POLIS. Diritto di Cittadinanza

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L’ignoranza si combatte. Sta scritto nella costituzione.  Se la amministratora del condominio non lo fa, sarà il caso di...
31/08/2026

L’ignoranza si combatte. Sta scritto nella costituzione.

Se la amministratora del condominio non lo fa, sarà il caso di tenerla d’occhio.

“L’istruzione è l’unica scala verso la libertà, l’ignoranza è prigionia.”

Chi di noi non ha avuto un nonno che predicava questi principi?

Come ci siamo ridotti?

Nelle foto sotto il pensiero di Nadia Urbinati

16/08/2026

16 agosto, i Tre Martiri e quella domanda che riguarda anche noi

Costruttrici e costruttori della città Pensando ai pomeriggi passati con Alfonso Giorgetti (Fonso d’Vigi) maestro fabbro...
02/08/2026

Costruttrici e costruttori della città

Pensando ai pomeriggi passati con Alfonso Giorgetti (Fonso d’Vigi) maestro fabbro ferraio nella sua officina di via Verdi, alle chiacchiere con Guido Ricci , capomastro, conoscitore del gergo dei muratori e signore della sua cantina, ed anche a Giuseppe Rinaldini (Gepi) maestro nella riparazione di biciclette, mi figurai, con un amico, di dar vita ad una sorta di riconoscimento civile e non istituzionale, da dedicare a “Costruttrici e costruttori della città”.

E così abbiamo immaginato un premio annuale ai capimastri e ai muratori, poi uno ai fabbri ferrai, uno ai calzolai, uno alle lavandaie ed altri ancora.

Di un premio, quello alle lavandaie, voglio mettere, qui di seguito, il documento di motivazione.

ALLE LAVANDAIE

Le lavandaie di Santarcangelo di Romagna hanno custodito, per generazioni, una forma di sapere che non è soltanto mestiere.

Le lavandaie hanno lavorato nei giorni di gelo e nei giorni di sole e di vento, piegate sull’acqua come su una pagina da scrivere, trasformando la fatica in un gesto che ha dato ordine al mondo: lavare, risciacquare, stendere, restituire pulito ciò che la vita ha sporcato.

Sono state operaie della cura, artigiane della resistenza quotidiana, donne che hanno fatto della forza delle braccia una politica del vivere, una pedagogia silenziosa che ha insegnato alla città cosa significa prendersi carico degli altri.

Nel lavatoio della città, dove il rumore dell’acqua si mescolava alle voci e ai canti, hanno costruito una comunità femminile di solidarietà, un luogo dove la fatica diventava racconto, dove il lavoro diventava relazione, dove la dignità non era concessa ma conquistata.

Le lavandaie hanno tenuto viva una memoria che oggi rischia di scomparire: la memoria del lavoro umile ma necessario, del gesto ripetuto che non chiede applausi, ma riconoscimento, della cura che non è servizio ma fondamento civile.

Hanno attraversato epoche di trasformazioni economiche e sociali senza mai perdere il senso del loro compito: rendere possibile la vita degli altri.

Per questo il premio non celebra solo ciò che hanno fatto, ma ciò che hanno rappresentato: una cultura del lavoro femminile che ha sostenuto Santarcangelo, un’ etica della responsabilità che ha preceduto le istituzioni, una memoria collettiva che oggi diventa patrimonio.

Il premio riconosce che la città non è fatta soltanto di piazze, palazzi e feste, ma di mani che hanno lavorato nell’ombra, di voci che hanno tenuto insieme le famiglie, di donne che hanno trasformato un lavatoio in un luogo di civiltà.

Le lavandaie di Santarcangelo non hanno solo lavato panni:
hanno lavato il tempo, hanno lavato la storia, hanno lavato la città.

Ora, su quell’edificio che ha mantenuto il nome, ma non la memoria dei loro giorni, non c’è un segno, una parola o solo un rimando che possa ricordare le loro ore, il loro lavoro e le loro vite.

Mario Turci

Un museo etnograficoUn museo etnografico è la soglia attraverso cui una città riconosce la propria anima, perché non con...
29/07/2026

Un museo etnografico

Un museo etnografico è la soglia attraverso cui una città riconosce la propria anima, perché non conserva soltanto oggetti ma trattiene gesti, voci, saperi, modi di abitare il mondo che altrimenti scivolerebbero nell’ombra.

Il museo è anche un luogo che bisogna saper fare, costruire con cura, ascolto, confronto, perché ogni scelta espositiva è una presa di posizione e richiede la capacità di dialogare con le comunità, con le memorie vive, con le differenze che abitano il territorio.

Un museo etnografico è un archivio sensibile dove la memoria urbana si fa materia condivisa e dove le storie minute, quelle che non entrano nei monumenti, tornano a parlare e a intrecciarsi con il presente; è lo specchio in cui la città vede la propria identità plurale, le sue fragilità, le sue metamorfosi, e comprende che ciò che chiamiamo tradizione è un movimento continuo, un dialogo tra arrivi e partenze, tra ciò che resta e ciò che cambia.

In questo il museo è un dispositivo politico che decide cosa far emergere e cosa lasciare in silenzio, e proprio per questo richiede competenze, responsabilità, capacità di confronto critico e di mediazione culturale per permettere alla comunità di interrogarsi, di negoziare il proprio passato, di immaginare un futuro più giusto.

Il museo etnografico è uno spazio di risonanza dove ogni oggetto diventa presenza, ogni testimonianza diventa voce, ogni traccia diventa possibilità di riconoscersi, è in definitiva, la camera d’eco dell’anima del territorio, il luogo in cui si rivela la trama invisibile che tiene insieme la memoria di una città, a patto che chi lo progetta sappia ascoltare, discutere, mettere in dialogo il patrimonio culturale e la vita.

Fare un museo significa confrontarsi con altre esperienze simili, allargare l’ambito delle competenze, delle collaborazioni. Il museo deve essere un opera collettiva.

Per fare un museo etnografico è necessaria un’idea di etnografia e dei valori culturali, sociali e politici che incarna.

Mario Turci

La crisi del commercio è una faccenda complessa che non si risolve con uno Slogan.         +++ Ma con un progetto. +++  ...
15/07/2026

La crisi del commercio è una faccenda complessa che non si risolve con uno Slogan.
+++ Ma con un progetto. +++

In questi giorni, in alcuni spazi digitali della nostra città, si è sviluppato un interessante dibattito a partire da una riflessione del Presidente di Città Viva, che desidero ringraziare per aver contribuito ad aprire un confronto su un tema così importante.

Ho letto con attenzione il suo intervento e tutti i commenti che ne sono seguiti.
Pur partendo da sensibilità e posizioni anche molto diverse, mi sembra emergano alcuni elementi di convergenza più ampi di quanto possa apparire a una prima lettura.

Credo, infatti, che tutti condividiamo il medesimo obiettivo: un centro storico vivo, con negozi aperti, accessibile, sicuro, curato e piacevole da vivere.

Le differenze riguardano soprattutto gli strumenti attraverso i quali raggiungere questo traguardo.
C'è chi individua la priorità nei parcheggi, chi negli eventi, chi nella fiscalità, chi nella sicurezza, chi nella qualità dello spazio pubblico, negli affitti, nella viabilità o nei servizi.

Il punto, tuttavia, è che stiamo discutendo soprattutto delle conseguenze di un cambiamento profondo, mentre dovremmo concentrare maggiormente l'attenzione sulla sua causa.

La causa è che il mercato è radicalmente cambiato.
È già stato osservato: oggi il commercio di vicinato non compete più con il negozio del paese vicino, ma con Amazon, con la grande distribuzione organizzata, con le piattaforme che consegnano in giornata e, più in generale, con modelli di consumo profondamente diversi rispetto a quelli di vent'anni fa.

Per questa ragione non esiste una soluzione semplice.
Più parcheggi possono essere utili? Certamente.
Una migliore accessibilità può fare la differenza? Sicuramente.
Così come sono importanti la qualità degli spazi pubblici, la sicurezza, il verde, la disponibilità di servizi, una riflessione sul mercato degli affitti e un calendario di eventi di qualità.

Ma nessuna di queste misure, considerata singolarmente, è sufficiente a determinare la rinascita del commercio.

Del resto, anche altri comparti economici stanno attraversando trasformazioni profonde: penso all'agricoltura, all'artigianato, alle imprese energivore.
Nessuno immagina che possano affrontare queste sfide facendo affidamento esclusivamente sul sostegno pubblico.

Il compito di un'Amministrazione comunale non è sostituirsi all'iniziativa imprenditoriale, ma creare le condizioni affinché fare impresa abbia maggiori possibilità di successo.
È questo, a mio avviso, il significato più autentico dell'Hub Urbano che stiamo costruendo, al quale dovranno affiancarsi, in futuro, anche gli Hub di prossimità, perché le frazioni rappresentano una parte essenziale della nostra comunità.

L'Hub Urbano non è un semplice bando, né tantomeno quella "fuffa" che qualcuno ha definito. È un metodo di lavoro: uno spazio nel quale Amministrazione, commercianti, proprietari di immobili, associazioni e cittadini possono costruire insieme una strategia condivisa.
Non rappresenta la soluzione di tutti i problemi, ma costituisce un'importante occasione per iniziare a progettare insieme il futuro della città.

La domanda che dobbiamo porci non è soltanto come sostenere le attività commerciali esistenti, ma anche quali attività vogliamo favorire nei prossimi dieci anni. È evidente che non possiamo limitarci a sostituire un bar con un altro bar o un ristorante con un altro ristorante.
Diversificare l'offerta commerciale rappresenta una necessità strategica.

Anche su questo il Comune può svolgere un ruolo significativo: orientare chi desidera investire, mettere a disposizione dati e conoscenze, accompagnare gli imprenditori verso attività con maggiori prospettive di sviluppo, evitando di alimentare aspettative destinate a spegnersi nel giro di pochi mesi.

Per quanto riguarda l'accessibilità, se riusciremo ad aumentare i parcheggi sarà certamente un risultato positivo.
L'ampliamento del parcheggio Francolini, ad esempio, è una delle ipotesi sulle quali stiamo lavorando proprio perché siamo consapevoli della sua importanza.
Ma accessibilità non significa necessariamente poter parcheggiare davanti alla porta del negozio.
Significa poter raggiungere facilmente il centro storico e trovare un ambiente sicuro, pulito, ombreggiato, dotato di servizi adeguati, facilmente percorribile anche dalle persone anziane e da chi vive una condizione di disabilità, un luogo nel quale sia piacevole fermarsi e trascorrere del tempo.

Per questo continuo a ritenere, con convinzione, che nel lungo periodo Piazza Marini possa evolvere sempre più verso uno spazio dedicato alle persone. È una prospettiva che può suscitare discussione? Certamente.

Ma Santarcangelo è cresciuta proprio quando ha avuto il coraggio di immaginare trasformazioni che, inizialmente, sembravano impossibili. È accaduto con il Parco della Fiera, con Piazza Ganganelli, con il Combarbio e con la valorizzazione del centro medievale. Scelte che, al momento della loro realizzazione, dividevano l'opinione pubblica e che oggi rappresentano elementi identitari della nostra città.
La vera sfida consiste nel costruire un'economia locale capace di fare squadra, sia tra gli imprenditori sia tra il sistema economico e l'Amministrazione comunale.
Vogliamo rafforzare le Shopping Night?
Vogliamo inserirle all'interno di un progetto più ampio che coinvolga cultura, spettacolo, famiglie e qualità dello spazio urbano?

Sediamoci attorno a un tavolo e costruiamo insieme una visione condivisa.
Il futuro del commercio, inoltre, non può essere separato dal futuro della residenza. Non esiste un centro storico vivo senza persone che lo abitino ogni giorno.

Allo stesso tempo, non esiste un centro storico abitato se chi vi risiede non trova servizi, negozi, botteghe, attività economiche, luoghi di incontro e spazi di relazione. Commercio e residenza non sono interessi contrapposti: rappresentano due facce della stessa medaglia.

Per questo credo in un turismo di qualità, non in un turismo predatorio. Un turismo che valorizzi Santarcangelo senza consumarla, che produca ricchezza senza espellere chi la vive, che lasci valore sul territorio invece di impoverirlo.

Questo significa avere il coraggio di affrontare temi che fino a pochi anni fa apparivano marginali: il proliferare incontrollato dei B&B, i cambi di destinazione d'uso che rischiano di svuotare il centro storico delle sue funzioni, la tutela delle attività economiche storiche e una pianificazione urbanistica capace di garantire il giusto equilibrio tra commercio, residenza, servizi e spazi pubblici, assicurando adeguate dotazioni a ogni nuovo insediamento.

Se perderemo i residenti, perderemo anche il commercio. E se perderemo il commercio, sarà sempre più difficile convincere le persone a continuare a vivere nel nostro centro storico.

In definitiva, il successo di una città non si misura dal numero di persone che riesce ad attrarre in un sabato sera.

Si misura, piuttosto, dalla qualità della vita che è in grado di garantire, ogni giorno, a chi quella città la abita, la costruisce e la vive.

Luca Paganelli

Anche l'amico Luciano Natalini ha avviato una collaborazione con questa pagina. Polis. Diritto di cittadinanza ha lo sco...
13/07/2026

Anche l'amico Luciano Natalini ha avviato una collaborazione con questa pagina. Polis. Diritto di cittadinanza ha lo scopo di fornire spunti di riflessione che permettano, a chi frequenta i nostri luoghi digitali, di allargare il proprio orizzonte.
Luciano, con la visione "Europea" cui lo obbliga il suo lavoro, propone alla nostra comunità un pensiero sulla difesa della Democrazia.

Nel dare il benvenuto a Luciano che è a disposizione di tutti per ogni approfondimento, proponiamo il suo post.
+++ *** +++

Le riflessioni di Marc Bloch sul pacifismo che non distingue aggressore e aggredito.

Marc Bloch non è stato solo uno dei più grandi storici del Novecento, ma anche un protagonista della Resistenza francese, fucilato dai nazisti nel giugno 1944.
Nel suo libro La strana disfatta, scritto nell’estate del 1940 e pubblicato postumo nel 1946, Bloch si interroga su come sia stato possibile che uno dei più potenti eserciti europei venisse annientato in poche settimane dalla Wehrmacht.

Tra le cause profonde della catastrofe, individua un pacifismo che non ha saputo distinguere tra aggressore e aggredito.
Il pacifismo che Bloch critica non è la volontà di pace in sé — comprensibile in un’opinione pubblica francese traumatizzata dal massacro della Prima guerra mondiale — ma l’incapacità di riconoscere la natura dell’aggressione nazista e, di conseguenza, di assumersi la responsabilità politica e morale della difesa.

Secondo Bloch, una parte dell’opinione pubblica francese tra le due guerre aveva sviluppato un pacifismo sentimentale e “astratto”, incapace di vedere che la Germania hitleriana non era un interlocutore pacifico, ma un regime espansionista deciso a usare la forza.

Egli nota che una parte consistente della società francese: metteva sullo stesso piano Francia e Germania, come se fossero due potenze equivalenti e simmetriche; considerava ogni riarmo come “militarismo”, senza distinguere tra difesa e aggressione; accusava di bellicismo chi chiedeva una preparazione militare adeguata.

Il risultato fu che la Francia non si preparò, né materialmente né psicologicamente, alla guerra che stava arrivando. Bloch definisce questo atteggiamento “neutralismo morale”: l’idea che, per essere pacifisti, si debba evitare di giudicare chi aggredisce e chi è aggredito. Secondo lui, questo neutralismo disarma moralmente la democrazia, favorisce l’aggressore, paralizza la capacità di decisione.

Bloch insiste su un punto decisivo: non prendere posizione equivale a prendere posizione per il più forte. La sua lezione è che la pace non è un dono, ma un compito politico. Non si difende con buone intenzioni, dichiarazioni morali, appelli generici alla nonviolenza.
La pace si difende con lucidità nel riconoscere l’aggressione, deterrenza, preparazione militare adeguata, unità politica.

Non perché la guerra sia desiderabile — Bloch la considera il punto più basso della vicenda umana — ma perché la rinuncia alla difesa non impedisce la guerra: la rende più probabile.

Questa riflessione è sorprendentemente attuale di fronte all’aggressione della Russia contro l’Ucraina, il quinto intervento armato su larga scala di Vladimir Putin da quando è al potere.
Tuttavia, l’analisi di Bloch non porta automaticamente a sostenere che la decisione della NATO di portare al 5% del PIL le spese militari sia la risposta più efficace.
Se consideriamo nel loro insieme i 27 Stati membri dell’Unione Europea — quasi tutti membri della NATO — essi già oggi spendono complessivamente più della Federazione Russa. Il problema non è la quantità della spesa, ma la sua frammentazione: gli Stati europei investono in sistemi nazionali spesso non integrati, non interoperabili e non coordinati tra loro.

Una politica degna di questo nome dovrebbe dire con chiarezza alla propria opinione pubblica che la deterrenza è giusta e necessaria, ma può essere ottenuta spendendo meno, senza sacrificare il welfare, investendo finalmente in una difesa europea di tipo federale, capace di evitare duplicazioni, sprechi e inefficienze.

Luciano Natalini

Negli ultimi anni c’è una retorica che presenta la memoria di Santarcangelo come città contadina. La memoria di Santarca...
11/07/2026

Negli ultimi anni c’è una retorica che presenta la memoria di Santarcangelo come città contadina.


La memoria di Santarcangelo non può dirsi contadina perché la terra era solo una delle sue voci e non la più forte. A Santarcangelo l’aia si dissolveva nella piazza, dove il gesto antico del lavoro dialogava con l’invenzione artigiana e la sapienza del commercio.

Le botteghe si mescolavano con le officine, con i mercati e le fiere, che erano luoghi e occasioni di scambio e conoscenza. La campagna e il mondo contadino nutrivano la città, che ricambiava con i prodotti dell’artigianato, utili al lavoro nei campi.

Santarcangelo non è mai stata contadina perché non viveva di stagioni, ma di relazioni, invenzioni, scambi, architetture e le sue botteghe non erano ripari, ma officine e occasioni d’incontro.

Santarcangelo non è mai stata contadina perché la sua memoria è sempre stata urbana, scavata nelle grotte, come una radice che non cerca il campo, ma la profondità, perché la sua identità non era nel raccolto ma nell’ intreccio.

Quando si chiederà ai santarcangiolesi di uscire per strada con abiti ispirati dall’ identità della città, consiglio di vestirsi da fabbri ferrai, vasai, stampatori, falegnami, osti, capimastri, commerciati di bottega.

Mario Turci

+++ Rigenerando, addensando, riqualificando +++  Conversavo qualche giorno fa con un vecchio calciatore oggi architetto:...
06/07/2026

+++ Rigenerando, addensando, riqualificando +++

Conversavo qualche giorno fa con un vecchio calciatore oggi architetto:
"Sarà pur cosa buona se prendiamo una casa vecchia e decrepita e la ristrutturiamo. Ma siccome i soldi per fare questa operazione, il proprietario non li avrebbe, gli diamo un premio di cubatura così otteniamo un paese nuovo".

Accidenti! "E' come far goal a porta vuota!"

Quindi, mi viene da pensare, basta poco per trasformare il patrimonio immobiliare della città un po' decrepito in una moderna città a basso consumo energetico e di bell'impatto!
E' sufficiente "pigiare il tasto della rigenerazione" e, come per una una specie di magia, le risorse per far nuovo il patrimonio edilizio, saltano fuori!

Il Pagatore: Le tante nuove persone che compreranno le tante nuove abitazioni che si potranno fare
Il Beneficiario: I tanti proprietari di immobili.

Semplicissimo!

Il Dubbio: Ma se una decisione che la città assume, dar fuoco alle polveri della rigenerazione addensante, produce così tanta ricchezza... sarà il caso di misurare come questa ricchezza si redistribuisce?

Ecco una domanda che vorrei scrivere su una delle pagine del quaderno degli attori (il librone che raccoglie i contributi dei cittadini che hanno suggerimenti da dare nel fare il PUG):
"A quanto ammonta, a spanne, la premialità prodotta dalle regole della rigenerazione addensante e come si distribuisce"?

Massimo Raggini

04/07/2026
 # # # FESTIVAL  # # #  Persone diverse. Visioni diverse, Lingue diverse  Le parole di questo festival sono complicate, ...
04/07/2026

# # # FESTIVAL # # #

Persone diverse. Visioni diverse, Lingue diverse

Le parole di questo festival sono complicate, a volte ermetiche.

Moltissimi artisti, da molte parti del mondo, si incrociano agli spettacoli; loro si comprendono. Forse no.

Passeggio in mezzo a questa umanità singolare; persone che guardano il mondo, lo stesso mondo che calpestiamo noi.. ma non vedono le stesse cose.

Futuri impossibili, presenti rubati, passati nobili oramai dimenticati.

Seduto davanti ad una bottiglia ed un tagliere osservo giovani donne e uomini e mi meraviglio.

Una “Town Parade” dove i protagonisti sono giovani artisti cosmopoliti per i quali i colori sono ricchezza e non divisa.

Caro Mario
La tua città lenta la puoi intravedere in queste serate dove il pensiero vale di più di un calice o di una piada.

La puoi intravedere nel pubblico che balla su un ritmo techno internazionale con parole di riscatto e sofferenza iraniana.

Di questa città, complicata ed ermetica in queste giornate, sono orgoglioso!

Massimo Raggini

Santarcangelo Festival
Santarcangelo Di Romagna

Indirizzo

Via Della Fornace Fabbri, 54
Rimini
47921

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