05/04/2026
Corrida: il teatro della vergogna
Ci sono spettacoli che umiliano l’intelligenza.
E poi c’è la corrida, che umilia qualcosa di ancora più profondo: la coscienza morale dell’uomo.
Nel 2026, in un tempo che pretende di dirsi evoluto, civile, sensibile, ancora esistono arene in cui un animale viene tormentato, sfinito, trafitto, dissanguato e infine ucciso tra applausi, grida, telecamere e commenti entusiasti. Non basta il sangue. Non basta l’agonia. Occorre anche la regia. Occorre il rito. Occorre il pubblico. Occorre la menzogna collettiva che trasforma una tortura in “tradizione”, una crudeltà in “arte”, una viltà in “coraggio”.
La corrida non è cultura. La corrida è barbarie decorata.
È il punto in cui l’uomo, anziché elevarsi sopra il proprio istinto di dominio, lo veste di lustrini, di costumi, di trombe, di cerimoniale, e gli costruisce attorno una liturgia. Una liturgia del male. Un animale entra vivo nell’arena e ne esce morto, o piegato da una sofferenza programmata, mentre migliaia di persone assistono come se stessero contemplando un capolavoro di eleganza virile. Questa è la verità nuda. Tutto il resto è trucco linguistico, ipocrisia sociale, autoassoluzione di massa.
Si dice: è una tradizione. Ma anche la crudeltà ha avuto tradizioni lunghissime. Anche l’ingiustizia ha avuto i suoi sacerdoti, i suoi difensori, i suoi raffinati commentatori. Non tutto ciò che viene dal passato merita di sopravvivere. Anzi: spesso la civiltà nasce proprio nel momento in cui si ha il coraggio di recidere ciò che è antico perché è indegno. La tradizione non è un lasciapassare per la ferocia. Se una pratica si fonda sulla sofferenza di un essere vivente innocente, non diventa nobile perché è antica: diventa solo antica vergogna.
E qui lo scandalo si fa persino più osceno, perché non ci si limita a uccidere: si celebra. Il torero, dopo aver partecipato a questa farsa legalizzata della tortura, passa a ringraziare. Ringrazia come un artista dopo il concerto, come un atleta dopo la vittoria, come un eroe dopo un’impresa degna di onore. E il pubblico risponde gettando fiori, oboli, applausi, offerte, entusiasmo. Fiori. Capite l’abisso? Fiori gettati non sulla vita salvata, ma sulla morte inflitta. Oboli non per soccorrere il vivente, ma per premiare chi lo ha spezzato. Una scena che basterebbe da sola a denunciare il rovesciamento morale su cui si regge tutta la corrida: la crudeltà ricompensata, la violenza applaudita, il dolore trasformato in moneta simbolica e consenso sociale.
Non c’è nulla di eroico in questo. Nulla. Il coraggio non consiste nel fronteggiare un animale trascinato dentro un sistema preparato per la sua sconfitta. Il coraggio è difendere il debole, non usarlo come bersaglio. Il coraggio è opporsi alla brutalità, non farne professione. Il coraggio è proteggere la vita quando è esposta, indifesa, muta. Tutto il resto è posa, teatro, narcisismo sanguinario travestito da valore.
La corrida piace ancora a molti perché consente all’uomo di contemplare sé stesso nella sua forma più antica e più miserabile: dominatore, padrone, sovrano della ferita altrui. E poiché questa immagine sarebbe insopportabile se vista senza ornamenti, la si ricopre di estetica. Si parla di gesto, di linea, di tradizione, di nobiltà, di stile. Ma il profumo non cambia la natura del marcio. Una tortura con il violino in sottofondo resta una tortura. Una ferocia vestita di seta resta ferocia. Un animale che muore sotto il sole, tra urla e trombe, non partecipa a un rito sublime: subisce la vanità di una specie che ha imparato a chiamare bellezza ciò che dovrebbe chiamare vergogna.
E vi è qualcosa di particolarmente ignobile nel modo in cui questo scempio viene normalizzato dai media. La corrida è raccontata in televisione come fosse una disciplina sportiva, una prova agonistica, una cronaca degna di analisi tecnica. Ci sono i telecronisti, i commenti, le interviste finali, il linguaggio enfatico della prestazione. Sembra quasi che si voglia cancellare, con la retorica del mestiere giornalistico, il fatto centrale: non si sta raccontando una gara, si sta commentando una tortura. Non si sta descrivendo un incontro tra pari, ma l’esecuzione ritualizzata di un essere vivente. Eppure la voce del commentatore addolcisce, nobilita, rifinisce, rende presentabile l’inpresentabile. È l’ultima vigliaccheria della civiltà spettacolare: non solo tollerare il male, ma renderlo elegante, raccontabile, sponsorizzabile.
La corrida è peggio del circo, perché nel circo almeno la crudeltà tenta ancora di nascondersi dietro l’addestramento, dietro il gioco, dietro l’esibizione. Nella corrida, invece, il centro della scena è il dolore stesso. Il sangue non è un incidente: è una componente del copione. La sofferenza non è una deviazione: è il cuore dell’evento. La morte non è un esito imprevisto: è l’approdo previsto, atteso, ritualizzato. E allora basta con le parole di comodo. Basta con le scuse antropologiche. Basta con i distinguo da salotto. La corrida è ciò che appare a chiunque non abbia deciso di accecarsi per comodità: una pratica sadica, legalizzata, spettacolarizzata e protetta da un apparato di menzogne culturali.
Chi la difende spesso si rifugia in un argomento che dovrebbe far arrossire: “bisogna rispettare le culture”. No. Le culture si rispettano quando custodiscono forme di vita, memoria, sapienza, linguaggio, arte, comunità. Non quando chiedono l’impunità per l’orrore. Nessuna cultura è al di sopra dell’etica. Nessuna usanza può pretendere un salvacondotto morale solo perché ha radici storiche. Se domani una comunità decidesse di celebrare come festa la sofferenza di esseri umani indifesi, nessuno invocherebbe il pluralismo per difenderla. Perché allora dovremmo sospendere il giudizio quando a soffrire sono gli animali? Solo perché non parlano? Solo perché non votano? Solo perché il loro dolore, a molti, sembra meno importante del divertimento di una folla?
Questo è il vero scandalo: la corrida non sopravvive per necessità, ma per degrado morale. Sopravvive perché una parte dell’umanità non ha ancora imparato la lezione più semplice e più decisiva: che la forza non conferisce alcun diritto di infierire. Che essere superiori in potenza dovrebbe renderci superiori in responsabilità, non in arroganza. Che la misura della civiltà non si legge nei monumenti, nei teatri, nei codici, nelle università, ma nel modo in cui trattiamo chi è completamente alla nostra mercé.
Ed è qui che la corrida si rivela per ciò che è: uno specchio spaventoso. Non del toro, ma dell’uomo. Non mostra la bestia; mostra la bestialità umana elevata a cerimonia. Mostra quanto in basso possa cadere una società quando confonde la crudeltà con il fascino, la violenza con il prestigio, l’agonia con la festa. Mostra la bancarotta spirituale di una comunità che getta fiori a chi ha fatto del ferire un mestiere e del morire altrui una professione da applaudire.
Se davvero vogliamo parlare di difesa della vita, di rispetto del pianeta, di etica della convivenza tra i viventi, dobbiamo cominciare da gesti concreti, non da slogan. E uno di questi gesti è dire con assoluta chiarezza che nessuna società che applaude la tortura di un animale può definirsi pienamente civile. Non basta piantare alberi, non basta fare convegni sull’ambiente, non basta riempirsi la bocca di biodiversità e sostenibilità, se poi si accetta che un essere vivente venga sacrificato per il piacere del pubblico. La salvezza della Terra non comincia nei discorsi: comincia nel rifiuto netto di ogni forma di dominio spettacolarizzato sul debole.
Chi oggi continua a difendere la corrida non difende un’arte: difende il diritto dell’uomo a restare moralmente arretrato. Difende il privilegio di chiamare “bellezza” il dolore quando il dolore non è il proprio. Difende una pedagogia della durezza, dell’insensibilità, della disumanizzazione. Perché è questo che insegna la corrida: che si può guardare una creatura soffrire e chiamare tutto ciò festa; che si può applaudire il colpo ben assestato; che si può uscire dall’arena sazi di emozioni, mentre una vita si spegne tra la polvere.
No: non c’è nulla da salvare in questa pratica. Né il folklore, né il costume, né il pretesto identitario, né la patina estetica.
Ciò che va salvato è semmai l’uomo da questa sua oscura abitudine a spettacolarizzare il male. Ciò che va salvato è la coscienza da questo assuefarsi all’inflizione del dolore. Ciò che va salvato è il linguaggio stesso, perché finché chiameremo “festa” una tortura, avremo già corrotto la verità.
La corrida non è un rito da preservare. È un relitto morale da abolire.
E ogni fiore gettato al torero, ogni obolo offerto, ogni telecronaca compiaciuta, ogni applauso levato nell’arena non fa che aggravare l’accusa: non siamo davanti a una nobile tradizione, ma a una farsa feroce, a una crudeltà messa in scena, a una vergogna pubblica che il nostro tempo dovrebbe avere il coraggio di cancellare per sempre.
A volte l’umanità mi appare come una macchina spietata, capace di trasformare il dolore in abitudine e la crudeltà in spettacolo. Eppure continuo a credere che l’unica vera salvezza sia custodire, contro tutto, un cuore che non si abitui mai al male.