Circolo AUSER “Monte Sperone” di Sospirolo

Circolo AUSER “Monte Sperone” di Sospirolo Durante l’anno organizziamo varie attività culturali e ricreative per i soci: viaggi culturali, pranzi e festeggiamenti mensili dei compleanni.

Il Circolo AUSER “Monte Sperone” di Sospirolo, costituito nel 1997, ha la sua sede presso le ex scuole elementari di Gron e, in data odierna, conta circa 119 soci parecchi dei quali collabora attivamente alle varie attività. La principale attività di volontariato è quella del “Filo d’argento” che consiste nell’accompagnare anziani o persone in difficoltà a visite mediche, terapie o anche a fare

la spesa. Altro servizio importante è quello dei “nonni vigile” in convenzione con il comune, che garantisce la sorveglianza agli alunni di elementari e medie tutti i giorni alla fine delle lezioni. Inoltre collaboriamo con altre associazioni, con la Biblioteca e con il Comune per l’organizzazione di serate, mostre e manifestazioni varie. Collaboriamo con il comune per la distribuzione dei pasti caldi agli anziani e sosteniamo un bambino tailandese con l’adozione a distanza
Abbiamo curato la pubblicazione di due libri: “I nonni e le nonne raccontando ci insegnano” e “Laorar no le sol fadiga”

Oggi il gruppo Alpini di Sospirolo ha festeggiato il sessantesimo  anno del sodalizio, che ha contribuito in maniera det...
31/05/2026

Oggi il gruppo Alpini di Sospirolo ha festeggiato il sessantesimo anno del sodalizio, che ha contribuito in maniera determinante alla vita sociale della comunità Sospirolese. Complimenti al capogruppo e tutti i soci e collaboratori per la bella manifestazione!!

30/05/2026
Programma Circolo AUSER “Monte Sperone” di Sospiroloapertura della sede di Gron per il mese di Giugno 2026presso la Casa...
30/05/2026

Programma Circolo AUSER “Monte Sperone” di Sospirolo
apertura della sede di Gron per il mese di Giugno 2026
presso la Casa della Associazioni

Anche oggi bellissima giornata in compagnia, grazie a tutti i partecipanti e un grazie e complimenti alle nostre ragazze...
03/05/2026

Anche oggi bellissima giornata in compagnia, grazie a tutti i partecipanti e un grazie e complimenti alle nostre ragazze della cucina!!

25 APRILE 2026Anche quest’anno abbiamo ricordato la data della liberazione dell’Italia dal dominio nazista, con la cerim...
29/04/2026

25 APRILE 2026
Anche quest’anno abbiamo ricordato la data della liberazione dell’Italia dal dominio nazista, con la cerimonia di commemorazione partendo dalla piazza di Sospirolo e la deposizione dei fiori ai caduti sul lavoro. La cerimonia e’ poi proseguita per il cimitero,con la deposizione dei fiori ai caduti in guerra,alla Brustolada con la deposizione dei fiori al cippo dei Partigiani Cappelli Renato e Da Lio Luigi impiccati dai tedeschi il 17 febbraio 1945,poi alla passerella del Peron, dove abbiamo incontrato la comunità di Sedico, con la deposizione dei fiori ai Partigiani Igino D’Incà e Francesco Da Gioz, anch’essi impiccati dai tedeschi il 17 febbraio 1945 e infine a Gena Bassa, con la deposizione dei fiori ai 5 abitanti di Gena, Riccardo, Marcello, Mario e Servilio Casanova e Angelo Balzan, barbaramente assassinati dai tedeschi 18 novembre del 1944.Come di consueto, ad ogni tappa si è tenuto un intervento sui temi che sono la base per una paese democratico: la pace, la libertà, la giustizia sociale,i diritti, l’uguaglianza, la democrazia, la partecipazione, il rispetto verso gli altri, il lavoro. Temi che erano cari anche al nostro caro Mario, che ci ha lasciato una eredità importante da portare avanti e che è stato ricordato in tutte le tappe della cerimonia.
Gli interventi della sindaca di Sospirolo Livia Cadore, di Renzo Crosato, Alba Barattin, Sara Viel, Fiorella Lovat,del sindaco di Sedico Christian Roldo e della consigliera provinciale De Pellegrin Donatella sono stati particolarmente toccanti e meritano di essere condivisi e a disposizione di tutti:

Renzo Crosato:

Buon giorno a tutti,
come tutti gli anni da molto tempo ci ritroviamo in questo giorno di aprile che simbolicamente rappresenta la fine della barbarie, del fascismo, della guerra e dell’incubo della dominazione nazista.
Innanzitutto vogliamo ricordare e ringraziare i partigiani che nel nostro territorio si batterono e le cui lapidi si trovano nella varie frazioni:
Mich, il ragazzo sudafricano caduto in combattimento alla passerella del Peron nel luglio 1944;
Fiorindo Garlet “Cinquantin” e De Donà Giovanni “Manica”, uccisi a tradimento da uno sbandato infiltrato nelle fila partigiane, il 12 febbraio 1945;
Renato Capelli “Dalle Donne” e Luigi Da Lio “Doriani”, impiccati dai nazisti alla Brustolada il 17 febbraio del 45;
Francesco Da Gioz “Checco” e Igino D’Incà “Faina”, impiccati dalle SS lo stesso giorno al Peron.
Tutti dopo essere stati atrocemente torturati nella caserma Tasso, sede della Gendarmeria nazista. Impiccati al cospetto di un pubblico di persone obbligate ad assistere. I loro corpi lasciati là, appesi per 24 ore.
A loro dobbiamo riconoscenza perché è a quelli come loro che dobbiamo se, a guerra finita, il nostro Paese poté non essere trattato esclusivamente come paese sconfitto, al pari della Germania di cui era stato alleato. E’ grazie al loro sacrificio che, al cospetto delle forze alleate vittoriose, le forze antifasciste poterono rivendicare il diritto morale che la rinascita dell’Italia fosse guidata dagli Italiani stessi.
Italiani che non tradirono la fiducia loro concessa e, messi in condizione di scegliere il loro futuro, decisero nel Referendum del 2 giugno 1946 che l’Italia doveva essere una Repubblica democratica ed elessero i rappresentanti di un’assemblea che portò, il 1° gennaio 1948, all’entrata in vigore della nostra Costituzione.
Certo, a distanza di quasi 80 anni, ci appare chiaro che alcuni del principi sanciti dalla Costituzione sono solo parzialmente rispettati; taluni obiettivi sono ancora lontani dall’essere raggiunti. D’altra parte sarebbe semplicistico pensare che il solo fatto di averli proclamati, quei principi, fosse sufficiente per raggiungerli. Proprio perché forzano l’esistente, la prassi secolare, quegli obiettivi suscitano resistenze conservatrici. Pensiamo a quanto cammino resta da fare per raggiungere la parità uomo-donna; per ottenere che a ciascuno sia corrisposto un salario adeguato; perché siano veramente rimossi i vari ostacoli che impediscono l’accesso universale a tutte le opportunità.
Ma la Costituzione è questo: è l’indicazione di un percorso, di una strada. Non è la bacchetta magica, ma ci indica il cammino dove andare.
E’ importante sapere dove andare. Quante volte, negli anni passati, ci siamo imbattuti in problemi, in crisi che rischiavano di compromettere la nostra vita sociale. Pensiamo al terrorismo degli anni 70, che rischiava di compromettere gravemente le nostre libertà, sotto la spinta di una stretta repressiva alimentata dagli attentati e dalle violenze. Fu la Costituzione a indicarci e a stabilire i limiti entro i quali andava circoscritta la necessaria azione di contrasto dello Stato nei confronti della minaccia terroristica, in modo che non venissero compromesse le libertà individuali dei cittadini. E il nostro Paese seppe così resistere alle svolte autoritarie che furono variamente tentate e che costituivano, tra l’altro, l’obiettivo stesso del terrorismo.
Possiamo dirlo: grazie alla Costituzione, e grazie a chi ci ha permesso di averla!
Ma possiamo anche dire: grazie agli Italiani di oggi, che un mese fa hanno dimostrato di saperla difendere dalla minaccia delle forze reazionarie attualmente al governo.
Una sola riflessione a questo proposito. Che la giustizia versi in gravi difficoltà è ben noto. I più fortunatamente si salvano perché non hanno a che fare con i tribunali. Ma a chi capita, e può capitare pur senza essere disonesti, si trova coinvolto in una via crucis senza fine, tra rinvii e lungaggini infinite. Ne risulta una diffusa, generale diffidenza verso la Magistratura; una diffidenza su cui la destra contava per far passare la riforma; una riforma che, senza minimamente intervenire sulle cause di quella inefficienza, che sono la mancanza di mezzi, di personale, di informatizzazione, aveva in realtà lo scopo di ridurre l’autonomia dei giudici e liberare il potere esecutivo da fastidiosi controlli.
Quei controlli, però, sono un pezzo fondamentale della nostra Costituzione, un mezzo volutamente pensato per limitare il potere di chi governa ed evitare derive autoritarie. Gli Italiani lo hanno capito e questo non può che rallegrarci, un segno di maturità che ci dà speranza.
Evviva la Costituzione, dunque, evviva la Resistenza, evviva gli Italiani! Sarebbe bello poterci fermare qui e fare festa. Come fecero i nostri nonni o genitori quel 25 aprile di 81 anni fa.
Ma possiamo?
Possiamo, di fronte a quello che è diventato il mondo?
Anche se il nostro Pese non è direttamente coinvolto in guerre, vediamo ogni giorno la devastazione, la distruzione di città, villaggi; i morti, le case che crollano, automezzi e palazzi inquadrati dalle telecamere dei droni o dei bombardieri e poi spazzati via, sbriciolati con le persone che contenevano. Forse in qualche caso erano ribelli o capi terroristi; ma molto spesso erano civili, uomini, donne, bambini. Un numero spaventoso di bambini.
E poi bombardamenti di scuole, di ospedali, stragi volute di soccorritori accorsi per portare aiuto. Popolazioni intere senza casa, senza più nulla, costrette a esodi infiniti. Territori resi sistematicamente inabitabili, dove non crescerà più nulla, dove ogni forma di vita è spazzata via per sempre. Il campionario di atrocità è senza fine; inutile insistere perché tutti intendete bene a cosa mi riferisco.
E allora sorge spontanea una domanda: perché? Come è possibile tutto questo, quali ragioni spingono l’umanità a distruggersi senza pietà, invece di cercare soluzioni pacifiche ai contrasti?
Una risposta che potrebbe forse tentarci è che la violenza è insita nella natura stessa, nel mondo animale, e dunque anche nell’uomo. Rassegniamoci, le cose sono così semplicemente perché è naturale, bisogna prenderne atto e accettare che il più forte prevalga sul più debole.
In realtà questa risposta non spiega niente. Intanto è semplicistico individuare nella legge del più forte il principio regolatore del mondo vivente; da Darwin in poi si è capito che il principio è invece quello della sopravvivenza del più adatto. Ma poi, venendo all’uomo, all’umanità, dovremmo allora ignorare che la speciale linea evolutiva che ci ha portato a diventare “homo sapiens” ci ha dotato di una facoltà unica, finora, tra le specie, quella della coscienza, una facoltà sulla base della quale abbiamo elaborato una scala etica; in poche parole, abbiamo diviso il bene dal male?
Accettare l’ineluttabilità delle guerre equivale a rinunciare a giudicare le cose del mondo in base a una scelta di valori che distinguono il bene dal male; quella stessa scala di valori che riteniamo invece indispensabile nella nostra vita individuale e sociale, che regola i nostri comportamenti, che ci induce ad amare e ci trattiene dal fare del male.
Nelle ultime settimane, con sullo sfondo sempre presente la devastazione di Gaza e la tremenda condizione del popolo palestinese, abbiamo assistito all’attacco dell’America di Trump all’Iran e all’invasione del Libano da parte di Israele. Poco prima c’era stata la destituzione e il rapimento di Maduro in Venezuela.
Per brevità sorvolo sulle penose giustificazioni avanzate: la bomba atomica, la liberazione del popolo iraniano o la sicurezza di Israele; come sui dubbi sulla salute mentale di Trump o sui sospetti che sia manovrato, o ricattato da Netanyahu. Fatto sta che la denuncia della violazione del Diritto internazionale è stata talmente generale che persino Giorgia Meloni l’ha dovuta ammettere. E allora? niente, si prende atto e tutto come prima! Immaginate l’effetto se venisse eliminato il Codice della strada: nessuno direbbe che si può ti**re avanti lo stesso.
Invece violare il Diritto internazionale non è ancora un motivo sufficiente per prendere una posizione netta. No, semplicemente il nostro governo non partecipa ma non condanna. Non giudicare, non prendere posizione, tenere i piedi in tutte le staffe, si capisce bene il perché: per cercare di trarre vantaggio dalla vicinanza politica con lo squilibrato della Casa Bianca. Fino all’epilogo, quando non potendo evitare la solidarietà al Papa, Meloni ha visto in un attimo crollare il castello di carte dello speciale rapporto col presidente americano. Che pena!
Non giudicare, non prendere posizione, non fa per noi.
Al contrario, giudicare è necessario, non perché ci si ritenga superiori, ma perché distinguere il bene dal male è il primo passo per risolvere i problemi. Possiamo farlo perché disponiamo di una scala di valori affidabile. E’ la nostra Costituzione che all’art. 10 stabilisce che “l’Italia si conforma alle norme del diritto internazionale” e all’art. 11 “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
E’ per questo che diciamo con chiarezza che condanniamo l’attacco scatenato dagli Stati Uniti contro l’Iran, così come la devastazione di Gaza, la persecuzione dei Palestinesi in Cisgiordania e l’invasione del Libano.
E mentre diciamo così non ignoriamo affatto né che l’Iran è governato da un regime che reprime ferocemente ogni dissenso, né che lo stesso regime ha sempre giurato di voler distruggere Israele e che la sua pretesa di dotarsi di armi nucleari è inaccettabile e deve essere impedita. Come non dimentichiamo l’attacco disumano del 7 ottobre da parte di Hamas, né i razzi con cui Hezbollah bombarda Israele. Nei confronti di tutto questo il nostro giudizio è ugualmente netto e di condanna.
Ma le guerre non solo non risolvono questi problemi, ma li aggravano ancora di più scavando solchi di odio. Le radici di queste ostilità sono profonde: risalgono al modo superficiale e frettoloso con cui il mondo intero, e all’interno di questo il nostro Occidente, hanno creduto di rimediare alla catastrofe della Shoah. Tornare indietro non si può, però si può operare affinché gli squilibri che si sono determinati vengano corretti. Non sarà facile, ma non ci sono alternative. E’ solo restituendo autorevolezza agli organismi sopranazionali, innanzitutto l’ONU, che si possono sminare le tensioni e trovare soluzioni che riconoscano i diritti di tutte le popolazioni di quell’area e rendano possibile una coesistenza pacifica.
L’augurio che faccio è che l’Italia sappia darsi un governo che operi in questo senso, che condanni senza ambiguità il ricorso alla guerra e che contribuisca attivamente alla costruzione di un’Europa capace di esercitare un ruolo attivo e di avanguardia nella ricostruzione di un ordine internazionale basato sulla pace.
Tutto questo senza alcun senso di superiorità, ma anzi consapevoli della corresponsabilità storica che portiamo come Europei e come Italiani, ma anche della lezione che abbiamo imparato dai nostri errori e che è magnificamente condensata nella nostra Costituzione, frutto della Resistenza.

Alba Barattin:

TINA ANSELMI per il 25 APRILE 2026
Nel decennale della morte
Testo letto davanti al monumento ai Caduti nel cimitero di Sospirolo
In questo luogo sacro alla comunità di Sospirolo, vicino a questo monumento che porta incisi i nomi dei caduti per causa di guerra, qui riuniti oltre ogni ideologia e ogni schieramento di parte, oltre ogni scelta fatta o subita durante l'esistenza, vogliamo ricordare oggi – nel decennale della sua morte – una nobile figura di donna, espressione della nostra terra veneta e di quei principi e valori che oggi, 25 aprile Festa della Liberazione, intendiamo confermare e testimoniare.
Mi riferisco a Tina Anselmi da Castelfranco, scomparsa nel 2016 e sempre troppo poco ricordata.
Fin da giovanissima e per tutta la sua vita, Tina Anselmi, cattolica democratica, seppe coniugare la fede religiosa con uno strenuo amore per la giustizia e la libertà, principi che vedeva perfettamente espressi nella Carta Costituzionale. Fu staffetta partigiana per la brigata autonoma “Cesare Battisti” e per il comando regionale veneto del Corpo Volontari della Libertà dal settembre 1944 a fine guerra, e sempre rivendicò la sua esperienza nella Resistenza come evento decisivo per la sua crescita personale e per le sue scelte politiche.
Finita la guerra, fu insegnante elementare e sindacalista accanto alle filandine (le operaie dei setifici della sua provincia, quella di Treviso); divenne poi deputata nelle file della Democrazia Cristiana. Fu la prima donna ad essere nominata ministro nella storia della repubblica italiana e in tale veste firmò leggi fondamentali per il nostro Paese, come quella che nel 1978 istituiva il Servizio Sanitario Nazionale. Nel 1981 accettò di presiedere la Commissione Parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, la più pervasiva, potente, pericolosa associazione segreta, capace di sovvertire le sorti del nostro Paese.
Sempre Tina Anselmi si pose a sentinella della democrazia, sempre si batté perché la Costituzione si compisse, si attuasse concretamente. Pagò il proprio impegno e la propria coerenza con l'emarginazione politica e poi con il silenzio degli ultimi anni.
Le parole di Tina Anselmi dalla sua autobiografia, Storia di una passione politica,
Chiarelettere 2023
“La cosa più giusta che possiamo fare è testimoniare, è ricordare [ai giovani] che la democrazia è un regime difficile da vivere, ma è l'unico in grado di garantire la libertà e la dignità di ciascuno di noi.
Dobbiamo essere fedeli alla democrazia, perché non è un sistema politico in cui ci si adagia: dobbiamo sceglierla ogni giorno.
Il rischio non è tanto non voler scegliere, quanto non sentire l'esigenza di scegliere. Questo avviene se non avvertiamo che i valori nei quali crediamo sono messi in pericolo. Ma poi, quando qualcosa provoca un momento di rottura, si scopre che la realtà è differente da quella che si conosceva. Tragicamente differente.
La democrazia è molto esigente con chi non partecipa direttamente alla vita politica: anche a noi - dunque - chiede un'assunzione di responsabilità personale, non ha bisogno di cittadini disimpegnati, perché la marginalità è pericolosa e quella dei giovani, soprattutto, pericolosissima.
Il mio rifiuto ancora oggi dell'evasione (queste parole sono del 2006, alla soglia degli 80anni), la mia voglia di esserci e di partecipare mi vengono imposti non solo dalla mia coscienza, ma dalla consapevolezza che noi che siamo stati i testimoni – i pochi ancora in vita tra noi – dobbiamo raccontare ciò che abbiamo vissuto. Se non lo facessimo, se considerassimo del tutto superate quelle espressioni politiche, quelle posizioni culturali contro le quali ci siamo battuti, compiremmo un grave errore. Il nostro sarebbe un arbitrio. Dobbiamo testimoniare per creare le condizioni politiche perché il passato non risorga nei suoi errori, nei suoi orrori.
Certo gli aspetti politici non vanno ignorati. Ben vengano i distinguo tra democrazia e fascismo, i chiarimenti sulle forme di governo, sul ruolo dei partiti, ma è importante che vi sia un tessuto sociale coeso, un riconoscersi simili, come appartenenti alla stessa storia. E questa unità costruita sul rispetto delle differenze è una delle eredità più forti della Costituzione nata dalla Resistenza. Che non ha bisogno di ritocchi, non ha bisogno di lifting.
A tutti coloro che si affannano nell'opera di revisionismo storico, vorrei dire che c'è un modo giusto di pretendere il rispetto di tutti i morti senza distinzione di fede politica (e senza per questo tralasciare il giudizio di condanna della Storia per coloro che hanno creduto nella mostruosità del nazifascismo e hanno sperato nella sua vittoria). Il modo giusto è quello di rispettare la Costituzione nata dalle ceneri della guerra e dalla lotta partigiana, da quei giorni di dolore, di sacrificio, di lutto degli Italiani.”

Fiorella Lovat:

IL 10 MARZO 1946 le donne italiane votarono per la prima volta alle amministrative
segnando la nascita del suffragio universale e della democrazia mnoderna in Italia-
Quest'anno quindi ricorrono gli 80 anni di questa storica conquista.
E oggi, con la ricorrenza del 25 aprile, vogliamo ricordardare e omaggiare le donne
della resistenza che in tanti modi hanno contribuito a raggiungere questo importante traguardo.
Diceva TINA MERLIN, partigiana: Uomini politici storici, scrittori hanno definito la guerra partigiana una guerra di popolo. In questa stessa definizione è racchiuso e sintetizzato l'apporto che le donne, come parte del popolo, hanno dato alla resistenza. Ciò si è verificato anche nella provincia di Belluno dove il movimento partigiano non avrebbe potuto svilupparsi, forte ed organizzato, senza l'apporto determinante della solidarietà popolare, perciò delle donne.
L8 settembre del 43 si impose una scelta, se restare con Mussolini o entrare nella resistenza oppure restare nell'ombra in attesa dell'evolversi degli eventi.
Anche le donne sono chiamate a decidere e allora via di corsa, con la bicicletta o a piedi conegnando dispacci, disposizioni, generi alimentari , si*****te. Fare la staffetta significava percorrere le strade della provincia, affrontando, oltre al pericolo di essere
scoperte, anche il freddo, la neve, la pioggia, i rigori dell'inverno riparate a malapena da abiti semplici.
E per molte donne la casa, il luogo sicuro per eccellenza, diventava pubblico o poteva diventarlo. Molte quindi mettevano a disposizione la loro casa per le riunioni clandestine, per un punto di appoggio o un punto di passaggio, o un piccolo ospedale.
Nel giorno della liberazione, 1 maggio 45 l'arrivo degli alleati e partigiani a Belluno, si coglie il senso liberatorio mettendosi in posa per una foto di gruppo del momento prima di smobilitare, momento che le partigiane sembrano interpretare come conquista anche di una libertà personale.
Concudendo riporto ancora una considerazione di Tina Merlin:” le donne della resistenza hanno aperto la via dell'emancipazione femminile, ma sta soprattutto alle donne di oggi raccogliere la loro eredità e portarla avanti per far avanzare la società in cui esse sono una parte preponderante sulla strada del progresso civile ed umano”
Credo sia un pensiero molto attuale.

Sara Viel:

OLTRE IL FUMO DI GENA: IL CAMMINO DELLE DONNE VERSO L’ALBA DELLA LIBERTA’
Il 18 novembre 1944, in una Gena Alta sommersa dalla neve e stretta dal gelo, si consumò una delle pagine più drammatiche della Resistenza bellunese. Verso le nove del mattino, un reparto di circa 30 soldati tedeschi raggiunse il borgo. Gli uomini del paese, per evitare di essere scambiati per partigiani in fuga, decisero di restare e farsi trovare impegnati nelle faccende quotidiane. I soldati radunarono l'intera popolazione all'aperto. Mentre donne e bambini venivano tenuti sotto tiro, i tedeschi divisero gli uomini in due gruppi: cinque uomini furono incaricati di condurre il bestiame a valle, verso Mas di Sedico, altri cinque (Servilio, Angelo, Marcello, Riccardo e Mario) furono costretti a fare da guide verso il Cogol de la Lorezza, dove i tedeschi sospettavano si nascondessero i partigiani. Arrivati al rifugio, i soldati trovarono solo braci calde: i partigiani erano già fuggiti. La furia nazista esplose immediatamente con l'uccisione sul posto di Mario Casanova.
Nel pomeriggio, i restanti quattro ostaggi furono riportati in paese, dove assistettero impotenti al saccheggio delle loro case. Dopo aver rubato viveri e attrezzi, i soldati diedero fuoco all'abitato di Gena. Verso le 17:00, mentre l'incendio divampava, Angelo, Marcello, Riccardo e Servilio vennero fucilati contro un muretto a secco.
I corpi furono recuperati tra il 19 e il 20 novembre tra le rovine del paese e i boschi circostanti. I funerali si tennero il 22 novembre a Sospirolo, celebrati dal vescovo mons. Bortignon.
Oggi, le cinque vittime — Angelo Balzan, Marcello, Servilio, Riccardo e Mario Casanova — riposano insieme in una tomba comune nel cimitero di Sospirolo, a memoria del sacrificio della comunità di Gena.
Il 18 novembre 1944, mentre le fiamme divorano le case di Gena Alta e le armi spezzano le vite di padri, figli e fratelli, per le donne radunate in quel prato sotto la minaccia dei fucili sembra che il mondo sia finito.
In quel momento di terrore puro, tra le grida dei bambini e l’odore acre del fumo, è impossibile scorgere l'orizzonte. Non c’è spazio per la speranza: c’è solo il gelo della neve e il vuoto lasciato da chi non sarebbe più tornato.
Eppure, proprio tra quelle macerie e in quel silenzio imposto dalla violenza, sta germogliando il seme di una resistenza silenziosa e tenace.
Se l’anno scorso abbiamo celebrato la Scuola come fondamento della coscienza, quest’anno il nostro sguardo si rivolge a un traguardo che ha cambiato per sempre il volto della nostra nazione: il diritto di voto alle donne.
È commovente pensare che a meno di due anni da quell'eccidio, quelle stesse donne che avevano visto Gena bruciare sono state chiamate a decidere il destino dell'Italia.
Il 1944 è stato l'anno del buio, della privazione e della negazione di ogni diritto umano.
Il 1946 diventa l'anno della parola, del gesto che rompe il silenzio: la matita tra le dita per tracciare il futuro.
Ricordare il voto alle donne nel contesto della strage di Gena significa onorare la resilienza femminile. Le donne di Gena non sono state solo testimoni passive della tragedia; sono state le custodi del dolore e, successivamente, le ricostruttrici morali e materiali di una comunità ferita. Passare dal ruolo di "ostaggi" a quello di "cittadine" è stata la più grande vittoria contro chi, in quel freddo novembre, voleva annientare la loro dignità.
Mentre ricordiamo, festeggiamo la Liberazione, dobbiamo riconoscere che la nostra libertà non è stata "ritrovata" solo con la fine delle ostilità, ma è stata "compiuta" impugnando quella matita, quando ogni voce ha avuto finalmente lo stesso peso.
In quel prato di Gena Alta, nel 1944, le donne non avevano voce. Due anni dopo, portando nel cuore il ricordo di Mario, Angelo, Marcello, Riccardo e Servilio, quelle donne camminarono verso le urne. Ogni loro voto era una risposta a quella violenza, un'affermazione, un Sì potente, che ci sarebbe stata, dopo tutto, una nuova alba.

Sindaco Christian Roldo:

Cittadine e cittadini, autorità, rappresentanti delle associazioni d’arma e partigiane,
ci ritroviamo oggi qui, al Peron presso la passerella , un luogo in cui il nostro silenzio pesa più che le nostre parole. Siamo su una terra che ha raccolto il sangue di uomini giovani, uomini che hanno fatto una scelta estrema in un tempo in cui scegliere forse era l’unico modo per restare umani.
Francesco Da Gioz, Igino D’inca e Mich che qui commemoriamo, non hanno combattuto per una gloria personale, né per vedere il proprio nome scolpito nel marmo qui dietro di noi. Francesco, Igino e Mich hanno combattuto per un’idea. Il loro è stato un sacrificio più alto:
hanno lottato per un’alba che non sono riusciti a vedere.
Hanno donato la loro vita per una libertà che non hanno mai potuto assaporare, per un’aria democratica che non hanno mai potuto respirare
É giusto però ricordare, come mi ha sempre evidenziato il mio Professore Diego Cason, ma che oggi dopo tanti anni posso chiamare amico, che la Resistenza non fu un blocco monolitico, né il riflesso di un’unica ideologia.
Tra le file partigiane, e proprio tra gli uomini che qui al Peron e in tutte la frazioni dove oggi abbiamo deposto fiori e
corone hanno sacrificarono tutto, c’erano anime diverse, talvolta contrapposte.
C’erano si operai ma anche intellettuali, cattolici ma anche comunisti, c’ erano azionisti, socialisti e liberali.
C’erano militari che non avevano voluto piegarsi al disonore e contadini che, con coraggio silenzioso, offrivano rifugio e pane.
Erano uomini e donne che parlavano linguaggi politici differenti e che immaginavano l'Italia del futuro in modi diversi, talvolta scontrandosi anche aspramente sulle visioni del domani.
Tuttavia, ebbero la grandezza di comprendere una verità fondamentale: non poteva esserci confronto, non poteva esserci politica, non poteva esserci futuro senza prima abbattere il muro dell'oppressione.
La loro diversità non fu un limite, ma la più grande ricchezza della Resistenza.
Il loro obiettivo comune fu il terreno fertile su cui è germogliata la nostra Costituzione, che è e che deve rimanere, per sua natura, un mosaico di identità diverse unite dal rifiuto della violenza e del totalitarismo.
Oggi, in un tempo che tende a dividerci in fazioni sempre più piccole e chiuse, l'esempio di 81 anni fa ci insegna che si può essere diversi negli ideali ma uniti nei valori fondamentali. Ci insegnano che la libertà non appartiene a una parte politica, ma è il pre-requisito necessario affinché ogni parte possa esistere ed esprimersi.
Rispettare il loro sacrificio significa dunque proteggere questo spazio comune, dove la diversità è un valore e mai un motivo di discriminazione.
Non potremmo parlare di Resistenza, né oggi potremmo dirci pienamente liberi, senza volgere lo sguardo al ruolo straordinario e per troppo tempo rimasto nell'ombra delle donne.
Le donne non furono semplici spettatrici o assistenti. Furono protagoniste assolute. Furono le staffette che percorrevano chilometri a piedi o in bicicletta, sfidando i posti di blocco con i documenti segreti o le armi nascoste nelle sporte della spesa. Furono le organizzatrici degli scioperi nelle fabbriche, le infermiere nei casali di montagna, le madri che proteggevano i figli e, allo stesso tempo, i figli degli altri.
Il 25 Aprile è anche la festa di queste donne che hanno saputo essere forti nel silenzio e audaci nel pericolo.
A noi, oggi, spetta il compito non solo di ricordare le loro gesta, ma di chiederci se siamo degni di quel sacrificio. la libertà si difende con la fermezza, ma si costruisce con la solidarietà perché la libertà non è una conquista definitiva, ma un esercizio quotidiano di responsabilità.
Libertà oggi …. cosa significa … cosa la minaccia … il pericolo più subdolo che minaccia oggi la nostra libertà non è forse il volto della violenza esplicita, ma quello, più silenzioso e raggelante, dell'indifferenza.
"L'indifferenza è più colpevole della violenza stessa".
È quel atteggiamento passivo diffuso, quotidiano e anestetizzante del
"girarsi dall'altra parte"
è quel vedere ma non guardare
quel udire ma non sentire…...
Questo quando consideriamo la cosa pubblica come qualcosa che non ci riguarda, quando chiudiamo gli occhi davanti alle ingiustizie sociali o quando pensiamo che la nostra libertà sia un fatto privato, scollegato dal destino di chi ci cammina accanto.
I partigiani che morirono su questi territori fecero l'esatto opposto: scelsero di non restare a guardare.
In un'epoca in cui sarebbe stato più facile e sicuro sopravvivere nell'ombra, nell'attesa che la tempesta passasse, loro decisero di esporsi anche se rompere il guscio dell'indifferenza costò loro la vita.
Chi si volta dall'altra parte oggi, in fondo, tradisce il sacrificio di chi allora decise di guardare il male dritto negli occhi per sconfiggerlo. Non possiamo permetterci il lusso della neutralità quando sono in gioco i valori della convivenza e della memoria. Essere cittadini significa, prima di tutto, partecipare e avere cura.
La memoria non può essere solo una corona d'alloro deposta una volta l'anno. La memoria è un muscolo che va allenato, un cantiere sempre aperto. Senza lo studio, senza la ricerca storica, il ricordo sbiadisce in retorica e la storia rischia di ripetersi sotto altre forme.
Proprio per questo, permettetemi in questa giornata di fare una breve riflessione su quanto sta accadendo alle istituzioni che della memoria sono i custodi scientifici. Mi riferisco in particolare all'ISBREC (Istituto Storico Bellunese della Resistenza e dell'Età Contemporanea).
Recentemente, siamo stati raggiunti dalla notizia del rischio concreto che l'Istituto venga privato di parte del suo personale distaccato dal Provveditorato agli Studi.
Personalmente credo che togliere personale all'ISBREC significa indebolire il legame tra la storia e le scuole e significa rendere più difficile il lavoro di catalogazione e divulgazione che permette ai nostri giovani di capire perché oggi sono liberi.
Mi avvio alla conclusione del mio intervento riflettendo proprio sui giovani…… poco presenti anche oggi.
E con preoccupazione che oggi guardiamo ai nostri giovani, eredi di una libertà che oggi diamo per scontata. Viviamo in un’epoca complessa, segnata da un disagio crescente che spesso non trova parole per essere espresso.
È un senso di smarrimento che nasce dalla precarietà del futuro, ma anche da una crisi di valori che sembra svuotare di significato l’impegno civile.
Per chi è nato oggi, la libertà appare come l’aria che respira: qualcosa di scontato, di dovuto, quasi un rumore di fondo. Ma la libertà non è un bene ereditato una volta per tutte; è un fuoco che va alimentato, altrimenti si spegne sotto la cenere dell'apatia.
Ai ragazzi di Sospirolo, di Sedico e di tutta la nostra provincia diciamo: non lasciatevi convincere che nulla può cambiare o che l’egoismo sia l’unica via per difendersi. Il disagio che provate non si cura con l'isolamento, ma con la partecipazione.
Auspichiamo che nascano nuovi "partigiani del presente": giovani capaci di ribellarsi alla dittatura dell'apparenza e delL’INDIFFERENZA.
Abbiamo bisogno di ragazzi che sappiano far propri i valori di chi cadde qui al Peron e che abbiano il coraggio di "contagiare" i propri coetanei con l'entusiasmo della responsabilità.
La sfida peri giovani oggi non è certo imbracciare un fucile, ma imbracciare la consapevolezza per essere le sentinelle di questa libertà.
Siamo giunti al termine di questo momento di raccoglimento, ma il nostro dovere non si esaurisce con la fine di questa cerimonia. Lasciando questo luogo, dobbiamo portare con noi un impegno preciso. Non possiamo permettere che i nomi di chi è caduto qui diventino semplici echi in Val Cordevole. Onorarli significa oggi battersi perché la cultura non venga sacrificata sull'altare della burocrazia; Significa rifiutare l'apatia e il "girarsi dall'altra parte" di fronte alle nuove ingiustizie.
A Giovani qui presenti dico: non abbiate paura di essere diversi, di avere valori, di credere in qualcosa che superi l'orizzonte del vostro telefono. La libertà che oggi vi sembra scontata è costata la vita a ragazzi che avevano la vostra stessa età e i vostri stessi sogni, ma che non hanno avuto il tempo di vederli realizzati.
Oggi, qui noi tutti, rinnoviamo il nostro patto di cittadinanza. Che il ricordo di questi sacrifici ci dia la forza di restare umani, restare vigili e, soprattutto, restare liberi. Che il loro esempio ci guidi non solo nelle celebrazioni, ma nelle scelte che compiamo ogni giorno come amministratori e come cittadini.
viva il 25 Aprile, viva la Costituzione, viva l’Italia

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Sospirolo
32037

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