15/04/2026
A New York Zohran Kwame Mamdani è tornato a mettere al centro una proposta che parla della vita materiale delle persone: supermercati pubblici con prezzi calmierati. Colpisce, certo. Ma soprattutto dice una cosa molto concreta: che arriva un punto in cui fare la spesa smette di essere un gesto normale e diventa un problema quotidiano.
È una scena che conosciamo anche troppo bene. Carrelli più vuoti, conti sempre più pesanti, famiglie costrette a calcolare tutto, anche ciò che fino a pochi anni fa sembrava scontato. E quando un bisogno essenziale come il cibo diventa una fatica, allora non siamo più solo dentro un disagio sociale. Siamo dentro una questione politica.
Anche per questo l’esperienza del Social Market non va letta soltanto come una risposta solidale all’emergenza. Va letta per quello che è: un modo concreto di costruire tutela, dignità, prossimità. Un’esperienza resa possibile anche grazie al sostegno di Periferiacapitale e costruita nella collaborazione con realtà come Nonna Roma, che sui social market ha sviluppato un’esperienza importante a Roma, e Progetto Arca, che da anni porta avanti modelli simili di market solidali fondati sulla dignità della scelta e sull’accesso ai beni essenziali.
Il punto, allora, non è limitarsi a dire che esiste la povertà. Il punto è capire che alcune esperienze, quando funzionano, possono indicare una strada. Possono suggerire che sui bisogni fondamentali servono strumenti stabili, accessibili, territoriali. Possono farci vedere che una risposta pubblica, radicata nelle comunità e costruita insieme alle reti sociali, non è un’astrazione: è qualcosa che può prendere forma già adesso.
Per questo il valore del Social Market sta sì nell’aiuto concreto che offre, ma anche nel messaggio che porta con sé. Ci dice che il cibo non può essere trattato come una merce qualsiasi. Ci dice che, accanto al mutualismo, serve una politica capace di trasformare esperienze nate dal basso in modelli più forti, più strutturati, più replicabili. Ci dice che dove c’è un bisogno diffuso non basta tamponare: bisogna immaginare soluzioni all’altezza.
È da qui che bisognerebbe ripartire. Dalla vita materiale delle persone. Da ciò che serve davvero. Da strumenti che restituiscano sicurezza, dignità e respiro.
Ed è forse questa la lezione più forte che arriva anche da Mamdani: quando un diritto essenziale viene lasciato nelle mani del mercato, la politica smette di proteggere. Quando invece decide di intervenire, ricomincia a servire.
Il cibo non è una merce. È il confine tra esclusione e dignità. E quel confine non può essere lasciato al profitto.