Liberazione Animale “Guerriero dell’Arcobaleno”

Liberazione  Animale “Guerriero dell’Arcobaleno” Amiamo e difendiamo gli animali...tutti compresi gli esseri umani. Pensava che morissero di morte naturale? Sai che cos’è un arcobaleno? Ami gli alberi o li odii?

VOI AVETE DIMOSTRATO CHE LA FORZA DEL RAGIONAMENTO ETICO PUO' prevalere sull'EGOISMO DELLA NOSTRA SPECIE. Grazie a tutti quelli che aderiscono a questa pagina, a sostegno di chi non ha ne decisone, ne parola.

“Guerriero dell’Arcobaleno”
Molti abitanti dei paesi industrializzati ignorano ancora i metodi con cui viene prodotto il cibo che mangiano, e non è certo un caso: i produttori di carne e di

uova si adoperano con ogni mezzo perché la situazione non cambi. Diventare vegetariani è una decisione giusta, indipendentemente da quando viene presa: ma prima che la popolazione fosse testimone di tutte quelle uccisioni, che cosa credeva succedesse agli animali di cui si cibava? Stupisce che abbia impiegato tanto a capire la vera natura dell'industria animale moderna.VOI AVETE DIMOSTRATO CHE LA FORZA DEL RAGIONAMENTO ETICO PUO' prevalere sull'EGOISMO DELLA NOSTRA SPECIE. Grazie a tutti quelli che aderiscono a questa pagina a sostegno di chi non ha ne decisone ne parola. Sì, un bellissimo arco colorato nel cielo. Sai che cos’è un guerriero? Un guerriero è una persona coraggiosa. Una che ha coraggio anziché paura. Lascia che ti faccia una domanda ora. Ami gli animali o li odii? Ami la gente o la odii? Ami l’arcobaleno o lo odii? Se ami gli animali e gli alberi, la gente e gli arcobaleni, allora, forse, sei un

“Guerriero dell’Arcobaleno”

In memoria di un amica e genio del flauto Jennifer StintonCi sono persone che attraversano la nostra vita lasciando una ...
03/06/2026

In memoria di un amica e genio del flauto Jennifer Stinton

Ci sono persone che attraversano la nostra vita lasciando una traccia così luminosa che il tempo non riesce a cancellarla. La notizia della scomparsa di Jennifer Stinton mi ha colpito profondamente e ha lasciato nel mio cuore quel silenzio particolare che segue la perdita di un’amica vera, di un’artista autentica, di una di quelle anime rare che la musica riesce a rivelare nella loro essenza più profonda.

Jennifer non era soltanto una grande flautista. Era una persona di straordinaria sensibilità, capace di trasformare ogni nota in una parola, ogni frase musicale in un racconto, ogni respiro in un gesto di umanità. In un mondo che spesso misura il valore degli artisti attraverso la velocità, il virtuosismo o il successo, lei apparteneva a quella schiera sempre più rara di musicisti che cercavano invece la verità del suono.

Ho avuto la fortuna di condividere con lei momenti musicali che custodirò per sempre. Ricordo ancora i nostri duetti, non come semplici esecuzioni, ma come dialoghi dell’anima. Due flauti che si incontravano cercando non la perfezione tecnica, ma qualcosa di più difficile e prezioso: la sincerità. Da quei momenti nacque un’amicizia profonda, alimentata da una comune visione della musica e della vita.

Ci univa l’amore per il fraseggio, quella capacità misteriosa di dare respiro alle note e di trasformare una melodia in un’esperienza umana. Parlare con Jennifer significava spesso parlare di suono, ma non del suono come fenomeno fisico. Per noi il suono era uno specchio dell’anima, un luogo nel quale ogni musicista lascia la propria impronta più autentica. Eravamo accomunati dalla ricerca di una voce sonora che non fosse una maschera, ma il riflesso sincero di ciò che siamo.

Jennifer possedeva questa qualità in modo naturale. Il suo flauto cantava con eleganza, ma soprattutto con verità. Ascoltarla significava incontrare una persona che aveva fatto della musica una forma di gentilezza, di ascolto e di condivisione. Non cercava di imporsi; cercava di comunicare. E proprio per questo il suo suono arrivava così lontano.

Oggi il mondo del flauto perde una delle sue voci più nobili e raffinate. Noi perdiamo un’amica, una collega, una compagna di viaggio nella grande avventura della musica. Ma ciò che Jennifer ha donato non scompare. Rimane nelle registrazioni, nei ricordi, negli insegnamenti trasmessi ai suoi allievi, e soprattutto nei cuori di chi ha avuto il privilegio di conoscerla.

Mi piace immaginarla ora in un luogo dove il respiro non conosce più fatica e dove ogni frase musicale continua all’infinito. Forse sta ancora cercando quel suono perfetto che inseguivamo nelle nostre conversazioni, quel suono capace di contenere tutta la bellezza, la fragilità e la meraviglia dell’essere umano.

Ciao Jennifer. Grazie per la tua amicizia, per la tua arte e per la tua luce. Il tuo flauto si è fermato, ma la tua musica continuerà a vivere nel cuore di tutti noi.

Brahms for Flute and PianoLe sette sonate cameristiche trasposte per flauto e pianoforte«Brahms il progressivo», secondo...
28/05/2026

Brahms for Flute and Piano
Le sette sonate cameristiche trasposte per flauto e pianoforte
«Brahms il progressivo», secondo la memorabile definizione di Arnold Schoenberg, è forse una delle chiavi più luminose per entrare nel mistero di Johannes Brahms: un autore che la storia ha spesso consegnato all’immagine del custode della forma, del grande erede della tradizione tedesca dopo Bach e Beethoven, ma che in realtà rivela, soprattutto nella musica da camera, un’inquieta modernità interiore, una libertà profonda del pensiero musicale, una capacità inesauribile di trasformazione e sviluppo.
Dietro il volto monumentale del Brahms sinfonico e architettonico, vive infatti un altro Brahms: più raccolto, più segreto, più intimo. È il Brahms delle sfumature, delle mezze luci, della malinconia pensosa, del respiro interiore che si fa confessione. Proprio nella produzione cameristica questa voce si rivela con particolare evidenza: una scrittura in cui il rigore formale non è mai semplice disciplina esterna, ma necessità spirituale, argine e insieme risonanza dell’anima.
La lezione del classicismo viennese, il culto per Bach, l’amore per la variazione e per l’elaborazione motivica, si fondono in Brahms con una sensibilità pienamente romantica, nutrita di memoria, di paesaggio, di canto interiore. La natura, tanto amata durante i suoi soggiorni estivi fra laghi, montagne e silenzi, non compare mai come descrizione diretta: essa penetra piuttosto la trama musicale come atmosfera, come vibrazione segreta, come moto del respiro. In questo senso Brahms è insieme costruttore e visionario: la forma non soffoca il sentimento, ma lo custodisce, lo distilla, lo rende più vero.
Questo ciclo nasce da tale consapevolezza. Le sette sonate cameristiche di Brahms – originariamente concepite per violino, violoncello, clarinetto o viola e pianoforte – trovano qui una nuova voce nella versione per flauto e pianoforte. Non si tratta di un semplice trasferimento timbrico, ma di un atto d’amore, di ascolto e di fedeltà creativa: un percorso che vuole rendere accessibile al flauto uno dei vertici più alti dell’universo brahmsiano, aprendone nuove prospettive sonore senza tradirne la sostanza poetica.
In queste trascrizioni il flauto assume su di sé una sfida affascinante: raccogliere la densità del canto brahmsiano, la sua tensione armonica, il suo continuo oscillare tra luce e ombra, tra slancio e raccoglimento. Là dove la scrittura originale presenta bicordi o soluzioni idiomatiche proprie degli strumenti d’origine, il lavoro trascrittivo ha cercato di conservare intatta la forza espressiva del discorso musicale, trasformandola con rispetto e immaginazione nella natura del flauto. I pizzicati, gli accenti, le risonanze, le curvature del fraseggio sono stati ripensati non per semplificare Brahms, ma per farlo rifiorire in una diversa materia sonora.
Del resto, l’idea stessa della pluralità timbrica non è estranea al mondo brahmsiano. Brahms crebbe in un ambiente musicale ricco di strumenti e di colori, e fu sempre sensibile al passaggio di una stessa idea musicale da una voce all’altra, da una forma all’altra, quasi a mettere alla prova, ogni volta, la tenuta e la verità del linguaggio. In questo senso, la trascrizione non impoverisce: interroga, rivela, illumina. Come scrisse Franz Liszt, il passaggio da una versione all’altra di uno stesso brano manifesta «la piena fiducia nelle immense, inesauribili possibilità del linguaggio musicale».
Il nostro lavoro “di traverso” si inscrive proprio in questa fiducia. Esso nasce dal desiderio di restituire a Brahms una nuova cantabilità, una nuova trasparenza, una nuova prossimità del respiro. Nel flauto, la linea brahmsiana si fa talvolta più nuda, più esposta, più vulnerabile; ma proprio per questo anche più luminosa, più intima, più immediatamente umana. Lontano da ogni intento virtuosistico esteriore, questo ciclo cerca di mettere in evidenza ciò che nella musica di Brahms rimane inesauribile: la sua capacità di far convivere solidità e flessibilità, architettura e confessione, meditazione e canto.
L’intero ciclo delle sette sonate fu presentato in prima esecuzione mondiale nella versione per flauto e pianoforte alla settima edizione dello Slowflute Festival di Salsomaggiore Terme, nel 2014, in tre concerti affidati a Claudio Ferrarini e Riccardo Sandiford. Quel progetto oggi rinasce in forma discografica come testimonianza di un lungo dialogo con Brahms, con la sua ombra luminosa, con la sua arte del trasformare un minimo nucleo tematico in un universo interiore.
Forse è proprio qui il senso più profondo di questo cammino: non trasportare Brahms altrove, ma lasciarlo nuovamente parlare, in una diversa luce, con un diverso respiro. Perché la sua musica, pur restando fedele a se stessa, continua ancora oggi a mutare, a vivere, a rinascere. E a rivelarci, ogni volta, che nella forma più alta dell’arte la memoria non è mai immobilità, ma sempre segreta trasformazione.
Queste incisioni nascono dal desiderio di attraversare Brahms con il respiro del flauto, lasciando che la sua parola cameristica, fedele alla propria essenza, trovi una nuova trasparenza, una nuova intimità, una nuova luce.

https://open.spotify.com/track/44VhmZBPHIeQwdWifF4elh?si=suYdaGGeTYqVwfd1r-JsCQ

https://music.apple.com/it/album/johannes-brahms-sonata-op-78-scherzo-woo2-from-f-a-e-sonata/1893923053

https://music.amazon.it/albums/B0GXFVCJLB?do=play&trackAsin=B0GXFYMLXN&ts=1780010983&ref=dm_sh_wtsxWwzmuwj6TNPROHgN3hajb





Con The Csakan Legacy – Reimagined for Solo Flute, Claudio Ferrarini e Luca Astolfoni Fossi inaugurano oggi un’impresa a...
14/05/2026

Con The Csakan Legacy – Reimagined for Solo Flute, Claudio Ferrarini e Luca Astolfoni Fossi inaugurano oggi un’impresa artistica senza precedenti: la prima registrazione mondiale dedicata all’opera completa di Krähmer ricostruita per flauto solo a partire dai manoscritti viennesi giunti fino a noi. Un lavoro monumentale, visionario e profondamente poetico che restituisce voce a un universo musicale rimasto per secoli sospeso tra la polvere degli archivi e il silenzio della storia.

Johann Andreas Krähmer, figura centrale della tradizione del csakan viennese dell’Ottocento, appartiene a quella straordinaria civiltà musicale mitteleuropea dove il respiro romantico si intrecciava ancora alla grazia classica. Il csakan — strumento raro, elegante, quasi dimenticato — possedeva una voce intima, malinconica, crepuscolare. In queste nuove ricostruzioni firmate da Luca Astolfoni Fossi, quella voce rinasce nel flauto moderno non come semplice trascrizione, ma come trasformazione poetica e architettura sonora contemporanea.

Il lavoro svolto sui manoscritti viennesi è stato immenso. Ogni frammento, ogni indicazione, ogni linea melodica è stata studiata come un reperto vivo, cercando non soltanto di conservare la materia musicale originaria, ma di comprenderne il respiro nascosto. Astolfoni Fossi compie qui un atto di vera rigenerazione musicale: il flauto diventa orchestra invisibile, armonia suggerita, memoria che si trasforma in presente. Le linee melodiche evocano spazi interiori, i passaggi virtuosistici sembrano aprire finestre su una Vienna romantica ormai perduta, mentre il suono assume una dimensione quasi architettonica.

Per Claudio Ferrarini questa registrazione rappresenta anche il compimento di una ricerca lunga una vita. Dopo decenni di concerti internazionali e centinaia di incisioni, il suo lavoro si concentra sempre più nella costruzione di un’eredità sonora capace di restare nel tempo oltre il gesto effimero del concerto. Qui il flauto non imita il csakan: ne raccoglie lo spirito e lo proietta in una nuova luce. Il respiro continuo, la plasticità del fraseggio, la capacità di creare armonie invisibili dentro una sola linea melodica trasformano ogni pagina in un paesaggio vivo.

The Csakan Legacy non è soltanto una pubblicazione discografica. È un atto di amore verso la memoria musicale europea. È il recupero di un continente sonoro dimenticato. È il tentativo di dimostrare che la musica non muore mai davvero finché qualcuno continua ad ascoltarne il battito nascosto sotto la cenere del tempo.

Con questo primo volume si apre dunque un viaggio unico al mondo: una nuova frontiera del flauto contemporaneo che guarda al passato non con nostalgia, ma con il desiderio di trasformarlo in futuro. In un’epoca dominata dalla velocità e dall’oblio, Ferrarini e Astolfoni Fossi scelgono invece il coraggio della profondità, della ricerca e della bellezza. E da oggi, grazie a questa registrazione storica, il respiro segreto del csakan torna finalmente a vivere.

https://open.spotify.com/album/4xbvd7oTCXdatD9AIjjbVR?si=8_sPZEyeSA-wPVGWek5UNQ

https://music.apple.com/it/album/ernst-kr%C3%A4hmer-the-csakan-legacy-book-i-reimagined-for/1893071800

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Albertino e la musica della lunaQuella sera, nella pianura vicino al grande fiume, l’aria aveva qualcosa di diverso. Non...
07/05/2026

Albertino e la musica della luna

Quella sera, nella pianura vicino al grande fiume, l’aria aveva qualcosa di diverso. Non era nebbia, non era vento, non era umidità padana, di quella che entra nelle ossa e poi pretende anche il permesso di soggiorno. Era una specie di attesa.

Albertino lo sentiva.

Sedeva sull’argine del Po con le ginocchia raccolte e guardava la luna, che pareva appesa sopra la Bassa come una grande ostia luminosa. I pioppi stavano zitti, le rane avevano sospeso il loro parlamento, e perfino il fiume, che di solito brontola come un vecchio socialista al bar, scorreva più piano.

Quella sera doveva nascere un brano nuovo per flauto, scritto da Luca Astolfoni Fossi.

Albertino non sapeva bene che cosa volesse dire “debuttare”. Gli sembrava una parola da cavalli eleganti, da sipari rossi, da signori con il fazzoletto nel taschino. Però aveva capito una cosa: quando una musica debutta, è come quando un bambino apre gli occhi per la prima volta. Prima c’era già, ma nessuno l’aveva ancora vista camminare nel mondo.

Allora chiuse gli occhi.

E subito l’argine sparì.

Si trovò sulla luna.

Non era una luna fredda e triste come nei libri di scienze, dove tutto è polvere, crateri e silenzio. Era una luna fantastica, bianca e azzurra, piena di colline trasparenti, alberi d’argento e laghetti immobili come specchi di zucchero. Nel cielo, invece delle nuvole, galleggiavano bollicine luminose. Salivano piano, senza fretta, e dentro ciascuna c’era una piccola nota.

Albertino tese una mano.

Una bollicina gli si posò sul dito e fece: la.

Un’altra gli passò vicino all’orecchio e fece: mi.

Poi arrivò un soffio leggerissimo, e tutte le bollicine cominciarono a danzare. Non cadevano, non correvano, non litigavano tra loro. Stavano sospese nell’infinito, come se il cielo le tenesse per delicatezza.

“Ecco,” pensò Albertino, “sulla luna la musica non cammina: galleggia.”

Poi udì il flauto.

Non veniva da una persona, né da un teatro, né da una radio. Sembrava nascere dalla luna stessa, come se qualcuno avesse soffiato dentro una stella. Era un flauto sottile e limpido, ma non fragile. Aveva la dolcezza delle cose leggere e la forza delle cose vere. Ogni suono diventava una bolla, ogni bolla una piccola luce, ogni luce un pensiero che non voleva cadere.

Albertino capì che quel brano di Luca era fatto così: non pesava sulla terra, ma la ricordava. Aveva dentro il respiro della pianura, il silenzio del Po, la tenerezza delle sere d’estate e quel mistero che solo il flauto conosce, quando sembra dire una cosa semplice e invece sta aprendo una porta sul cielo.

A un tratto vide, laggiù in basso, la sua pianura.

Il Po brillava come un nastro d’argento. Le case erano piccole, i campanili ancora più piccoli, eppure tutto gli parve immenso. Perché capì che non bisogna andare davvero sulla luna per ascoltare la musica della luna. Basta avere un flauto, un sogno, e qualcuno capace di scrivere note così leggere da non cadere mai.

Quando riaprì gli occhi, era ancora sull’argine.

Il fiume scorreva. Le rane avevano ripreso a discutere. La luna era sempre lì, tranquilla.

Albertino sorrise e disse piano:

“Questa sera il flauto non suona sulla terra. Questa sera fa le bollicine in cielo.”

E il Po, che certe cose le capisce prima degli uomini, portò quella frase lontano, fin dove la musica comincia.

https://open.spotify.com/track/2ksgXLfxYUIwV6klfymSy1?si=Q8_kKNUiTLqKt3s5Glclpg

https://music.apple.com/it/album/luca-astolfoni-fossi-hoc-v%C3%B2lo-sic-i%C3%B9beo-single/1893298614

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Albertino e il ruscello che sapeva tuttoAlbertino sedeva sulla riva di un piccolo ruscello che, dopo molte curve e molti...
30/04/2026

Albertino e il ruscello che sapeva tutto

Albertino sedeva sulla riva di un piccolo ruscello che, dopo molte curve e molti capricci, andava a buttarsi nel grande Po.

Aveva i piedi nudi dentro l’acqua, e l’acqua gli passava tra le dita come se gli stesse raccontando un segreto. Non era un’acqua importante, di quelle che finiscono nei libri di geografia con il nome scritto in grassetto. Era un’acqua piccola, quasi timida, ma correva lo stesso verso il suo destino, senza fare tante prediche.

Albertino la guardava e pensava.

“Chissà,” disse tra sé, “se anche gli uomini sono così. Nascono sorgenti, poi diventano ruscelli, poi magari fiumi, e alla fine non si capisce più dove finiscono.”

Il sole della Bassa picchiava sui campi con quella sua maniera contadina e franca, senza complimenti. Le rane, nascoste tra le erbe, facevano i loro discorsi politici, e una libellula, vestita come una principessa di vetro, si fermò un momento sopra un filo d’acqua.

Albertino pensò a quella frase che gli girava in testa da un pezzo: fu un po’ tutto, fu un po’ niente.

Gli sembrava una frase triste, ma anche bellissima. Perché uno può essere tante cose: bambino, musicista, poeta, viandante, sognatore, amico dei cani, nemico delle ingiustizie, costruttore di castelli nell’aria e riparatore di biciclette rotte. Eppure, quando l’acqua è passata, che cosa resta?

Albertino prese un sasso piatto e lo lanciò nel ruscello. Il sasso fece tre salti e poi scomparve.

“Ecco,” pensò, “un concerto è così.”

Un concerto nasce, vola, brilla, commuove, fa tremare il cuore della gente; poi finisce. Gli applausi sembrano tuoni, ma dopo un minuto non li sente più nessuno. Anche il più grande applauso del mondo, se non lo catturi, diventa silenzio.

E allora Albertino capì una cosa semplice, che però era grande come il campanile di Roncole.

La vita ti permette di diventare tutto quello che vuoi, ma poi ti chiede: “Che cosa lasci?”

Se scrivi una pagina, quella pagina può parlare quando tu dormi. Se componi una musica e la registri, quella musica può volare anche quando il tuo flauto tace. Se scolpisci una pietra, dipingi una tela, pianti un albero, consoli un bambino, accendi una luce nel cuore di qualcuno, allora qualcosa rimane.

Non tutto, certo. Perché anche le case crollano, le tele impallidiscono, i dischi si perdono, i nomi diventano polvere. Ma per un poco, almeno per un poco, quello che hai amato continua a camminare senza di te.

Il ruscello rideva piano.

Albertino tolse i piedi dall’acqua e li lasciò asciugare sull’erba.

“Forse,” disse, “essere un po’ tutto e un po’ niente non è una sconfitta. È la verità degli uomini.”

Poi guardò il cielo sopra la pianura, grande e vuoto come una pagina bianca.

E gli parve di sentire il Po, lontano, che diceva:

“Scrivi, suona, ama. Il resto lo porto io.”

https://open.spotify.com/album/2lOwZIsd4VB7UojGRiEipu?si=rVaewRyZRyKxH9MkBnuECw

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Oggi  nasce il mio album dedicato a Leonardo De Lorenzo: un atto di liberazione sonora, per restituire voce a un genio d...
24/04/2026

Oggi nasce il mio album dedicato a Leonardo De Lorenzo: un atto di liberazione sonora, per restituire voce a un genio del flauto rimasto troppo a lungo nel silenzio della storia.

Oggi questo album nasce sotto un segno che non è soltanto una data, ma una rivelazione. Il 25 Aprile, festa della Liberazione, porta con sé una memoria civile, morale, spirituale: il giorno in cui un popolo ricorda il valore supremo della libertà, il diritto di spezzare il giogo del silenzio, dell’oppressione, dell’oblio. E non è casuale, non è una semplice coincidenza cronologica, che proprio oggi venga alla luce un album dedicato a Leonardo De Lorenzo. Questa uscita vuole essere anche questo: un atto di liberazione. Liberare De Lorenzo da quel mutismo della storia che per troppo tempo lo ha avvolto; restituire voce a una presenza immensa, sottrarla alla polvere del tempo, riaprirne il respiro nel presente.

Tra i molti album che ho inciso, questo lo sento in modo diverso, quasi come se appartenesse a una regione più profonda del mio fiato. Non è un semplice omaggio, né soltanto una rilettura interpretativa: è una chiamata, una riapparizione, un gesto di ascolto verso una voce che attendeva da troppo tempo di essere nuovamente udita. In questo disco non ho cercato soltanto di eseguire De Lorenzo: ho cercato di respirarlo, di lasciarlo passare attraverso il mio suono come si lascia passare una memoria luminosa attraverso il proprio sangue.

Leonardo De Lorenzo è uno di quei geni che non si lasciano rinchiudere in una definizione. Flautista, compositore, spirito libero, visionario: in lui il flauto cessa di essere semplice strumento e diventa pensiero in movimento, inquietudine creativa, vertigine, ricerca dell’ignoto. La sua scrittura penetra nelle profondità dello strumento e insieme lo sospinge verso altezze che, per il suo tempo, dovevano sembrare quasi impossibili. La sua eccentricità non è mai ornamento o bizzarria: è il segno di una libertà superiore, di una mente che non accetta recinti, di una fantasia che apre varchi dove altri vedevano soltanto limiti.

Per questo De Lorenzo appare oggi come un anticipatore straordinario. Molto prima che il modernismo flautistico si facesse linguaggio riconosciuto, metodo, scuola, egli ne aveva già intuito il fuoco segreto. Come Debussy, che con Syrinx seppe dischiudere un nuovo destino timbrico e spirituale per il flauto, anche De Lorenzo vide oltre il proprio tempo. Nella sua musica vive una modernità profetica, una libertà del gesto che sarebbe stata compresa pienamente solo decenni più tardi. Era troppo avanti, troppo acuto, troppo libero per essere subito accolto nella sua interezza.

E forse è proprio qui che il 25 Aprile si fa simbolo ancora più profondo. Perché la liberazione non riguarda soltanto i popoli e la loro storia visibile: riguarda anche le coscienze, le arti, le voci lasciate ai margini, le letterature musicali rimaste chiuse per troppo tempo in stanze che nessuno osava più aprire. Festeggiare oggi De Lorenzo significa celebrare anche la libertà che abbiamo di scegliere, di riaprire sentieri interrotti, di restituire dignità a ciò che la storia, per distrazione o timore, aveva lasciato in ombra. Significa riconoscere che ogni vera arte attende sempre una seconda nascita, e che ogni interprete può diventare, nel tempo giusto, strumento di una resurrezione.

La tecnica vertiginosa di De Lorenzo, la sua scrittura ardua, la sua natura quasi inaccessibile, hanno contribuito a renderlo per lunghi anni un autore più evocato che realmente ascoltato. Ma oggi possiamo comprenderlo meglio. Oggi le nostre orecchie, il nostro sguardo, la nostra esperienza del flauto ci permettono di accostarci alla sua voce con una consapevolezza nuova. Ciò che un tempo appariva remoto, eccessivo, persino impraticabile, oggi rivela la sua necessità interiore e la sua stupefacente lucidità.

Questo album vuole dunque essere un piccolo atto di giustizia poetica. Un’apertura di finestre. Un gesto di luce. Nel giorno in cui celebriamo la libertà ritrovata, vogliamo liberare anche Leonardo De Lorenzo dal silenzio che lo ha custodito troppo a lungo. Vogliamo lasciarlo finalmente parlare, cantare, ardere. Perché certi spiriti non muoiono: attendono soltanto che qualcuno riapra la porta del loro respiro. E oggi, nel giorno della Liberazione, quel respiro torna a farsi ascoltare.

https://open.spotify.com/track/1elLsUawcNCMi0Z0plLSly?si=s-CedxFBT42l5WsDMdgZZA

https://music.apple.com/it/album/leonardo-de-lorenzo-by-claudio-ferrarini-ep/1887558920

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Arriva la Primavera a Roncole!La primavera, a Roncole, non arriva mica come arriva nelle città, con le signore che cambi...
17/04/2026

Arriva la Primavera a Roncole!

La primavera, a Roncole, non arriva mica come arriva nelle città, con le signore che cambiano cappotto e i giornali che scrivono “mite rialzo delle temperature”. No. Nella Bassa la primavera arriva come una rivoluzione silenziosa. Una mattina ti svegli, esci sull’aia, guardi verso i campi, e ti accorgi che il mondo, durante la notte, si è rimesso a respirare.
Albertino quel respiro lo sentì subito. Per mesi i suoi occhi avevano conosciuto soltanto la nebbia, la neve, le strade color cenere e quel silenzio umido che pareva mangiarsi perfino il suono delle campane. Adesso invece ogni cosa splendeva con una sfacciataggine quasi insolente. I prati parevano passati a cera, i fossi luccicavano come lame d’argento, i pioppi si stiravano al sole, e i filari delle vigne, ancora un poco nudi, sembravano vecchi violinisti che accordano lo strumento prima della festa.
Il sole picchiava forte. E quando il sole picchia forte, nella Pianura del Po, la gente comincia a dire cose enormi. Non per cattiveria: per effetto del calore. Come certi tegami sul fuoco, che a un certo punto borbottano da soli.
Al bar del paese, sotto la tenda un po’ storta, gli uomini discutevano della guerra. I bambini facevano finta di giocare con le biglie, ma tendevano le orecchie. Da qualche settimana non si parlava d’altro che di quel gran presidente del mondo intero, uno che ogni due giorni minacciava di bombardare mezzo pianeta e l’altro mezzo di rimando. Lo nominavano abbassando la voce, come si fa con i temporali e con i parenti matti.
— Questo qui ci fa saltare tutti in aria — disse il Nando dell’officina, battendo il pugno sul tavolino.�— Prima o poi parte — aggiunse il postino, che distribuiva lettere e paure con la stessa regolarità.�— Sono matti — sussurrò una donna, stringendo il bambino per mano.
Ma il più agitato di tutti era Corsetto, l’amico di Albertino. Corsetto era grande e grosso come una credenza di noce, e ultimamente si era messo in testa un cappellino rosso che gli dava un’aria insieme feroce e ridicola. Da quando lo portava, camminava per il paese come se fosse stato nominato comandante supremo della fine del mondo.
— Ve lo dico io! — urlava. — Se non fate come voglio, bombardo tutto! Le case, gli abitanti, i pollai, i cani, i granai!
Lo disse anche quella mattina, davanti alla chiesa, con una tale enfasi che perfino il gatto del sagrestano lo guardò scandalizzato.
Albertino, che stava seduto sul muretto con un filo d’erba tra i denti, lo lasciò sbraitare. Poi alzò gli occhi e disse:�— Corsetto, tu al massimo puoi bombardare un piatto di tortelli.
La gente rise piano. Corsetto si gonfiò tutto.�— Non scherzare. Io faccio sul serio.�— Anche il tacchino, quando fa la ruota, crede di essere un imperatore — rispose Albertino.
In quel momento passò il vecchio Temistocle, contadino antico come una quercia e magro come un ma**co di zappa. Si fermò, sputò con precisione filosofica nel fosso, guardò Corsetto e disse:�— Quelli che vogliono bombardare il mondo, di solito non sanno neanche zappare un metro d’orto. Se sapessero quanto costa far venir su due pomodori, parlerebbero meno.
Poi riprese il cammino, lasciando dietro di sé quella frase come una sentenza del Vangelo padano.
Albertino sorrise. Lui, di tutta quella paura, sentiva soprattutto la stonatura. Gli sembrava impossibile che il mondo fosse così bello e gli uomini così sciocchi nello stesso momento. Attorno a lui l’erba cresceva senza proclamare niente, i passeri litigavano con innocenza, le vacche masticavano il pomeriggio come una preghiera lenta. Gli animali, pensò, non fanno congressi per decidere chi debba comandare il sole. Si limitano a vivere. E forse è per questo che hanno spesso più giudizio di noi.
Così si allontanò verso i filari di vite, là dove la campagna prende quell’odore di terra nuova e acqua antica che consola anche i pensieri storti. Tirò fuori il suo flautino e cominciò a suonare. Una melodia piccola, semplice, senza superbia. Roba da poco, direbbero i sapienti. E invece no.
Perché subito, dai rami e dai fili, gli usignoli gli risposero. Uno lanciò un trillo. Un altro lo inseguì. Albertino fece una nota lunga, e gli uccelli la ricamarono d’intorno come fanno le donne brave con gli orli della festa. Sembrava una conversazione tra creature che non avevano bisogno di comandarsi, minacciarsi o spaventarsi per capirsi.
Da lontano Corsetto li vide, si toccò il cappellino rosso e non disse più niente.
Il sole continuava a spaccare le teste, è vero. Ma la musica, per fortuna, rimetteva insieme il cuore. E nella Bassa, quando il cuore torna al suo posto, anche il mondo pare meno pericoloso.
Perché basta poco. Un filo d’erba. Un usignolo. Un bambino con un flauto. E la primavera, allora, vince perfino sui matti.

https://open.spotify.com/track/7BIYGYCkfxIxc2I43vGIjx?si=QZINbuRVS02Vd7AK-sBtbQ

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Corrida: il teatro della vergognaCi sono spettacoli che umiliano l’intelligenza.E poi c’è la corrida, che umilia qualcos...
05/04/2026

Corrida: il teatro della vergogna

Ci sono spettacoli che umiliano l’intelligenza.
E poi c’è la corrida, che umilia qualcosa di ancora più profondo: la coscienza morale dell’uomo.

Nel 2026, in un tempo che pretende di dirsi evoluto, civile, sensibile, ancora esistono arene in cui un animale viene tormentato, sfinito, trafitto, dissanguato e infine ucciso tra applausi, grida, telecamere e commenti entusiasti. Non basta il sangue. Non basta l’agonia. Occorre anche la regia. Occorre il rito. Occorre il pubblico. Occorre la menzogna collettiva che trasforma una tortura in “tradizione”, una crudeltà in “arte”, una viltà in “coraggio”.
La corrida non è cultura. La corrida è barbarie decorata.

È il punto in cui l’uomo, anziché elevarsi sopra il proprio istinto di dominio, lo veste di lustrini, di costumi, di trombe, di cerimoniale, e gli costruisce attorno una liturgia. Una liturgia del male. Un animale entra vivo nell’arena e ne esce morto, o piegato da una sofferenza programmata, mentre migliaia di persone assistono come se stessero contemplando un capolavoro di eleganza virile. Questa è la verità nuda. Tutto il resto è trucco linguistico, ipocrisia sociale, autoassoluzione di massa.

Si dice: è una tradizione. Ma anche la crudeltà ha avuto tradizioni lunghissime. Anche l’ingiustizia ha avuto i suoi sacerdoti, i suoi difensori, i suoi raffinati commentatori. Non tutto ciò che viene dal passato merita di sopravvivere. Anzi: spesso la civiltà nasce proprio nel momento in cui si ha il coraggio di recidere ciò che è antico perché è indegno. La tradizione non è un lasciapassare per la ferocia. Se una pratica si fonda sulla sofferenza di un essere vivente innocente, non diventa nobile perché è antica: diventa solo antica vergogna.

E qui lo scandalo si fa persino più osceno, perché non ci si limita a uccidere: si celebra. Il torero, dopo aver partecipato a questa farsa legalizzata della tortura, passa a ringraziare. Ringrazia come un artista dopo il concerto, come un atleta dopo la vittoria, come un eroe dopo un’impresa degna di onore. E il pubblico risponde gettando fiori, oboli, applausi, offerte, entusiasmo. Fiori. Capite l’abisso? Fiori gettati non sulla vita salvata, ma sulla morte inflitta. Oboli non per soccorrere il vivente, ma per premiare chi lo ha spezzato. Una scena che basterebbe da sola a denunciare il rovesciamento morale su cui si regge tutta la corrida: la crudeltà ricompensata, la violenza applaudita, il dolore trasformato in moneta simbolica e consenso sociale.
Non c’è nulla di eroico in questo. Nulla. Il coraggio non consiste nel fronteggiare un animale trascinato dentro un sistema preparato per la sua sconfitta. Il coraggio è difendere il debole, non usarlo come bersaglio. Il coraggio è opporsi alla brutalità, non farne professione. Il coraggio è proteggere la vita quando è esposta, indifesa, muta. Tutto il resto è posa, teatro, narcisismo sanguinario travestito da valore.
La corrida piace ancora a molti perché consente all’uomo di contemplare sé stesso nella sua forma più antica e più miserabile: dominatore, padrone, sovrano della ferita altrui. E poiché questa immagine sarebbe insopportabile se vista senza ornamenti, la si ricopre di estetica. Si parla di gesto, di linea, di tradizione, di nobiltà, di stile. Ma il profumo non cambia la natura del marcio. Una tortura con il violino in sottofondo resta una tortura. Una ferocia vestita di seta resta ferocia. Un animale che muore sotto il sole, tra urla e trombe, non partecipa a un rito sublime: subisce la vanità di una specie che ha imparato a chiamare bellezza ciò che dovrebbe chiamare vergogna.
E vi è qualcosa di particolarmente ignobile nel modo in cui questo scempio viene normalizzato dai media. La corrida è raccontata in televisione come fosse una disciplina sportiva, una prova agonistica, una cronaca degna di analisi tecnica. Ci sono i telecronisti, i commenti, le interviste finali, il linguaggio enfatico della prestazione. Sembra quasi che si voglia cancellare, con la retorica del mestiere giornalistico, il fatto centrale: non si sta raccontando una gara, si sta commentando una tortura. Non si sta descrivendo un incontro tra pari, ma l’esecuzione ritualizzata di un essere vivente. Eppure la voce del commentatore addolcisce, nobilita, rifinisce, rende presentabile l’inpresentabile. È l’ultima vigliaccheria della civiltà spettacolare: non solo tollerare il male, ma renderlo elegante, raccontabile, sponsorizzabile.

La corrida è peggio del circo, perché nel circo almeno la crudeltà tenta ancora di nascondersi dietro l’addestramento, dietro il gioco, dietro l’esibizione. Nella corrida, invece, il centro della scena è il dolore stesso. Il sangue non è un incidente: è una componente del copione. La sofferenza non è una deviazione: è il cuore dell’evento. La morte non è un esito imprevisto: è l’approdo previsto, atteso, ritualizzato. E allora basta con le parole di comodo. Basta con le scuse antropologiche. Basta con i distinguo da salotto. La corrida è ciò che appare a chiunque non abbia deciso di accecarsi per comodità: una pratica sadica, legalizzata, spettacolarizzata e protetta da un apparato di menzogne culturali.

Chi la difende spesso si rifugia in un argomento che dovrebbe far arrossire: “bisogna rispettare le culture”. No. Le culture si rispettano quando custodiscono forme di vita, memoria, sapienza, linguaggio, arte, comunità. Non quando chiedono l’impunità per l’orrore. Nessuna cultura è al di sopra dell’etica. Nessuna usanza può pretendere un salvacondotto morale solo perché ha radici storiche. Se domani una comunità decidesse di celebrare come festa la sofferenza di esseri umani indifesi, nessuno invocherebbe il pluralismo per difenderla. Perché allora dovremmo sospendere il giudizio quando a soffrire sono gli animali? Solo perché non parlano? Solo perché non votano? Solo perché il loro dolore, a molti, sembra meno importante del divertimento di una folla?
Questo è il vero scandalo: la corrida non sopravvive per necessità, ma per degrado morale. Sopravvive perché una parte dell’umanità non ha ancora imparato la lezione più semplice e più decisiva: che la forza non conferisce alcun diritto di infierire. Che essere superiori in potenza dovrebbe renderci superiori in responsabilità, non in arroganza. Che la misura della civiltà non si legge nei monumenti, nei teatri, nei codici, nelle università, ma nel modo in cui trattiamo chi è completamente alla nostra mercé.

Ed è qui che la corrida si rivela per ciò che è: uno specchio spaventoso. Non del toro, ma dell’uomo. Non mostra la bestia; mostra la bestialità umana elevata a cerimonia. Mostra quanto in basso possa cadere una società quando confonde la crudeltà con il fascino, la violenza con il prestigio, l’agonia con la festa. Mostra la bancarotta spirituale di una comunità che getta fiori a chi ha fatto del ferire un mestiere e del morire altrui una professione da applaudire.
Se davvero vogliamo parlare di difesa della vita, di rispetto del pianeta, di etica della convivenza tra i viventi, dobbiamo cominciare da gesti concreti, non da slogan. E uno di questi gesti è dire con assoluta chiarezza che nessuna società che applaude la tortura di un animale può definirsi pienamente civile. Non basta piantare alberi, non basta fare convegni sull’ambiente, non basta riempirsi la bocca di biodiversità e sostenibilità, se poi si accetta che un essere vivente venga sacrificato per il piacere del pubblico. La salvezza della Terra non comincia nei discorsi: comincia nel rifiuto netto di ogni forma di dominio spettacolarizzato sul debole.

Chi oggi continua a difendere la corrida non difende un’arte: difende il diritto dell’uomo a restare moralmente arretrato. Difende il privilegio di chiamare “bellezza” il dolore quando il dolore non è il proprio. Difende una pedagogia della durezza, dell’insensibilità, della disumanizzazione. Perché è questo che insegna la corrida: che si può guardare una creatura soffrire e chiamare tutto ciò festa; che si può applaudire il colpo ben assestato; che si può uscire dall’arena sazi di emozioni, mentre una vita si spegne tra la polvere.
No: non c’è nulla da salvare in questa pratica. Né il folklore, né il costume, né il pretesto identitario, né la patina estetica.
Ciò che va salvato è semmai l’uomo da questa sua oscura abitudine a spettacolarizzare il male. Ciò che va salvato è la coscienza da questo assuefarsi all’inflizione del dolore. Ciò che va salvato è il linguaggio stesso, perché finché chiameremo “festa” una tortura, avremo già corrotto la verità.

La corrida non è un rito da preservare. È un relitto morale da abolire.
E ogni fiore gettato al torero, ogni obolo offerto, ogni telecronaca compiaciuta, ogni applauso levato nell’arena non fa che aggravare l’accusa: non siamo davanti a una nobile tradizione, ma a una farsa feroce, a una crudeltà messa in scena, a una vergogna pubblica che il nostro tempo dovrebbe avere il coraggio di cancellare per sempre.

A volte l’umanità mi appare come una macchina spietata, capace di trasformare il dolore in abitudine e la crudeltà in spettacolo. Eppure continuo a credere che l’unica vera salvezza sia custodire, contro tutto, un cuore che non si abitui mai al male.

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