30/09/2025
RICORDO DEL POETA ANTONIO DEL PIZZO
(Premio nazionale di Poesia dialettale “Vie della Memoria - Vittorio Monaco”, Lama dei Peligni, 27 settembre 2025)
In più di un’occasione, Antonio Del Pizzo (Lama dei Peligni, Chieti, 1896 - Ivi, 1987) è stato accomunato a Modesto Della Porta, di Guardiagrele, e a Domenico Stromei, di Tocco da Casauria; tutti e tre infatti, oltre ad essere poeti, erano artigiani: il primo sarto e il secondo, come Del Pizzo, ciabattino. Lo stesso poeta lamese, dedicando loro dei versi, li riconosce come “colleghi”; a Della Porta scrive:
«Modè’, tra nu sartore e nu scarpare / n’g’è ma’ passate granda differenze, / de l’une e l’andre lu destine è avare / e vanne ’nnanze a forze d’esperienze. // E quande l’une o l’andre, pe’ dilette, / vo’ ji cujjenne fiure tra le prete, / prime che pozza farne nu mazzette... / n’ha da sendì vrivuotte appartarrete!» 1,
mentre a Stromei: «Care Stromé, e già doppie culleghe, / tra me e te n’esistene segrete. / Ne n’zerve che t’acconde e che te spieghe / gna tra le scarpe nasce nu poete» 2.
Li accomunano certamente la determinazione da autodidatti e la natura sorgiva del loro talento, ma in quanto a stile sono assai diversi: Del Pizzo non ha l’ironia tagliente del poeta guardiese né la complessità della sua costruzione poetica, così come è lontano dal tono ampolloso dell’autore toccolano, il quale, non a caso, preferisce esprimersi non in dialetto ma in italiano aulico.
Figlio sfortunato della sua terra (resta orfano di padre all’età di otto anni ed è costretto ad abbandonare gli studi per seguire l’attività paterna, ossia quella di “scarpare” 3), Antonio Del Pizzo si dimostra poeta schiettamente popolare, capace di appropriarsi del metro endecasillabico (maneggia con scioltezza anche il senario ma soprattutto l’ottonario) sul ritmo del quale compone la sua cronaca di vita paesana, dissertando con ironia (in modo delicato e giocoso, mai salace) delle figure più bizzarre (gustoso il racconto di Pasquale che va a Roma a vedere il Papa 4 o di Fra Giovanni che prova disastrosamente a concupire Pasquarosa 5) ma anche delle notizie che gli arrivano dal mondo, come il pericolo della guerra atomica 6 e la costituzione dell’Unione Europea 7. Dedica un poemetto alla Grotta del Cavallone 8, così come scrive della Madonna dell’Altare di Palena 9 e dei numerosi paesi del circondario, come Torricella, Casoli e Alanno. Tuttavia è Lama dei Peligni la vera protagonista della sua opera
(«A n’angulitte sott’a la Majelle / vicine cchiù a lu ciele che a lu mare,
/ sta lu paese miè, pulite e bielle, / sopr’a nu liette di fiuritte rare» 10):
ne descrive la Chiesa dalla bella scalinata 11, il monumento ai caduti (sia in guerra che sul lavoro) 12, la festa di Carnevale 13 o il rito della Pupa in occasione della festa di Santa Barbara 14. Ma è attento anche ai momenti salienti della storia della sua terra, come quando scrive un appassionato componimento sulla Brigata Maiella, gruppo partigiano nato «pe’ cundrastà lu passe e lu nemmiche / che jeve semendenne strazie e morte» 15. A un tema a suo modo universale, come quello dell’emigrazione, che incide fortemente sull’Abruzzo, Del Pizzo dedica versi appassionati i quali, pur se carichi di patetismo, denotano delicatezza e genuinità:
«E quande Dì’ creétte la nature / fece l’Abbruzze belle e crapicciose; / mundagne n**e, spiazze de pianure, / vallate afunne e acque rumurose. // Perciò, de vine e pane, da l’andiche, / è state e reste scarza de razione! / E l’abbruzzese, come la furmiche, / cerche sullieve da l’emigrazione! // La mejja giovendù de casa nostre / sta nghi nu pede a ecche e une a loche!... / E gire, gire sembre, gne na giostre, / sinza sapè la sere addò fa fuoche!» 16.
Ai figli di Lama, spersi in chissà quale parte del mondo, egli augura di ritornare a casa almeno col pensiero:
«nghi lu pinziere arvièt’ne cacche volde / a lu paese tiè, dova si nate, / a risindì l’addore di li fiure / de la chiesette de la Mis’recordie / e di la chiese di Sanda Nicole! / A rivedè la piazze addò la sere / te devertive a fa “scarzabarrelle”!» 17.
Tuttavia, come scrive Ottaviano Giannangeli antologizzando Del Pizzo in Canti della terra d’Abruzzo e Molise (1958), «questo moderno trovatore sa serbare spesso per noi il fascino di una vena più segreta» 18. Infatti, in alcuni componimenti egli sveste i panni del canzonatore dei costumi paesani per dare spazio alla sua vena lirica, producendo dei “cammei” poetici in cui alla riflessione scherzosa si sostituisce la grazia della serenata (sempre con un retrogusto di amarezza). Penso ai versi di Mary:
«È quase scorte l’ojje de la spese / e lu stuppine scrizze ca s’armore. / So’ già passate tande primavere / e la speranze nen me lasse angore // de me te stregne ’mbiette pe’ na volde / e cojje tande rose da ’ssa vocche. / Ma, quande tu me vide e diè la volde, / la vene di lu core me se strocche!...» 19.
In Antonio Del Pizzo, dunque, è possibile trovare ancora oggi 20 un’espressione semplice e genuina del sentimento abruzzese ch’egli rappresenta con lo strumento apparentemente grezzo - in realtà levigato dalla finezza dell’intelletto e dalle macerazioni del sentimento - del dialetto. Una lingua, la sua, che si affida alla naturale musicalità della nostra parlata e che sa restituire, con la vitalità e l’estro dell’aedismo popolare, gli aspetti più intimi e schietti della nostra terra.
Andrea Giampietro
Raiano, 25 settembre 2025
1 Antonio Del Pizzo, Tra le botte de martielle, introduzione di Francesco Amoroso, Pescara, Edizioni Attraverso l’Abruzzo, 1971, p. 80.
2 Ivi, p. 77.
3 Al suo lungo e non facile apprendistato di ciabattino, egli dedica la poesia Lu destine miè (Ivi, pp. 21- 25).
4 Antonio Del Pizzo, Tra le botte de martielle, cit., pp. 113-117.
5 Id., Lu Palazze de le Fate ossia La Grotta del Cavallone, Guardiagrele, Tipo-Litografia Pascucci, 1978, p. 87.
6 Ivi, p. 55.
7 Ivi, p. 102.
8 Id., Trombone e la Grotta del Cavallone, Pescara, Centro Studi Abruzzesi, 1970.
9 Id., Lu Palazze de le Fate, cit., p. 91.
10 Id., Tra le botte de martielle, cit., 153.
11 Ivi, p. 47.
12 Ivi, pp. 56-57.
13 Ivi, p. 76.
14 Id., Lu Palazze de le Fate, cit., pp. 61-62.
15 Ivi, p. 23.
16 Ivi, p. 102.
17 Ivi, p. 59.
18 Ottaviano Giannangeli (a cura di), Canti della terra d’Abruzzo e Molise, Milano, Guido Miano Editore, 1958, p. 45.
19 Antonio Del Pizzo, Tra le botte de martielle, cit., p. 134.
20 Anche grazie alla recente pubblicazione della sua omnia poetica, curata dal nipote Giuseppe, e intitolata Una vita dedicata alla poesia ed alla musica (Penne, Arti Grafiche Cantagallo, 2012). Nel volume, realizzato col contributo del Comune di Lama dei Peligni, sono raccolti anche i testi e gli spartiti delle canzoni composte dal poeta lamese che fu, tra le altre cose, un’ottimo mandolinista.