26/10/2024
Non aveva senso essere brevi:
Il teatro per come lo conosciamo “nasce” se così si può dire nel tempo e nei luoghi dove si gettavano le basi della democrazia e dello “spazio pubblico”.
Ecco perché è strettamente legato a queste duce cose, ripetiamocelo: democrazia e spazio pubblico.
La sua funzione, da sempre, era quella di permettere alla comunità di rappresentare sé stessa così da osservarsi, da riconoscersi, da criticarsi.
Magari con un sorriso, magari con la satira, magari con leggerezza, ma il teatro è da sempre lo strumento con cui il cittadino guarda in faccia alla sua città.
E’ diventato “anche” intrattenimento durante le guerre del secolo scorso; quando occorreva distrarre le truppe al fronte da tutta la morte che incontravano, ridere in maniera liberatoria e cancellare il pensiero delle proprie responsabilità. Il teatro non nasce come intrattenimento; nell’intrattenimento trova una deformazione voluta dal potere. Da teatro è diventato spettacolo; da visione è diventato esteriorità.
Se ci pensate la parola “intrattenimento” è una parola orrenda e che applicata al teatro è stato strumento delle grandi dittature.
Intrattenere ha a che fare con il “tenere fermi”; si intrattengono i bambini per evitare che nella loro libertà senza regole ti sfascino casa; il riso ed il pianto che nascono dall’intrattenimento sono emotività pavloviane.
Si ride e si piange perché da folla e non da individuo; si applaude per dare un senso all’abito elegante che abbiamo deciso di indossare, si ride e si piange perché quella sera “siamo di turno” e ricerchiamo il consenso degli altri che sono di turno con noi. Tutto questo, ovviamente, inconsapevolmente. Se siamo mossi dal desiderio di non applaudire o di contestare quello che vediamo, ci sentiamo in colpa, fuori luogo, spesso ci censuriamo.
Applaudiamo a salve.
Malgrado questo però, il teatro, che sopravviverà a noi ed all’essere usato come strumento di distrazione, ha comunque un peso sul mondo; come l musica, la letteratura, la fotografia, l’arte in genere.
Non è mai “indifferente” il suo impatto sulla comunità; il teatro e la sua mortificazione agiscono comunque allo stesso modo.
E su cosa agiscono?
Il teatro, l’arte in genere ma il teatro di più per la sua natura che ho provato a raccontare, contribuisce a costruire l’immaginario del mondo in cui ci muoviamo.
Non ne può fare a meno e noi non possiamo essere immuni.
Ed allora il cattivo teatro fa male alla città; e, se tutti gli attori avessero metabolizzato l’Apologia di Socrate di Platone, saprebbero che solo uno sciocco può cercare di cambiare in male la stessa comunità in cui vive.
Che immaginario restituisce uno spettacolo costruito attorno ad una persona nota, di successo, molto spesso proveniente dalla televisione?
Ci racconta che è normale per notorietà (che non ha niente a che fare con la competenza, che può esserci o non esserci) avere accesso a dei privilegi, al ruolo certo di protagonista, e per traslazione ad un ruolo leader nella propria comunità. La notorietà gli da il diritto di avere compensi estremamente più alti rispetto a quelli di chi, accanto, fa lo stesso lavoro; ad esempio, ed tutto questo viene considerato normale. Che abbia il nome più grande in manifesto, rispetto agli altri che lavorano accanto a lui, ed è considerato normale. Questo racconta.
Cosa racconta una stagione teatrale fatta tutta di spettacoli così?
Che immaginario del mondo contribuisce a costruire?
Che immaginario contribuisce a costruire un teatro in cui gli spettacoli, senza celebrità, vengono magari rinchiusi in una stagione collaterale, con meno finanziamenti, messa da parte?
Per traslazione che i meno “noti” hanno accesso ai diritti solo a partire dagli avanzi delle celebrità. Perché sappiatelo, così si fanno molte stagioni teatrali.
Cosa racconta una stagione teatrale che si promuove, alla sua apertura, con l’esaltazione del lusso, della mondanità, del personaggio pubblico che ha oramai fagocitato la persona che gli sottende dando in pasto alla comunità tutto il gossip del mondo, tutto il proprio privato? Che immaginario contribuisce a costruire?
Artisti, direttori artistici, produttori, organizzatori hanno una profonda responsabilità politica nei confronti della comunità; forse più grande di quella di chi è eletto per prendersi cura della città, perché l’artista non è eletto da nessuno, si elegge da solo, risponde ad una vocazione.
Quando allestisco uno spettacolo mi pongo umilmente davanti questa responsabilità.
Quando faccio una direzione artistica mi premuro di scegliere spettacoli che nutrano la comunità, che la interroghino, anche tra una sanissima risata e l’altra, ma che contribuiscano a destrutturare l’immaginario squallido di questi tempi che troppo “teatro” o presunto tale si limita a rinforzare per costruirne uno più umano.
Scelgo ad esempio artisti che siano persone e non personaggi.
E lo faccio tre volte con più cura e parsimonia quando mi viene chiesto di spendere soldi “pubblici”; perché quei soldi pubblici per me sono fondamentali come quelli che vanno spesi per la sanità pubblica, ad esempio. E lo spreco è un crimine, in questo momento.
E tutto questo è faticoso farlo nel piccolo delle mie possibilità, pagando personalmente con fatica, assieme a manciate di colleghi, questo tenere in vita un teatro che sia tale che svolga ancora la sua funzione sociale, che abbia un senso.
Perché ritrovarsi in un teatro senza che ci sia del teatro è uno spreco, un crimine.
Fa male alla comunità, fa male alla città. Non si può esserne “indifferenti”.
Che si faccia dei teatri qualcosa di più utile, ad esempio ci si ospiti chi non ha dimora, piuttosto che riempirli di un niente che la città inevitabilmente respirerà.
Che restino vuoti se devono fare del male, che ci si faccia delle salumerie se la questione è puramente di mercato.
E non mi si dica di stare tranquillo, di evitare, di non prendere posizione; perché la comunità che viene intossicata dall’intrattenimento e da questa esaltazione della mediocrità, è anche la mia comunità.
Questa roba accade in Italia, e forse nel mondo, sempre con più forza; e va di pari passo all’imbarbarimento culturale che stiamo vivendo.
Lo sa bene certo potere, lo sa benissimo. Non è affatto un caso.
Questa roba è mia nemica.
Mia nemica quanto il fascismo.
Ma lasciatevelo dire; questa roba cari “cittadini” con cui condividiamo il mondo ed il tempo in questo mondo, è nemica pure vostra.
Anche se forse ne siete inconsapevoli.