29/12/2025
Maremoto
Nella notte, prima che il sole sorgesse nel 28 dicembre del 1908, i contadini sopravvissuti al terremoto tra Catona e Pellaro, nel buio assoluto dello Stretto senza le luci di Messina, sotto la pioggia, si affollavano terrorizzati sulle marine in cerca di salvezza dall'apocalisse.
Proprio in quel momento, mentre il rumore delle fiumare in piena copriva le urla dei feriti sotto le macerie, si sollevarono dal mare tre onde gigantesche, che a Pellaro raggiunsero tredici metri di altezza, spazzando via le case di cui rimasero solo i pavimenti a testimonianza della presenza umana e tutti gli agrumeti carichi di arance, limoni e bergamotti pronti per essere raccolti.
Nelle campagne di Gallico e Catona il mare arrivò oltre i canneti, allagò i giardini, distrusse le case e si infranse sulla massicciata della ferrovia che servì da ultimo baluardo per la difesa delle vite di quei contadini.
Nel suo ritirarsi la marea risucchiò barche, cadaveri e feriti. Molte persone, uscite incolumi da crolli e incendi, affogarono trascinate al largo e migliaia di cadaveri rimasero in balia delle onde e dei pesci per settimane, prima che i soccorritori, intenti ad intervenire in città, dove il numero dei feriti e dei superstiti era maggiore, riuscissero a raggiungere i centri minori per raccogliere quel che rimaneva dei piccoli centri immersi nelle campagne e delle loro popolazioni.
Quella notte, i nostri avi, uomini e donne che arrivarono dal cuore dell'Aspromonte per coltivare i giardini lungo le marine, che avevano avvertito, da sempre, il mare come il pericolo assoluto, delle incursioni dei Mori e della paura dell'ignoto, furono travolti da qualcosa che nessun altro essere umano avrebbe mai più visto lungo lo Stretto di Messina.
I piccoli centri costieri come Catona, Gallico, Lazzaro e Pellaro sarebbero risorti con i giardini ricostituiti grazie alla sapiente tecnica delle "Chine" che con i detriti e la terra fertile trascinata dalle fiumare avrebbe assorbito le acque salmastre lasciate dal Maremoto. Con quartieri nuovi fatti i baraccamenti di legno, grazie all'intervento degli aiuti stranieri, prima, e successivamente con le palazzine volute dal fascismo.
I sopravvissuti dei nostri giardini, vissero come profughi, conservando per sempre memoria di quell'evento che, ancor più del terremoto e del numero impressionante di vittime, avrebbe segnato il racconto di quella notte e dei giorni funesti che seguirono, ai loro nipoti.
Ogni anno, il 28 di dicembre, ricordiamo le vittime del terremoto del 1908, su quell’evento che cancellò le due città dello Stretto tanto si è discusso, parlato e scritto e non a caso le migliori pubblicazioni sono quelle straniere. Forse perché per valutare quell’evento serve la giusta distanza. Noi invece non riusciamo a celebrare la rinascita di un popolo comune diviso da uno specchio di mare.
Noi non abbiamo mai voluto fare i conti con quello che avvenne dopo la catastrofe, non con le migliaia di morti, non con gli aiuti stranieri e con i sopravvissuti, non con le macerie e gli orfani, non con la ricostruzione infinita e le baracche di legno.
Non abbiamo voluto fare i conti con la società che riemerse dalle macerie dello Stretto dopo il 1909.
Società e popolo ancora diviso in classi sociali, con il destino in mano, ancora una volta, di chi era arrivato al potere grazie al Risorgimento voluto da una Monarchia borghese. Società e popolo divisi in tanti nemici con una classe dirigente impaurita dalla società di massa che bussava alle porte chiuse dei palazzi nuovi chiedendo il conto per gli anni della schiavitù e dello sfruttamento. Società e popolo sottoposte alle esigenze di uno Stato liberale e liberista.
Anni difficili in cui le città furono riedificate con grandi sforzi, Messina, super potenza commerciale del Mediterraneo e capitale economica della Sicilia, p***e la sua borghesia “straniera” e cosmopolita che faceva da traino per Reggio, tenendo l’economia dello Stretto legata ai mercati internazionali. Reggio senza la borghesia internazionale di Messina p***e capitali e la rete commerciale che ne aveva garantito la ricchezza per almeno un secolo. Messina e Reggio iniziavano quel processo di involuzione che le avrebbe portate ad essere due città chiuse con due popoli diversi, divise da un mare che sarebbe diventato frontiera.
Reggio, senza Messina, sarebbe tornata ad essere una città chiusa tra quattro mura assaltata dalle élite della provincia che premevano alle sue porte per conquistare, finalmente, un posto nel palazzo dell’amministrazione comunale.
Città chiusa che con le Ferrovie, le Poste, senza un porto commerciale, si condannava alla burocrazia. Città ferma, impantanata nelle mille inimicizie, terreno di conquista degli americani di ritorno e della rapace borghesia agrumaria in perenne affanno, alla famelica ricerca dei pagamenti in anticipo che l’avevano risparmiata dalla responsabilità imprenditoriale che i prodotti di pregio e finiti avevano, da sempre, imposto a chi aveva rischiato, scegliendo di vivere di Industria.
Una città da riedificare ed una comunità in macerie.
Esiste un quadro al Museo Regionale di Messina che per la sua storia potrebbe riassumere quello che siamo attualmente. Una tela di grandi dimensioni dipinto da Girolamo Alibrandi nel 1519. Il quadro venne distrutto dal terremoto del 1908 e ridotto in oltre trecento pezzi che solo grazie al capace e paziente lavoro dei restauratori venne rimesso insieme ed esposto nel Museo di Messina sorto grazie alle opere rinvenute tra le macerie della città.
Quando mi trovo davanti a quel quadro, spesso con il Museo vuoto, in silenzio, resto ad osservarne i vuoti, gli strappi, colmati con materiali diversi. Vuoti e brandelli di dipinto persi per sempre sotto le macerie di una città condannata alla rovina. Guardo il quadro, immagino le espressioni sui volti dei sopravvissuti, le loro voci disperate in cerca di aiuto.
Quel quadro, bellissimo, risorto grazie all’opera dell’uomo, assume, oggi, un valore simbolico unico nel suo genere, non più tela, ma simbolo della nostra riedificazione civile incompiuta.
Per tanto, troppo tempo, abbiamo cercato un nemico straniero, lontano da noi, alimentando la leggenda dello “scippo”, senza voler fare i conti con quello che siamo stati, senza voler guardare quello che siamo oggi.
Oggi, viviamo una catastrofe silente che arriva da lontano, che continuiamo ad alimentare, con la comunità dello Stretto divisa, con la democrazia ancora sepolta sotto le macerie del nostro presente.
Con la pretesa, forse, di ricevere, insieme alle nuove risorse del Recovery Fund, la civiltà infusa, come ricevemmo i soccorsi dagli stranieri appena dopo la catastrofe del 1908.
Vorrei ringraziare Nadia Terranova per aver scritto Trema la notte. Un romanzo che racconta gli eventi, la vita, le speranze dei sopravvissuti alla catastrofe del 1908. La speranza della libertà inaspettata, conquistata grazie al destino che aveva sepolto la vecchia società con tutti i suoi riti e i suoi vincoli di classe, sotto le macerie delle due città dello Stretto.
Mi auguro che questo romanzo e la mostra sulla ricostruzione post terremoto, dell’anno scorso, voluta dalla direttrice dell’Archivio di Stato di Messina, Angela Puleio, iniziative valide e di ampio respiro possano presto vedere coinvolte anche le istituzioni culturali della sponda Reggina, spesso assenti, e altre volte sorde al richiamo dell’impegno per la ricostruzione della memoria che lega indissolubilmente la storia delle due città dello Stretto.
Questo era quello che scrivevo e mi auguravo per il futuro nel dicembre del 2022.
E quest’anno le due Città Metropolitane dello Stretto hanno pensato bene di organizzare due mostre molto interessanti, forse molto belle, suggestive e coinvolgenti, ma due mostre divise, due mostre ognun per sé, come se ci fossero stati due terremoti e due maremoti differenti, mentre i nostri avi in quella notte di fine dicembre sperimentavano per la prima volta nel buio totale della sponda opposta, il terrore dell’assenza dell’altro, la paura definitiva di essere per la prima volta soli.
È inutile dire che ho sempre auspicato e desiderato che questo evento fosse motore non di commemorazione, non di riflessione e nostalgia, ma che fosse occasione per chiudere una volta per sempre con le false apparenze e le recriminazioni di piccolo cabotaggio, per guardarci in faccia una volta per tutte e costruire un futuro nuovo.
Mi sarebbe piaciuto vedere una mostra che tenesse unite le due sponde dello Stretto, soprattutto in questo momento, con visite guidate sui luoghi del Terremoto e del Maremoto, con biglietti dei dei mezzi gratuiti per tutti quelli che avessero voluto visitare i luoghi del disastro lungo le due sponde.
E invece, anche quest’anno mi toccherà la retorica trita e ritrita delle commemorazioni e delle false recriminazioni, del vittimismo e degli scippi in serie. Della nostra storia, della nostra magnificenza, della nostra intraprendenza, rimaste sepolte sotto le Macerie dell’Ira di Dio.
Dicembre 2023
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Vivere in un’altra città ha fatto sì che potessi guardare la Sicilia con il giusto distacco, nella lontananza è possibile una mediazione letteraria. La Sicilia è ricca di storie, di luoghi che forse hanno bisogno che la loro identità venga riconosciuta. Messina è tra questi. Perché ha una forte identità ma è stata spazzata via dal continuo ripetere che tutto è andato via col terremoto, che tutto è stato distrutto, che è una città che non ha più nulla. Invece qualcosa c’è, fosse anche “il terremoto”. Allora, proviamo a dirlo.
(Nadia Terranova)
Foto: effetti del maremoto sull'abitato di Gallico Marina in una cartolina commemorativa del 1909.
Tratto dal libro: Storie delle sette fiumare