16/12/2025
Quando si parla di combattimento medievale, prima o poi salta sempre fuori la stessa domanda: nel Medioevo tiravano pugni?
È una domanda legittima, ma spesso nasce da un’immagine molto moderna del corpo a corpo. Siamo abituati a pensare allo scontro a mani n**e come a una specie di boxe primitiva, fatta di scambi di colpi violenti, nocche contro volti, resistenza al dolore. Il problema è che questa immagine, per quanto intuitiva, non è quella che emerge dalle fonti storiche.
Se si aprono davvero i trattati medievali – quelli veri, Fiore dei Liberi, la tradizione tedesca del Ringen, Ott Jud, Paulus Kal, Talhoffer – si scopre subito una cosa: la lotta a mani n**e è ovunque, ma il pugno quasi non si vede. Il corpo a corpo medievale è costruito attorno a prese, sbilanciamenti, leve, proiezioni, controllo del collo e delle braccia. La mano serve per afferrare, ti**re, spingere, avvitare. Quando colpisce, lo fa spesso in modo “brutto” e funzionale: una spinta al volto, una pressione sul collo, un urto corto per rompere la postura. Non c’è l’idea di scambiarsi pugni finché uno dei due crolla.
Questa impostazione non è casuale. Nel Medioevo rompersi una mano non era un inconveniente: poteva significare non lavorare più, non combattere più, in certi casi non sopravvivere. Colpire a pugno chiuso un cranio, una mandibola o peggio ancora un elmo è una pessima idea se non hai guantoni, protezioni o un medico a disposizione. E infatti i maestri medievali sembrano saperlo molto bene: preferiscono insegnare come portare l’altro a terra, come controllarlo, come immobilizzarlo o condurlo come prigioniero.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: “Va bene i manuali, ma nella realtà cosa succedeva davvero?”
Ed è qui che entra in gioco l’archeologia.
Se nel Medioevo ci fosse stato un uso sistematico dei pugni, nei resti scheletrici dovremmo trovare molte fratture alle nocche, in particolare al quinto metacarpo, la classica frattura da pugno che ancora oggi si vede spesso nelle risse. Invece, studiando cimiteri medievali, contesti urbani e perfino fosse comuni di battaglia, il quadro che emerge è diverso. I traumi più frequenti sono alla testa, alle costole, alle braccia. Fratture da caduta, da colpi d’arma, da prese violente. Le fratture “da pugno” esistono, sì, ma non sono dominanti, non definiscono il quadro.
Questo non significa che nessuno abbia mai tirato un pugno nel Medioevo. Sarebbe assurdo pensarlo. Significa però che il pugno non era il cuore del sistema. Era un gesto possibile, occasionale, magari istintivo in una rissa o in un momento caotico, ma non ciò su cui si costruiva il combattimento. E questo combacia perfettamente con quello che vediamo nei trattati: niente pugilato, niente combinazioni, niente guardie da boxe. Solo controllo, equilibrio, misura e gestione del corpo dell’altro.
Alla fine, la risposta è meno spettacolare ma molto più interessante di quanto sembri. Nel Medioevo si poteva colpire anche a pugno, certo. Ma non si “combatteva a pugni”. Il corpo a corpo medievale non è una boxe arcaica: è un’arte di controllo. E se vogliamo ricostruirla in modo onesto, sia nella pratica che nella rievocazione, dobbiamo smettere di guardarla con occhi moderni e tornare a ragionare come ragionavano loro.