sfrandecat’ ‘end’ ‘e costate
sie.
Ncopp’a sta puttanizia re mare coppa mare
stanno, Giesu Crì,
ri pulemuni comm’a giarre
mo céne. mo sbacate.
véppete. stanno. vérono.
vévon’e stanno ncopp’a sta lama liscia
ca nn’è ato che puttanizia
e ato mare re mare coppa mare.
«Sagliéte» icètt’ ‘a lengua mia re carria¬muorto,
ngiarravogliènno caccosa
ca meniva troppi ropp’a me.
Sagliono e ndroppeccano.
e ‘a lama è liscia. è lengua. è linea.
«Iammo, méh».
Lengua ca tricca triccabballacca.
lengua-zezzosa-traritora.
è menuta l’ora. ca te vò zaccolià.
ca te vò mparà chello ch’adda restà.
o meglio niente. o stu ciùrese regli uocci ad¬
dozzinato
o creca stellicchènte. tiempo allariato.
Nu ciaitieglio, ‘a rena e l’acqua.
nguoglio e attuorno
ro colèo ch’annenge ‘a scafa.
nguoglio uno cu gli ato
pupate, pazziariegli
e cammise nfocat’ ‘e peruccella.
figli re Capucifero.
sore re Capucifero.
malenova.
Furastieri.

Lo scafista

Con questi due tagli che mi ritrovo sul viso, / metafora raffazzonata di pupille bucate, / sono capace di rad¬drizzare una linea sicura / nel petto di questa pianura d’acqua e sole. / Li scalda sale e sole / questi quattro barbagianni / questi quattro quasi morti / dietro di me. / Gli dondolano le spalle se mi fermo, / gli splendono gli occhi / e non sanno come piano si brucia / la carne spappolata nelle costole / loro. / Su questo puttanaio di mare sopra mare / stanno, Gesù Cristo, / i polmoni come orci / ora pieni. ora svuotati. / bevuti. stanno. ve¬dono. / bevono e stanno su questa lama liscia / che non è altro che puttanaio / e altro mare di mare sopra mare. // «Salite» disse la mia lingua di necroforo, / im-brogliandosi nel dire qualcosa / che veniva troppo dopo di me. / Salgono e inciampano. / e la lama è li-scia. è lingua. è linea. / «Andiamo, su». / Lingua che tricca triccabballacca. / lingua-sporca-traditrice. / è giunta l’ora. che ti vuole cullare. / che ti vuole inse¬gnare ciò che deve restare. / o meglio niente. o questo scadente chiudersi degli occhi / o forse limpidissimo. tempo migliorato. // Un piccolo fosso, la sabbia e l’ac¬qua. / addosso e intorno / il tanfo che riempie il bat¬tello. / addosso l’uno con l’altro / bambole, giocattoli / e camicie colme di caldo torrido. / figli di Lucifero. / sorelle di Lucifero. / cattiva notizia. / stranieri.

Le motivazioni della giuria

L’autore descrive il viaggio di una delle tante carrette del mare attraverso gli occhi cinici dello scafista, consapevole ‘necroforo’, e questo gli consente una rappresentazione plastica di crudo e asciutto realismo, del tutto priva di slittamenti retorici. Il componimento è attraversato da due linee: quella orizzontale del mare (‘“la lama è liscia, è lingua, è linea”, “mare sopra mare’”), e quella verticale del sole a picco. È l’incontro e l’incrocio di questa sorta di assi cartesiani che fa da sfondo alla deflagrazione delle esistenze dei disperati (definiti dallo scafista “barbagianni” “quasi morti”, e nell’efficacissimo explicit semplicemente “cattiva notizia”), con “polmoni” che si gonfiano e si svuotano, e da cui “sale e sole” succhiano via aria vitale. In un riuscito cortocircuito lessicale, la “lingua” di mare (“puttanaio”) e la ‘lingua’ dello scafista (“sporca” e “traditrice”) sono rappresentate come ugualmente infide, a illudere e a raggirare chi crede di trovare salvezza e invece è spesso portato alla morte. Notevole l’assoluta padronanza con cui viene sfruttato il potenziale espressivistico del dialetto, attraverso l’utilizzo di un lessico di forte tensione drammatica di grande coerenza contestuale. tempo migliorato. // Un piccolo fosso, la sabbia e l’acqua. / addosso e intorno / il tanfo che riempie il battello. / addosso l’uno con l’altro / bambole, giocattoli / e camicie colme di caldo torrido. / figli di Lucifero. / sorelle di Lucifero. / cattiva notizia. / stranieri.

La poesia di Ernesto Pietrella (Premio Sindacato Pensionati Italiani Abruzzo e Molise)L’ urtimi dell’urtimi Stamo buttat...
28/09/2026

La poesia di Ernesto Pietrella (Premio Sindacato Pensionati Italiani Abruzzo e Molise)

L’ urtimi dell’urtimi

Stamo buttati ar freddo, notte e giorno
de fora a la Questura de Sarviati,
p’arimedià ‘n permesso de soggiorno
o quello che se dà a li rifuggiati.
E tutto quelo che ce sta, qua attorno
pare ‘n accampamento de sfollati,
tutt’ammassati a ‘n muro de contorno
fatto de centinara de immigrati.
Senza ‘na casa, senza ‘n indirizzo
tutti in attesa de ‘n certificato,
co chi ce prova puro a chiede er pizzo.
“Come te chiami?” “Io sò Mustafà!
Nun m’aricordo manco indo sò nato,
Ma so che qua, ce sta la civirtà!”

Gli ultimi degli ultimi

Stiamo buttati al freddo, notte e giorno / fuori della Questura di Salviati, / per avere un permesso di sog¬giorno / o quello che si dà, ai rifugiati. // E tutto quello che ci stà qua attorno / sembra un accampamento di sfollati, / tutti ammassati a un muro di contorno / fatto di centinaia di immigrati. // Senza una casa, senza un indirizzo / tutti in attesa di un certificato, / con chi ci prova pure a chiedere il pizzo. // - Come ti chiami?- - Io sono Mustafà! / Non mi ricordo nemmeno dove sono nato, / ma so che qua, c’è la civiltà! -

Le motivazioni della giuria

L’urtimi dell’urtimi

Il sonetto L’urtimi dell’urtimi affronta il tema del lavoro attraverso la condizione di chi, per poter lavorare e costruire una vita dignitosa, è costretto a vivere una lunga e umiliante attesa. Il titolo stesso richiama la condizione degli “ultimi”, mentre espressioni come “stamo buttati ar freddo, notte e giorno”, “un accampamento de sfollati” e “senza ‘na casa, senza ‘n indirizzo” restituiscono con immediatezza il senso di abbandono, precarietà e solitudine. Il vernacolo romanesco, con la sua concretezza e immediatezza, rende ancora più incisive le immagini e le emozioni del testo: dalla sofferenza dell’attesa alla denuncia dello sfruttamento di “chi ce prova puro a chiede er pizzo”, fino alla struggente battuta finale di Mustafà: “Ma so che qua, ce sta la civirtà!”, dove l’ironia lascia spazio a un sentimento di amarezza e di disillusione. La scelta della forma del sonetto e l’accuratezza delle soluzioni metriche e rimiche conferiscono al componimento un ritmo serrato e naturale, sostenendo efficacemente il racconto e accompagnando il crescendo emotivo fino alla chiusa. Per la capacità di unire rigore formale, efficacia del dialetto e profondità dei contenuti, trasformando una situazione di marginalità in una toccante riflessione sul lavoro, sulla dignità e sul diritto a un futuro, la poesia merita il riconoscimento della giuria.

La poesia di Tiberio La Rocca (Premio città di Fossalto)Le ciele lendane Gna vè la notte vienne le penziere e une è fiss...
28/09/2026

La poesia di Tiberio La Rocca (Premio città di Fossalto)

Le ciele lendane

Gna vè la notte
vienne le penziere
e une è fisse
nen me lassa mè,
e penze a le paiese
addò so’ nate
e addò nen zo petut’aremanè.
Le ciele ècche nné gna culle loche
culle lassate gna era catrare
culle garduote tanda e tanda volde
culle penzate gna scteva lendane.
La terra addò ze nasce
ne nze scorda,
la tiè dentr’a le core,
dentr’a tte,
è ne penziere fisse
notte e iuorne
è ne penziere che nte lassa mè.

Il cielo lontano
Quando scende la notte / arrivano i pensieri / e uno è fisso / non mi lascia mai / e penso al paese /dove sono nato / e dove non ho avuto la possibilità di restare. // Il cielo, qua dove sono, non è come quello / lasciato quando ero ragazzo, / quello guardato tante e tante volte / quello pensato da qua, da lontano. // La terra dove si nasce / non si scorda, la porti dentro al cuore, / dentro a te / è un pensiero fisso / giorno e notte / è un pensiero che non ti lascia mai.

Le motivazioni della giuria

Il poeta affronta il tema della memoria e della nostalgia per il paese natio con un linguaggio intimistico ed evocativo. È la notte che suscita il ricordo del paese, di un cielo noto, quello a cui volge il pensiero il poeta da lontano, mentre guarda altri orizzonti. Lasciare la propria terra non è una scelta. Il testo evidenzia l’impossibilità di restare e quel persistente legame profondo che diviene pensiero fisso, quasi ossessivo. La ripetizione, ad apertura e chiusura del testo, “è ne pensiere che nte lassa mé” conferisce al componimento un andamento circolare, che rafforza il messaggio e rende la terra natale parte della persona stessa, non un semplice luogo geografico ma un’intera dimensione esistenziale. La memoria acquisisce pertanto la funzione di custodire ciò che è stato perduto fisicamente facendolo vivere dentro di noi, “La terra addò ze nasce / ne nze scorda, / la tiè dentr’a le core, / dentr’a tte”.

Li’ fueutis di Margherita, le poesie di Francesco Indrigo (terzo premio) Prima fueuta La prima fueuta a è comuda co ti l...
28/09/2026

Li’ fueutis di Margherita, le poesie di Francesco Indrigo (terzo premio)

Prima fueuta
La prima fueuta a è comuda co ti la giavis
da la corona, a pand ch’a ti vol ben,
cussì Margherita a rit intant ch’a si
sclipignea la ciamesuta clara e i siò’
vinc mȇs cu l’aga da la p***a.
‘I la vardi fis e no poi fa di mancu di crodi
ai meracui. A giarla par siò cont,
e a saltignea contentona ator la vas’cia.
A mi segna cul det dos sisilis ch’a ciantin,
e coma fusetis a strissin il sièl
disora di nun. L’aria a è buna, a ni invulussea
cliputa il mostas e dut a ni fa maravea.
Dut ta ‘n colp un rumȏr dȗr parsora
li’ sisilis la spagutìs e la fa tasi.
E mi s’impicia intor. A fuart.
Un s’ciap di bombardiers s’ciampats
dai siarais dei merecans di Avian,
al brusa il nostri sièl, parsora li’ sisilis,
parsora di nun, dentri il nostri cȏr pissu.
Ch’al trima.

I petali di Margherita.
Primo petalo
Il primo petalo è agevole quando lo stacchi / dalla corona, rivela che ti vuol bene, / così Margherita ride mentre si / spruzza la camicetta chiara e i suoi / venti mesi con l’acqua della fontana. / L’os¬servo e non posso fare a meno di credere / nei mi¬racoli. Parlotta per suo conto, / e saltella felice attorno la vasca. / Mi indica due rondini che can¬tano, / e come folgori strusciano il cielo / sopra di noi. L’aria è buona, ci avvolge / tiepida il volto e tutto ci fa meraviglia. / Improvvisamente un ru¬more duro sopra / le rondini la spaventa e la zit¬tisce. / E mi si appende addosso. Con forza. / Una frotta di bombardieri fuggiti / dai serragli degli americani ad Aviano, / ardono il nostro cielo, sopra le rondini, / sopra di noi, dentro il nostro cuore piccolo. / Che trema.

Seconda fueuta
E i drons àn s’ciavassat la not.
E li’ bombis àn crevàt il sièl,
e distirat li’ nulis e sfulminat
li’ sisilis. A Gaza al è dut un boreàl.
Tocs di diu sparnissats dapardut.
Tra un singlus e un planzi, Aisha
a mi conta di sȏ mari e so pari,
dai fradis soterats dai rudinas
infogats. Di i’, tirada fora cu li’ mans nudis
dopu tre dìs, dai visars fraits
da la Bestia. E po il Ciamp disterminat
di tendis strafondis di porcarìa,
in tal pantan infinit, dulà ch’i li’ ambulansis
a no rivin a passȃ. E po la fan, la set,
e la pora, la pora…
‘I mi dismovi trimant, sudat tra un singlus
e un planzi. Di no rivȃ a bonàmi,
scuasi s’ciafoiat da ‘na vecia pora.
Pì tars Margherita a vignarȃ a sintassi
tai zenoi, cu la seda dai vui a mi suiarȃ
li’ lagrimis pì zovinis e a volarȃ ch’i j fedi ga¬tarigulis
a la vita, cussì ‘i la ciaparai in codessis
e la partarai intor dal siròc a comedani
i sfris enciamò viarts, e a dispetenȃ il fil dal mont.
Secondo

Secondo petalo
E i droni hanno attraversato la notte. / E le bombe hanno spezzato il cielo, / e steso le nuvole e fulminato / le rondini. A Gaza tutto è un rogo. / Brandelli di dio sparsi ovunque. / Tra un singhiozzo e un pianto, Aisha / mi racconta di sua madre e suo padre, / dei fratelli seppelliti dalle macerie / fumanti. Di lei, estratta a mani n**e / dopo tre giorni, dalle viscere putride / della Bestia. E poi il Campo sterminato / di tende in¬zuppate di sporcizia, / nel fango infinito dove le am¬bulanze / non riescono a passare. E poi la fame, la sete, / e la paura, la paura… / Mi sveglio tremante, su¬dato tra un singhiozzo / e un pianto. Da non riuscire a placarmi, / quasi soffocato da una vecchia paura. / Più tardi Margherita verrà a sedersi / sulle ginocchia, con la seta degli occhi mi asciugherà / le lacrime più gio¬vani e vorrà che le solletichi / la vita, così la metterò sulle spalle / e la porterò addosso allo scirocco ad ag¬giustarci / le ferite ancora aperte, e a spettinare l’oriz¬zonte.

Tiarsa fueuta
I lacais a van svelts il just
par li’ stradis dal mont, a san
ch’a no coventa cori pì di tant,
par rivȃ di nissuna banda.
Margherita ju ciapa in man par partaiu
di là da la stropa, in tal viart, dulà
che però a ris’cin di piardisi.
Cussì ju compagnin fin tal orli
dal fossàl a cunfìn cul ciamp da l’arba medica
e un par un a ju salùda cunt’un busson.
Se ch’i vin fat par piardi la ‘nocensa,
dulà si vinu dispiardut? E tropa lȗs
vinu strassat fin a svuarbassi, tai ciamps
da la scuretat?
‘I stai in zenoglon, sidìn, a viodi la vita
ch’a resist, ch’a no si rind, e ch’a ni clama
par non. In chel ch’i si sistemin il flurùt selest
ta l’orela, Margherita ridint a mi ciapa la man
par tornȃ viars ciasa, ‘i mi soi cuietat.

Terzo petalo
Le lumache corrono il giusto / per le strade del mondo, sanno / che non è necessario affrettarsi / per giungere da nessuna parte. / Margherita le raccoglie per por¬tarle / al di là della staccionata, nell’aperto, dove / ri¬schiano però di perdersi. / Così le accompagniamo fino al ciglio / del fosso a confine con il campo di erba medica / e una ad una le saluta con un bacio. / Cosa abbiamo fatto per perdere l’innocenza, / dove ci siamo dispersi? E quanta luce / abbiamo sprecato fino ad ac¬cecarci, nei campi / della tenebra? / Rimango in gi¬nocchio, silenzioso, ad osservare la vita / che si oppone, che non si arrende, e che ci chiama / per nome. Mentre aggiustiamo il fiorellino celeste al¬l’orecchio / e Margherita sorridendo mi prende la mano / per fare ritorno a casa, mi sono acquietato.

Le motivazioni della giuria.

Li’ fueutis di Margherita
Li’ fueutis (I petali) è un’opera di profonda sensibilità lirica, dove il tempo si fa metafora floreale attraverso i gesti della piccola Margherita. L’autore, mentre osserva questi gesti, riflette sulle nefandezze dell’uomo, delle guerre e le conseguenti sofferenze. Lo sguardo del poeta arricchisce il testo di una nostalgica tenerezza. Trasforma il suo vissuto in una riflessione universale sul senso della vita: è la piccola Margherita che, attraverso piccoli atti amorevoli e gesti semplici il sorriso e la mano che accompagna il poeta verso casa, la liberazione delle lumache, le carezze al fiorellino blu - restituisce alla poesia una dimensione di speranza, capace di opporsi alla distruzione e di unire le generazioni. Si crea così un legame potente con la natura e il ciclo vitale, simbolo della vita che resiste, della tenerezza che non si arrende, della pace che ancora può essere cercata e ritrovata. Anche quando il cielo trema, la poesia può ancora insegnarci a tornare verso casa. E il dialetto, la lingua viva della realtà, lungi dall’essere soltanto memoria di un territorio, acquista qui una assoluta universalità: conserva la concretezza della voce quotidiana e, nello stesso tempo, si fa lingua della commozione, del dolore e della pace.

Le poesie di Ireneo Gabriele Recchia (secondo premio)La fahulotte Lu lope pazzéje che’ l’ agnille, lu falecone pare nu h...
28/09/2026

Le poesie di Ireneo Gabriele Recchia (secondo premio)

La fahulotte
Lu lope pazzéje che’ l’ agnille,
lu falecone pare nu harzélle,
lu puverome réde i nen ze lagne.
Ma ò na fahulotte i cca sta ‘ppiagne,
le véde da llu pòse de llu fiore
che sfracchie lu stammucche, de dulore.
Fa feste lu ggeranie a lla luggiotte.
Lu pane frosche addore na lla mose
i sta lu puverome a mmina stose
a ppide de lla Croce; quanda bbotte,
la ruzze s’ à magnete chiuve i cûre,
rosce, la cordaspéne, fa paure.
Récche ò lla vocche, grosse le parole,
ma fàveze aresone chella longue:
ne je ne freche ninde se sta ‘nnongue
i lle cellétte casche a lla cajole.
Nen tô credenze, maje, lu puverome,
senza lu mmaste a da purtà la some.

La favoletta
Il lupo gioca con l’ agnello, / il falco sembra un cardel¬lino, / il povero ride e non si lagna. / Ma è solo una fa¬vola e che sta piangendo / lo vedi perché come il fiore / che schiaccia lo stelo, anche lui è schiacciato di dolore dal peso dei suoi problemi. / Il geranio fa festa sul ter¬razzino. / Il pane fresco odora nella madia / ma il po¬veruomo sta / ai piedi della croce, a mani stese; quante botte, la ruggine ha mangiato chiodi / e cuori ed il filo spinato, rosso, fa paura. / Ricca è la bocca, grosse le parole, / ma falso suona quella lingua: / perché non gli importa se sta nevicando / e gli uccellini cadono nelle trappole. / Il poveruomo, che non ha mai credito, / senza il basto deve portarsi il carico.

Manghe na parole
Ne arde ninde, manghe na parole,
dontr’ a llu fuculare de lla cocce.
La nibbie a stricce bbjinghe, so**ia socce,
à fracëchète tutte gna che ccole.
Le cippe i cippitille gna s’ appécce,
se manghe pije foche che’ lle récce?
Lu mare prote i rrone, à sfranechète!
Lu rése à scancellate da lla vocche
a lle pecéne, senza la velocche.
Lu monne, fije mô, ca s’ à grignète,
l’ addùseme da ll’ arie, a lle nenguicce,
che bbjinghe cchjì nne ò, ma gni la ficce.
Bbardisce a lla munnozze scaravùsce
i cerche na cannole, pe cambà.
Le cacanille ajùnese a rrubbà
lu fiate a lla facije e sse le sfrusce:
lu cavallone ‘arpuste la ranare,
ma fa pahire, angore, chellu mare.
I, fféje de sta terre, pire ti,
te sinde de prehà pe llu delore
(bianghe la lune, gni nu caulefiore!)
arembascète a ll’ àneme, ninnì,
de chélle che lle sunne sta a rreccoje,
a ppizzitille, dondre a lla pescoje.

Neanche una parola
Non arde niente, neanche una parola, / dentro al ca¬mino della testa. / La nebbia simile a stracci bianchi, cola dappertutto / e tutto marcisce. / Ed i rami e ra¬metti secchi (pensieri) in che modo possono accen-dersi / se neanche coi trucioli (piccole cose) prendono fuoco? / Il mare ha ridotto ai minimi termini sia le bar¬riere coralline (prote) che le spiagge (rone). / Il sorriso ha cancellato dalla bocca / dei pulcini (bambini rima¬sti) senza la chioccia (mamma). / Il mondo, figlio mio, che sia bacato / lo annusi dall’ aria, dal nevischio, / che non è più bianco, ma (sporco) come la feccia. / I ragazzi frugano nell’ immondizia (lasciata dall’ onda assassina) / e cercano una candela (una luce che li guidi) per cercare di andare avanti. / Questi piccoli e malnutriti (cacanille) si affrettano a rubare / il respiro alla falce (morte) (si affrettano a vivere) e cercano di godersela (se le sfrusce): / perché è vero che l’onda ha riposto la granata (è tornata tranquilla, non spazza più la spiaggia), / ma (è anche vero che) il mare fa an¬cora tanta paura. / E pure tu, figlio di questa terra, / senti in cuore il desiderio di pregare per l’anima, fa¬sciata di dolore, / di chi raccoglie, piccolo mio i sogni a pezzettini, / dentro il pantano della vita.

Lu sfraggèlle
Tammende a lla fenestre lu cascà
de lle foje. Lu verde cchjì nne strélle,
n’ze sende a ll’arie voce de harzélle,
la péche cchjì n’ze sende a cciaulijà,
la fratte a cciciarille ggialle i rrosce,
la nove aspette che’ llu pattarrosce.
Aheprese nu scarce i ttì ci-allusche
le cose annascunnate de lla véte.
Tanda vuléje, ggià, te s’à gneléte,
che’ lla fatéje pane cchjì n’d’abbusche,
addòsele la cocce lu delore
che, sembramì, stà ‘ccrosce na llu côre.
Crosce, attorne, l’addore de lla sore,
rosce de sangue arrote a chellu mare
che nglòttese la ggende, fije care,
che scappe, ca le sa, sennò se môre
de fame, pe lle bbomme u mmalatéje:
a ccocce i ccroce, tutte pe lle féje.
La n’ôme chieme huerre, stu sfraggèlle,
senza capà, accéde a vvotamazze.
Ma chi le fa, stà còmmete a ppalazze,
puverome armòttece la pelle.
Nisciune je la maje addummannate,
se stàssene a lla case u jé suldate.

La strage
Guardo attentamente dalla finestra il cadere / delle foglie. Il verde più non brilla, / nell’aria non si sente voce di cardellino, / non si sente più a vociare la ghiandaia, / la siepe piena di bacche rosse e gialle, / aspetta l’arrivo del pettirosso con la neve. / Ti viene in mente un ricordo e tu ci intravedi / le cose nascoste della vita. / Tanta voglia di fare in te si è raffreddata, / sei ormai in pensione, / con la ragione ascolti il dolore / che sempre più cresce nel tuo cuore. / Cresce intorno l’odore della sera, / sera rossa di sangue dietro quel mare / che fagocita tanta gente / che poverina scappa perché sa che altrimenti, o muore / di fame, o per le bombe o a causa di malattie. / Va alla ventura (testa o croce) tutto questo per il benessere futuro dei figli. / La chiamano guerra questa strage / che, senza scegliere, ammazza ovunque. / Ma chi la comanda non si espone, / mentre il poveruomo ci rimette la vita. / Nessuno ha mai chiesto a costoro / se avessero preferito non andare a combattere.

Le motivazioni della giuria

La poesia di Ireneo Gabriele Recchia trasforma il microcosmo di un intimo smarrimento nello specchio di una crisi globale e senza tempo. La denuncia delle grandi ingiustizie di un mondo degradato e ferino viene espressa in un dialetto aspro e materico, di straordinaria densità sonora, ricco di onomatopee, simbolismi cromatici e crude metafore cristiane che traducono in immagini potenti i temi del dolore, del martirio e della pietas verso i poveri e gli innocenti. Tali immagini di straziata visionarietà risaltano con particolare evidenza icastica nel componimento La fahulotte (La favoletta). La struttura metrica di classica compostezza amplifica il tono epico e l’anelito metafisico dell’opera.

27/09/2026

La poesia in dialetto «Uci» conquista il primo posto nella XV edizione. Premiazione a Fossalto, in Molise; il prossimo appuntamento

Le poesie di Grazia Scuderi, vincitrice del Concorso nazionale di poesia in dialetto Vie della memoria - Vittorio Monaco...
27/09/2026

Le poesie di Grazia Scuderi, vincitrice del Concorso nazionale di poesia in dialetto Vie della memoria - Vittorio Monaco, e le motivazioni della giuria

Uci
Uci di verra
I uci di li verri
su li stissi.
Chiddi di l’antichi
e chiddi d’oggi.
I lacrimi e i duluri
su li stissi.
Canciuni l’armi
ma i manu
su de figghi nostri.
U sangu
non si vidi
ma addulura
macari quannu
a carni
non è a to.

Voci
Voci di guerra
Le voci delle guerre/ sono le stesse. / Quelle dell’anti¬chità / e quelle d’oggi. / Le lacrime e i dolori / sono gli stessi. / Cambiano le armi / ma le mani / sono dei figli nostri. / Il sangue / non si vede / ma addolora / anche quando / la carne / non è tua.

Uci di luntanu
U me nomu su scuddanu tutti.
Non cantu cchiù.
Riposu
assemi all’ossa de cumpagni.
Matri mia
ca ancora aspetti
stanotti vegnu in sonnu
e ti rugnu requii.
Tu ricu alleggiu alleggiu
intra l’aricchi.
“A carni to non torna”.
Accarizzimi comu n’picciriddu
macari ca n’zonni
u sentu u stissu.

Voci dal passato
Il mio nome è stato dimenticato. / Non cantu più. / Ri¬poso / insieme alle ossa dei compagni. / Madre mia / che ancora aspetti / stanotte vengo in sogno / per darti pace. / Te lo dico piano piano / nelle orecchie. / “La tua carne non torna”. / Accarezzami come un bambino / anche se sogni / lo sento lo stesso.

A uci do ventu
A uci di stu ventu
na capisciu.
Ci ricu basta
e c’addumannu forti,
unnè a me casa
e d’arbureddu spogghiu
chiantatu a menzo tempu.
Uora i so ciuri
sù prumissa e fruttu.
U ventu
da me terra
iu u canunsciu.
Mi parra
comu n’frati
persu.
Nun sugnu sulu
mancu n’pizzu o munti.
Ma chistu
è ventu straniu
e comu l’omini
non mi sapi arrispunnire.

La voce del vento
La voce di questo vento / non la capisco. / Gli dico basta / e gli domando forte, / dov’è la mia casa / e l’al¬berello spoglio / piantato d’autunno. / Ora i suoi fiori / son promessa e frutto. / Il vento / della mia terra / io lo conosco. / Mi parla / come un fratello / perduto. / Non sono solo / neanche in cima ad una montagna. / Ma questo / è vento straniero / e come gli uomini / non mi sa rispondere.

Le motivazioni della giuria

Le voci che percorrono queste poesie, che siano “voci di guerra”, “voci del passato” o “la voce del vento”, portano con loro l’eco di un sentimento profondo e ancestrale che abbraccia non soltanto la storia della Sicilia, ma quella universale che accomuna l’umanità nei suoi momenti più critici, a cominciare appunto dalla guerra, in occasione della quale ci è permesso di percepire il sangue che «non si vede / ma addolora / anche quando / la carne / non è tua»; almeno in sogno, una madre può accarezzare il corpo del figlio che ha perduto (uno dei tanti nomi dimenticati dalla Storia), senza avere neanche la consolazione di seppellirlo: «Accarezzami come un bambino / anche se sogni / lo sento lo stesso»; in terra straniera, il vento, che nel paese natio aveva una voce amica e che portava con sé la dolcezza della natura, diventa invece incomprensibile, «e come gli uomini / non mi sa rispondere». Le poesie dell’Autrice sono metricamente scabre (tuttavia c’è un preciso dettato ritmico, fatto spesso di endecasillabi “nascosti”, distribuiti in più versi, come «U sangu / non si vidi / ma addulura / macari quannu / a carni / non è a to»), stilisticamente essenziali, ma la vivezza e la capacità evocativa delle immagini sono di grande impatto emotivo. Il dialetto ha una musicalità delicata, elegante, austera, nel pieno rispetto della tradizione di una terra che molto deve alla cultura classica, ma che, nel corso dei secoli, ha sviluppato una propria identità, anche linguistica, rispecchiando la visceralità di un popolo che attende ancora di essere ascoltato

Il comunicato sulla cerimonia di premiazione dei XV concorso nazionale di poesia in dialetto "Vie della memoria - Vittor...
27/09/2026

Il comunicato sulla cerimonia di premiazione dei XV concorso nazionale di poesia in dialetto "Vie della memoria - Vittorio Monaco".

È Grazia Scuderi, poeta catanese, la vincitrice della XV Edizione del Premio nazionale di poesia in dialetto VIE DELLA MEMORIA - VITTORIO MONACO, con la poesia “UCI” (voci). La Cerimonia di premiazione, svoltasi a Fossalto, in Molise, alla presenza di un folto pubblico, è stata aperta da Mimì D’Aurora, coordinatore del Premio, e dai saluti del sindaco Saverio Nonno e Marco Fusaro presidente della Proloco e dagli interventi di Carmine Ranieri segretario generale SPI CGIL Abruzzo Molise e Antonio Carrara per il Centro Studi Vittorio Monaco, in rappresentanza dei soggetti promotori del Concorso. Rino Caputo, professore emerito dell’Università Tor Vergata, ha ricordato l’opera di Eugenio Cirese, poeta e saggista illustre di Fossalto, a cui il premio quest’anno è dedicato. Il presidente della Giuria, professor Marcello Teodonio, ha condotto la fase vera della premiazione con la consegna dei premi e attestati a vincitori e finalisti e la recita in lingua originale, da parte degli autori, delle poesie premiate ed in italiano dall’attrice Tiziana Di Tonno. Marco Del Prete, Loredana Piselli, Andrea Giampietro, Marcello Marciani, Filomena Monaco, componenti della Giuria, hanno letto le motivazioni dei premi. Alla fine della cerimonia sono state distribuite copie dell’Antologia del Premio con le poesie di vincitori e finalisti della XV edizione, stampate grazie al contributo del Comune di Fossalto che ha consentito di riprendere una consuetudine interrotta dal terremoto dell’Aquila. L’appuntamento è al prossimo anno a Sant’Eusanio (CH) con il poeta Cesare De Titta.
Vincitori
Primo premio Grazia Scuderi, Catania, con la poesia “UCI” (VOCI)
Secondo premio Ireneo Recchia, Catignano (PE), con la poesia “La Fahulotte” (La Favola)
Terzo premio Francesco Indrigo San Vito al Tagliamento (PN), con la poesia
“I fueutis di Margherita” (I petali di Margherita)
Premio Speciale Giuria Renzo Iacobucci Como, con la poesia “Ru scafista” (Lo scafista)
Premio Città di Fossalto La Rocca Tiberio Subiaco (RM) con la poesia “Le ciele lendane” (Il cielo Lontano)
Premio SPI CGIL Territoriale Molise Ernesto Pietrella Zagarolo (RM) “L’urtimi dell’urtimi” (Gli ultimi degli ultimi)

Sulmona 27 settembre 2026

27/09/2026

Il saluto del Centro Studi e Ricerche Vittorio Monaco alla cerimonia di premiazione del XV concorso nazionale di poesia in dialetto Vie della memoria - Vittorio Monaco, svoltasi ieri, 26 settembre 2026 a Fossalto (CB).

Indirizzo

Sulmona
67039

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