Paspartu APS ETS Reggio di Calabria

Paspartu APS ETS Reggio di Calabria Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Paspartu APS ETS Reggio di Calabria, Organizzazione no-profit, Reggio di Calabria.

Abbiamo lo scopo di promuovere l’elevazione culturale e morale, l’impegno civile e sociale, il rispetto dell’ambiente, la solidarietà e le attività di volontariato per tutti i cittadini senza alcuna distinzione di razza, religione o credo politico

21/02/2026

🔥 Масленица 22 февраля — делаем по-настоящему тёплый праздник для наших билингвов и взрослых! 🔥

22 февраля мы собираемся вместе, чтобы устроить яркую, шумную, вкусную Масленицу — с блинами, играми, живой речью и настоящей атмосферой русского праздника 💛

Это будет не просто встреча — это будет:
🥞 Блины с пылу с жару
🎭 Игры и конкурсы для детей и взрослых
🗣 Живое общение на русском языке
🎶 Музыка и традиции
🔥 И, конечно, масленичное настроение

✨ Мы создаём пространство, где язык живёт, звучит и объединяет поколения.

Давайте проводим зиму ярко и вместе 🌞
Будет тепло. Будет вкусно. Будет по-настоящему.

04/01/2026

⛪ Santa Severina – Le chiese, cuore sacro del borgo ✨

Santa Severina custodisce chiese che sono veri scrigni di storia e spiritualità. Tra queste spicca il Battistero bizantino, unico nel suo genere: un capolavoro giunto fino a noi quasi intatto, dove colonne antiche e architetture a pianta centrale raccontano secoli di fede.

Qui il tempo sembra rallentare. La luce che filtra dalle piccole finestre, gli affreschi risalenti al X–XII secolo, il silenzio carico di significato rendono ogni visita un’esperienza profonda e suggestiva.

Le chiese di Santa Severina non sono solo monumenti: sono luoghi dell’anima, testimoni di una Calabria che conserva con orgoglio le proprie radici bizantine.

02/01/2026

🏰 ✨ Visitare il Castello di Santa Severina è come attraversare il tempo. Tra le sue mura antiche si custodiscono oggetti fantastici, ricchi di storia, simboli e mistero: sculture che sembrano osservarti, elmi e ornamenti carichi di potere, abiti preziosi che raccontano fasti e rituali di un passato lontano.

Ogni sala è un viaggio tra arte, spiritualità e leggenda. Qui nulla è semplice decorazione: ogni oggetto ha un’anima, una voce, una storia da ascoltare.

Santa Severina non è solo un luogo da vedere, ma un’esperienza da sentire.
Un castello che incanta, affascina e lascia il segno ✨

31/12/2025
29/12/2025

Maremoto

Nella notte, prima che il sole sorgesse nel 28 dicembre del 1908, i contadini sopravvissuti al terremoto tra Catona e Pellaro, nel buio assoluto dello Stretto senza le luci di Messina, sotto la pioggia, si affollavano terrorizzati sulle marine in cerca di salvezza dall'apocalisse.

Proprio in quel momento, mentre il rumore delle fiumare in piena copriva le urla dei feriti sotto le macerie, si sollevarono dal mare tre onde gigantesche, che a Pellaro raggiunsero tredici metri di altezza, spazzando via le case di cui rimasero solo i pavimenti a testimonianza della presenza umana e tutti gli agrumeti carichi di arance, limoni e bergamotti pronti per essere raccolti.

Nelle campagne di Gallico e Catona il mare arrivò oltre i canneti, allagò i giardini, distrusse le case e si infranse sulla massicciata della ferrovia che servì da ultimo baluardo per la difesa delle vite di quei contadini.

Nel suo ritirarsi la marea risucchiò barche, cadaveri e feriti. Molte persone, uscite incolumi da crolli e incendi, affogarono trascinate al largo e migliaia di cadaveri rimasero in balia delle onde e dei pesci per settimane, prima che i soccorritori, intenti ad intervenire in città, dove il numero dei feriti e dei superstiti era maggiore, riuscissero a raggiungere i centri minori per raccogliere quel che rimaneva dei piccoli centri immersi nelle campagne e delle loro popolazioni.

Quella notte, i nostri avi, uomini e donne che arrivarono dal cuore dell'Aspromonte per coltivare i giardini lungo le marine, che avevano avvertito, da sempre, il mare come il pericolo assoluto, delle incursioni dei Mori e della paura dell'ignoto, furono travolti da qualcosa che nessun altro essere umano avrebbe mai più visto lungo lo Stretto di Messina.

I piccoli centri costieri come Catona, Gallico, Lazzaro e Pellaro sarebbero risorti con i giardini ricostituiti grazie alla sapiente tecnica delle "Chine" che con i detriti e la terra fertile trascinata dalle fiumare avrebbe assorbito le acque salmastre lasciate dal Maremoto. Con quartieri nuovi fatti i baraccamenti di legno, grazie all'intervento degli aiuti stranieri, prima, e successivamente con le palazzine volute dal fascismo.

I sopravvissuti dei nostri giardini, vissero come profughi, conservando per sempre memoria di quell'evento che, ancor più del terremoto e del numero impressionante di vittime, avrebbe segnato il racconto di quella notte e dei giorni funesti che seguirono, ai loro nipoti.

Ogni anno, il 28 di dicembre, ricordiamo le vittime del terremoto del 1908, su quell’evento che cancellò le due città dello Stretto tanto si è discusso, parlato e scritto e non a caso le migliori pubblicazioni sono quelle straniere. Forse perché per valutare quell’evento serve la giusta distanza. Noi invece non riusciamo a celebrare la rinascita di un popolo comune diviso da uno specchio di mare.

Noi non abbiamo mai voluto fare i conti con quello che avvenne dopo la catastrofe, non con le migliaia di morti, non con gli aiuti stranieri e con i sopravvissuti, non con le macerie e gli orfani, non con la ricostruzione infinita e le baracche di legno.

Non abbiamo voluto fare i conti con la società che riemerse dalle macerie dello Stretto dopo il 1909.

Società e popolo ancora diviso in classi sociali, con il destino in mano, ancora una volta, di chi era arrivato al potere grazie al Risorgimento voluto da una Monarchia borghese. Società e popolo divisi in tanti nemici con una classe dirigente impaurita dalla società di massa che bussava alle porte chiuse dei palazzi nuovi chiedendo il conto per gli anni della schiavitù e dello sfruttamento. Società e popolo sottoposte alle esigenze di uno Stato liberale e liberista.

Anni difficili in cui le città furono riedificate con grandi sforzi, Messina, super potenza commerciale del Mediterraneo e capitale economica della Sicilia, p***e la sua borghesia “straniera” e cosmopolita che faceva da traino per Reggio, tenendo l’economia dello Stretto legata ai mercati internazionali. Reggio senza la borghesia internazionale di Messina p***e capitali e la rete commerciale che ne aveva garantito la ricchezza per almeno un secolo. Messina e Reggio iniziavano quel processo di involuzione che le avrebbe portate ad essere due città chiuse con due popoli diversi, divise da un mare che sarebbe diventato frontiera.

Reggio, senza Messina, sarebbe tornata ad essere una città chiusa tra quattro mura assaltata dalle élite della provincia che premevano alle sue porte per conquistare, finalmente, un posto nel palazzo dell’amministrazione comunale.

Città chiusa che con le Ferrovie, le Poste, senza un porto commerciale, si condannava alla burocrazia. Città ferma, impantanata nelle mille inimicizie, terreno di conquista degli americani di ritorno e della rapace borghesia agrumaria in perenne affanno, alla famelica ricerca dei pagamenti in anticipo che l’avevano risparmiata dalla responsabilità imprenditoriale che i prodotti di pregio e finiti avevano, da sempre, imposto a chi aveva rischiato, scegliendo di vivere di Industria.

Una città da riedificare ed una comunità in macerie.

Esiste un quadro al Museo Regionale di Messina che per la sua storia potrebbe riassumere quello che siamo attualmente. Una tela di grandi dimensioni dipinto da Girolamo Alibrandi nel 1519. Il quadro venne distrutto dal terremoto del 1908 e ridotto in oltre trecento pezzi che solo grazie al capace e paziente lavoro dei restauratori venne rimesso insieme ed esposto nel Museo di Messina sorto grazie alle opere rinvenute tra le macerie della città.

Quando mi trovo davanti a quel quadro, spesso con il Museo vuoto, in silenzio, resto ad osservarne i vuoti, gli strappi, colmati con materiali diversi. Vuoti e brandelli di dipinto persi per sempre sotto le macerie di una città condannata alla rovina. Guardo il quadro, immagino le espressioni sui volti dei sopravvissuti, le loro voci disperate in cerca di aiuto.

Quel quadro, bellissimo, risorto grazie all’opera dell’uomo, assume, oggi, un valore simbolico unico nel suo genere, non più tela, ma simbolo della nostra riedificazione civile incompiuta.

Per tanto, troppo tempo, abbiamo cercato un nemico straniero, lontano da noi, alimentando la leggenda dello “scippo”, senza voler fare i conti con quello che siamo stati, senza voler guardare quello che siamo oggi.

Oggi, viviamo una catastrofe silente che arriva da lontano, che continuiamo ad alimentare, con la comunità dello Stretto divisa, con la democrazia ancora sepolta sotto le macerie del nostro presente.

Con la pretesa, forse, di ricevere, insieme alle nuove risorse del Recovery Fund, la civiltà infusa, come ricevemmo i soccorsi dagli stranieri appena dopo la catastrofe del 1908.

Vorrei ringraziare Nadia Terranova per aver scritto Trema la notte. Un romanzo che racconta gli eventi, la vita, le speranze dei sopravvissuti alla catastrofe del 1908. La speranza della libertà inaspettata, conquistata grazie al destino che aveva sepolto la vecchia società con tutti i suoi riti e i suoi vincoli di classe, sotto le macerie delle due città dello Stretto.

Mi auguro che questo romanzo e la mostra sulla ricostruzione post terremoto, dell’anno scorso, voluta dalla direttrice dell’Archivio di Stato di Messina, Angela Puleio, iniziative valide e di ampio respiro possano presto vedere coinvolte anche le istituzioni culturali della sponda Reggina, spesso assenti, e altre volte sorde al richiamo dell’impegno per la ricostruzione della memoria che lega indissolubilmente la storia delle due città dello Stretto.

Questo era quello che scrivevo e mi auguravo per il futuro nel dicembre del 2022.

E quest’anno le due Città Metropolitane dello Stretto hanno pensato bene di organizzare due mostre molto interessanti, forse molto belle, suggestive e coinvolgenti, ma due mostre divise, due mostre ognun per sé, come se ci fossero stati due terremoti e due maremoti differenti, mentre i nostri avi in quella notte di fine dicembre sperimentavano per la prima volta nel buio totale della sponda opposta, il terrore dell’assenza dell’altro, la paura definitiva di essere per la prima volta soli.

È inutile dire che ho sempre auspicato e desiderato che questo evento fosse motore non di commemorazione, non di riflessione e nostalgia, ma che fosse occasione per chiudere una volta per sempre con le false apparenze e le recriminazioni di piccolo cabotaggio, per guardarci in faccia una volta per tutte e costruire un futuro nuovo.

Mi sarebbe piaciuto vedere una mostra che tenesse unite le due sponde dello Stretto, soprattutto in questo momento, con visite guidate sui luoghi del Terremoto e del Maremoto, con biglietti dei dei mezzi gratuiti per tutti quelli che avessero voluto visitare i luoghi del disastro lungo le due sponde.

E invece, anche quest’anno mi toccherà la retorica trita e ritrita delle commemorazioni e delle false recriminazioni, del vittimismo e degli scippi in serie. Della nostra storia, della nostra magnificenza, della nostra intraprendenza, rimaste sepolte sotto le Macerie dell’Ira di Dio.

Dicembre 2023

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Vivere in un’altra città ha fatto sì che potessi guardare la Sicilia con il giusto distacco, nella lontananza è possibile una mediazione letteraria. La Sicilia è ricca di storie, di luoghi che forse hanno bisogno che la loro identità venga riconosciuta. Messina è tra questi. Perché ha una forte identità ma è stata spazzata via dal continuo ripetere che tutto è andato via col terremoto, che tutto è stato distrutto, che è una città che non ha più nulla. Invece qualcosa c’è, fosse anche “il terremoto”. Allora, proviamo a dirlo.

(Nadia Terranova)



Foto: effetti del maremoto sull'abitato di Gallico Marina in una cartolina commemorativa del 1909.

Tratto dal libro: Storie delle sette fiumare

29/12/2025

ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO DI REGGIO E MESSINA DEL 28 DICEMBRE 1908. PER NON DIMENTICARE.

Il Terremoto di Reggio Calabria e Messina del 1908 è considerato uno degli eventi sismici più catastrofici del XX secolo. Il sisma, di magnitudo 7,2 gradi della scala Richter (XI Mercalli), si scatenò alle ore 5:20:27 (ora locale) di lunedì 28 dicembre 1908 e danneggiò gravemente le città di Messina e Reggio Calabria nell'arco di 37 secondi. Metà della popolazione della città siciliana e un terzo di quella della città calabrese p***e la vita. Le vittime stimate furono circa 120000.

Furono distrutte tutte le vie di comunicazione (strade, ferrovie, tranvie, ma anche telegrafo, telefono), danneggiati i cavi elettrici e le tubazioni del gas. L'epicentro del grande sisma fu registrato nel comune di Reggio Calabria (tra Archi e Ortì inferiore). Si tratta della più grave catastrofe naturale in Europa per numero di vittime, a memoria d'uomo, e del disastro naturale di maggiori dimensioni che abbia mai colpito il territorio italiano in tempi storici.

L'Italia si trova lungo la zona di confine della placca continentale africana, e questa placca spinge contro il fondo del mare sotto l'Europa a una velocità di 25 millimetri (1 pollice) all'anno. Ciò provoca uno spostamento verticale, che a sua volta può causare terremoti. Lo Stretto di Messina fa parte del tratto tettonico regionale noto come “Arco Calabrese”, un'area di sollevamento differenziale altamente frammentata delle unità tettoniche ionica e tirrenica meridionale, di lì il contatto Africa-Eurasia. Alcuni dei terremoti più forti avvenuti negli ultimi secoli si sono verificati nell'arco calabrese, come i terremoti calabresi del 1783, del 1905 e il più catastrofico del 1908.

Questo terremoto è stato registrato da 110 stazioni sismografiche in tutto il mondo, ed è stato uno dei primi ad essere registrato da strumenti. Le registrazioni indicano che una notevole attività sismica si è verificata nelle aree intorno allo Stretto di Messina diversi mesi prima del 28 dicembre ed è aumentata di intensità a partire dal 1º novembre. Successivamente un totale di 293 scosse di assestamento ebbero luogo tra il 28 dicembre 1908 e l'11 marzo 1909.

Nella nuvola di polvere che oscurò il cielo, sotto una pioggia torrenziale e al buio, i sopravvissuti inebetiti dalla sventura e semivestiti non riuscirono a rendersi conto immediatamente dell'accaduto. Alcuni si diressero verso il mare, altri rimasero nei pressi delle loro abitazioni nel tentativo di portare soccorso a familiari e amici. Qui furono colti dalle esplosioni e dagli incendi causati dal gas che si sprigionò dalle tubazioni interrotte. Tra voragini e montagne di macerie gli incendi si estesero e andarono in fiamme case, edifici e palazzi.

Ai danni provocati dalle scosse sismiche e a quello degli incendi si aggiunsero quelli cagionati dal maremoto, di impressionante violenza, che si riversò sulle zone costiere di tutto lo Stretto di Messina con ondate devastanti stimate da 6 m a 15 m di altezza. Il maremoto provocò molte vittime, fra i sopravvissuti che si erano ammassati sulla riva del mare, alla ricerca di un'ingannevole protezione. Nel suo ritirarsi la marea risucchiò barche, cadaveri e feriti. Alcune navi alla fonda furono danneggiate, altre riuscirono a mantenere gli ormeggi entrando in collisione l'una con l'altra, ma subendo danni irreparabili.

Nel 2008 è stato proposto che lo tsunami concomitante non sia stato generato dal terremoto, ma piuttosto da una grande frana sottomarina che lo ha innescato. La probabile fonte dello tsunami è stata al largo di Giardini Naxos (40 km a sud di Messina) sulla costa siciliana dove è stato rivelato un grande corpo di frana sottomarino. Il maremoto devastò particolarmente Messina, causando il crollo del 90% degli edifici.

I siciliani e i calabresi vennero immediatamente soccorsi, martedì 29, da navi russe e britanniche che erano alla fonda a Siracusa e ad Augusta, mentre gli aiuti italiani arrivarono poco dopo: il ritardo fu causato dal fatto che i piroscafi partirono da Napoli, in tarda serata, subito dopo che le reali notizie sulla catastrofe arrivarono al Governo.

Tra le prime squadre di soccorso che giunsero a Reggio vi fu quella proveniente da Cosenza, guidata dall'esponente socialista Pietro Mancini (padre di Giacomo) che dichiarò: «Le descrizioni dei giornali di Reggio e dintorni sono al di sotto del vero. Nessuna parola, la più esagerata, può darvene l'idea. Bisogna avere visto. Immaginate tutto ciò che vi può essere di più triste, di più desolante. Immaginate una città abbattuta totalmente, degli inebetiti per le vie, dei cadaveri in putrefazione ad ogni angolo di via, e voi avrete un'idea approssimativa di che cos'è Reggio, la bella città che fu».

Il mondo intero si commosse: capi di Stato, di Governo e Papa Pio X espressero il loro cordoglio e inviarono notevoli aiuti anche finanziari. Unità da guerra francesi, tedesche, spagnole, greche e di altre nazionalità lasciarono i loro ormeggi e, raggiunte le due sponde dello stretto, misero a disposizione i propri equipaggi per provvedere a quanto necessario.

In tutta Italia, oltre agli interventi organizzati dalla Croce Rossa e dall'Ordine dei Cavalieri di Malta, si formarono comitati di soccorso per la raccolta di denaro, viveri e indumenti. Da molte province, partirono squadre di volontari composte da medici, ingegneri, tecnici, operai, sacerdoti e insegnanti per portare, nonostante le difficoltà di trasferimento esistenti, il loro fattivo sostegno alle zone terremotate.

Anche le Ferrovie dello Stato inviarono proprio personale: tra questi Gaetano Quasimodo, che raggiunse Messina con al seguito la famiglia e in particolare il figlioletto di soli 7 anni Salvatore, futuro Premio Nobel per la letteratura. Per mesi lo scrittore, insieme alla sua famiglia, visse su due vagoni merci, e successivamente rievocò l'esperienza nella poesia Al Padre.

Le due città p***ero gran parte della propria memoria storica. Molte delle monumentali costruzioni dei centri urbani subirono danni che, pur se non irreparabili, comportarono la loro demolizione per l'attuazione dei piani regolatori redatti dagli ingegneri Borzì e De Nava. Essi previdero la realizzazione di città quasi totalmente nuove, con palazzi di modesta altezza (non più di due o tre piani, anche per quelli pubblici) e lunghe strade larghe e diritte con una pianta ortogonale.

Tra l’immensa distruzione, anche a Reggio caddero alcuni dei suoi simboli più preziosi: gli eleganti edifici napoleonici che si affacciavano sull’antico lungomare, molti palazzi nobiliari, insieme a numerose chiese e basiliche. Tra queste, l’antica basilica bizantina della Cattolica dei Greci e il ricchissimo Duomo barocco, che dopo la ricostruzione sarebbe diventato l’edificio sacro più grande di tutta la Calabria.

E così, oggi, lo Stretto di Messina torna ad apparire per ciò che è sempre stato: un confine vivo, dove la meraviglia della natura convive con la sua forza più imprevedibile. Tra correnti leggendarie, miti millenari e panorami che tolgono il fiato, questo braccio di mare custodisce un fascino unico, lo stesso che, però, nel 1908 mostrò il suo volto più oscuro e devastante.

Ricordare quel terremoto significa riconoscere entrambe le anime dello Stretto: quella incantata, fatta di storie e bellezza, e quella potente, capace di cambiare per sempre il destino di intere città. Un luogo che continua a incantarci, ma che ci chiede, oggi come allora, rispetto, consapevolezza e memoria.

Alfonso Morelli team Mistery Hunters

15/07/2025

🌙🏰 Nel cuore di Santa Severina, là dove il tempo dorme e le leggende sussurrano…
C’è un castello che non è solo pietra e storia.
È memoria viva. È sogno antico. È voce che chiama dal silenzio.
È il Castello Carafa, che ci ha accolti come in un abbraccio, mentre con l’associazione Paspartu camminavamo tra luce e mistero.
✨ E lì, tra mura cariche di vento e segreti, abbiamo ascoltato una leggenda dimenticata…
Una storia che non è scritta nei libri, ma nei sassi, nel tramonto, e negli occhi di chi sa ancora credere nelle magie.
👗 Nel castello silenzioso, come sospeso nel tempo, riposano antichi abiti nobiliari. Veli leggeri, tuniche ricamate, mantelli di altri secoli…
È come se le dame e i cavalieri di un tempo non se ne fossero mai andati.
E forse, nei giorni in cui il sole filtra più dorato, li si può quasi vedere danzare ancora…
📜 La leggenda del Cavaliere d’Ombra
Si racconta che un tempo, nel cuore del castello, viveva Ser Corrado, un cavaliere giusto, dal cuore puro, innamorato perdutamente di una giovane guaritrice del borgo.
Il loro amore, fragile e luminoso, fu spezzato dalla crudeltà del potere: lei venne accusata di stregoneria, e lui, per salvarla, disobbedì agli ordini del Gran Maestro.
Tradito, fu murato vivo nel ventre del castello. Ma l’amore, si sa, non muore.
Da allora, nelle notti senza luna, una figura scura veglia sul borgo, a cavallo, tra nebbia e silenzio.
Chi ha il cuore sincero, dice di sentire il tintinnio della sua spada…
E una carezza d’aria calda che passa lieve, come una promessa d’amore eterno.
❤️ Noi, Paspartu, ci siamo fermati un momento. Abbiamo taciuto. Abbiamo sentito.
Perché ci sono luoghi che parlano a chi sa ascoltare.
E Santa Severina è uno di quei luoghi che restano dentro.
Come una fiaba vera.
Come una verità dolce che hai sognato da bambina.
🗝️ Portateci il cuore. Il resto lo fa la magia.

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