30/03/2025
IL PIANTO DEGLI AGNELLI E IL DOLORE DEL MONDO di Susanna Tamaro
La Pasqua si avvicina. Gli scaffali dei supermercati sono un trionfo di uova di cioccolata di ogni dimensione, di colombe con tutte le possibili varianti โ con uvetta, senza uvetta, ricoperte di cioccolata, con lo zabaione โ per accontentare i gusti piรน stravaganti.
Da qualche anno poi, alle piรน tradizionali colombe, si sono affiancati dolci a forma di campane e di agnelli, anche questi in svariate versioni.
Per chi vive in campagna, e ha lo sguardo abituato ad osservare ciรฒ che succede nella realtร circostante, la Pasqua รจ quel momento in cui le gemme sui rami iniziano a ingrossarsi e i peschi e gli albicocchi, spesso temerariamente, schiudono i loro fiori.
Le prime lucertole si svegliano e il loro fruscio si sente in prossimitร dei muretti mentre le uova dei rospi, avvolte a migliaia da una lunga collana gelatinosa, ondeggiano tra le piante dei laghetti.
Nel sottobosco spuntano le primule, le violette, i crochi, le pervinche e il mesto pigolio invernale degli uccelli si trasforma nella grande sinfonia che prelude al corteggiamento.
Il periodo che precede la Pasqua รจ il periodo in cui la vita si muove nuovamente verso la sua pienezza e, con questa sua forza oggi cosรฌ poco compresa, spinge anche noi a rinnovarci, ad abbracciare con una nuova visione lo scorrere incerto della vita.
Anche molti animali partecipano a questo rinnovamento.
La maggior parte dei capretti e degli agnelli nascono con la luna piena di febbraio e, dopo i primi giorni di timidezza trascorsi zampettando dietro lโombra rassicurante della madre, si lanciano in corse scatenate con i coetanei del gregge.
Chi non ha mai visto gli agnellini giocare, non avrร mai unโimmagine chiara della gioia che puรฒ pervadere la vita. Si inseguono in gruppi, sterzano, cambiano direzione, saltellano sulle zampe anteriori e posteriori, se cโรจ un punto piรน alto nel pascolo, una roccia, un tronco abbattuto, un fontanile, fanno a gara a saltarvi sopra e questo per loro รจ il massimo divertimento, e poi di nuovo riprendono a rincorrersi, ogni tanto si affrontano e si caricano a testate, simulando lโetร adulta.
Poi le madri li richiamano, e allora รจ tutto un correre, un raggiungere con misteriosa abilitร , tra la folla del gregge, la propria genitrice, uno spingere con testa, un vibrare di codine soddisfatte. Sul pascolo scende allora il tenero silenzio della poppata.
Ma poi un giorno, poco prima della Pasqua, mentre gli agnellini pan di spagna sorridono invitanti sui banchi dei supermercati, nelle campagne arrivano i furgoni e caricano i piccoli delle pecore e delle capre.
La gioia se ne va dai pascoli e subentrano gli strazianti belati delle madri che per tre giorni corrono incredule da un lato allโaltro chiamando a gran voce le loro creature con le mammelle gonfie di latte.
Poi, dopo tanta agitazione, sulle campagne scende il silenzio e i pascoli tornano ad essere delle distese brulle in cui i corvi zampettano tra le madri svuotate dal dolore. Intanto gli agnellini, avvolti nel cellophan, sono arrivati nei banconi dei supermercati: interi, a pezzi, o solo la testa, che pare sia una prelibatezza. Non posso non sussultare quando vedo, schiacciati dalla pellicola, quegli occhi opachi e quei dentini che giร strappavano la prima erba.
Lโaltro giorno mi ha chiamato unโamica che lavora vicino al mattatoio. ยซMi sono messa i tappi, ma non serve a niente. Vengono scaricati ogni giorno, a centinaia, e urlano con voci da bambini, disperate, rauche, in preda al terrore, ma, a parte me, nessuno sembra farci caso.
In fondo ogni anno รจ cosรฌ. ร la vita, รจ la tradizione, รจ Pasqua e questo รจ il rumore della Pasquaยป.
Giร , perchรฉ la Pasqua รจ soprattutto un pranzo tradizionale, una mangiata di quelle che si fanno di rado, con lโabbacchio trionfante in mezzo alla tavola, un abbacchio ridotto a prelibatezza culinaria, a segno di una cultura gastronomica mai tradita, spogliato da ogni valenza che superi il tratto gastrointestinale.
Ma in quei belati, in quelle urla, in quella vita che รจ pura innocenza, non รจ forse celata la domanda piรน profonda sul senso dellโesistere? Perchรฉ la morte irrompe e devasta, senza guardare in faccia nessuno.
Nella nostra societร cosรฌ asettica e cosรฌ impregnata di onnipotenza, lo dimentichiamo un poโ troppo spesso, ma dimenticare lโingombrante presenza della morte vuol dire abdicare, fin da principio, al senso della vita.
Quando la morte scende su uno dei miei animali, gli altri fanno dei lunghi giri per non avvicinarsi al corpo, per non guardarlo e, per qualche giorno, il loro comportamento cambia, diventa stranamente assente, come se qualcosa, al loro interno, allโimprovviso avesse cominciato a vibrare in modo diverso.
La contemplazione della morte non puรฒ non provocare un profondo senso di timore, timore per quellโocchio brillante che improvvisamente diventa opaco, per quel vivo tepore che si trasforma in fredda rigiditร .
ร per questa ragione che tutte le culture dellโuomo hanno sviluppato dei rituali di macellazione per rendere questo passaggio meno temibile โ temibile per lโanimale, ma temibile soprattutto per noi, temibile per la potenza evocativa racchiusa nel sangue che scorre.
Ma in una societร come la nostra, totalmente profana, in cui nulla รจ piรน sacro e gli unici timori concessi sono legati alla materia, la catena di morte del macello non รจ che una realtร tra le altre.
Le urla degli agnelli sono un rumore di fondo, uno dei mille rumori che frastornano i nostri giorni. E forse non sapere ascoltare questo lamento รจ il non saper ascoltare tutti i lamenti โ i lamenti delle vittime delle guerre, dei malati, dei bambini torturati, uccisi, delle persone seviziate, abbandonate, dei perseguitati, di tutte quelle voci che invano gridano verso il cielo.
ร anche il non saper ascoltare il nostro lamento, di persone sazie, annoiate, risentite, incapaci di vedere altro orizzonte oltre quello del nostro minuscolo ego, incapaci di interrogarci, di affrontare le grandi domande e di accettare il timore che, da esse, inevitabilmente deriva.
Sdraiati sul comodo divano della teodicea, continuiamo a ripetere che Dio non puรฒ esistere perchรฉ permette il male degli innocenti e questo assunto ci placa, ci quieta, ci mette dalla parte della ragione, proteggendoci dallโinsonnia delle notti e dallโangoscia straziante del dolore del mondo.
Quanti orrori โ e quanti errori โ derivano da questโimmagine di Dio onnipotente, da questโidea di un Dio con la barba, seduto su una nuvola, parente stretto di Zeus, con i fulmini in mano, pronto a scagliarli sugli empi della terra.
Lโonnipotenza di questa societร ipertecnologica, non deriva forse proprio da questo?
Dio non รจ onnipotente, come ci aveva promesso, e dunque diventa nostro compito assumerci lโonnipotenza, raddrizzare le cose storte in cose dritte, creare il paradiso in terra, un paradiso in cui la giustizia finalmente trionfa, grazie alle nostre leggi.
Il paradiso in terra perรฒ, come giร abbondantemente ci hanno mostrato le tragedie del Novecento, ben presto si trasforma nel suo opposto perchรฉ, quando lโuomo crede di agire unicamente secondo i principi assoluti della ragione, sta giร srotolando un reticolato e prepara potenti luci al neon per illuminare ogni angolo della prigione.
Forse il pianto delle migliaia di agnelli immolati per routine consumistica in questi giorni non รจ che il pianto di tutti i milioni di vite innocenti che ogni giorno in modi diversi, da che mondo รจ mondo, vengono stritolate dal male.
E quel pianto che si alza verso il cielo senza ottenere risposta, ci suggerisce forse che il passaggio, la vera liberazione โ la vera Pasqua โ รจ proprio questa.
Sapere che Dio non รจ onnipotente, ma, come Agnello, condivide la stessa nostra disperata fragilitร .
E solo su questโidea โ sullโidea che condividiamo la fragilitร , che le tue lacrime sono le mie e le Sue sono le nostre โ si puรฒ immaginare un mondo che non scricchioli piรน sotto il delirio dellโonnipotenza ma che si incammini nella costruzione di una vera umanitร .
Susanna Tamaro
28-3-2010