Ha tratto il suo nome dal film di Nanni Moretti incentrato su uno dei lutti più difficili da accettare: la perdita prematura di un figlio. Si chiama appunto “La Stanza del Figlio” questa associazione di volontariato nata a Pescara nel Dicembre del 2002 per assistere e sostenere il difficile percorso psicologico e umano di quanti hanno conosciuto il dolore di una perdita così sconvolgente. L’Associ
azione si propone di riempire un vuoto nella nostra comunità, offrendo ai genitori colpiti da lutti precoci, a prescindere dalla loro condizione socio economica e dal loro credo religioso, uno spazio in cui possano sentirsi accettati e compresi. La “Stanza del Figlio” è un luogo in cui ciascuno si impegna ad aiutare l’altro rafforzando la consapevolezza che non si è soli e superando il senso di non appartenenza e di isolamento sociale. Alle ragioni del sostegno psicologico l’Associazione ha deciso di affiancare un’azione incisiva per affermare i diritti delle famiglie colpite da lutti tanto gravi e modificare alcune disposizioni di legge del lavoro che finiscono per gravare ancor più su chi ha già tanto subito. A tal proposito ci stiamo adoperando affinché a questi genitori sia accordato un permesso di 10 giorni invece dei 3 attuali e sia concesso inoltre, a chi ne avverta il bisogno, di fare istanza di un periodo di aspettativa di mesi 6 in modo da sentirsi accolti da una società più umana, in grado di comprendere il dolore e saper porgere una mano solidale. CHI SIAMO
Presidente dell’Associazione è la Dottoressa Luciana Orsatti, Psicologa e Psicoterapeuta, approdata dopo 25 anni di insegnamento alla psicoterapia ad indirizzo psicodinamico, nella maturità di una scelta non facile. Il percorso intrapreso ci mostra infatti in tutte le sue tappe le asperità di un incontro costante con un’umanità dolente e disagiata. Dopo un tirocinio in una struttura ospedaliera, a contatto con giovani pazienti gravemente malati, la Dottoressa Orsatti avverte naturale il passaggio al sostegno delle famiglie colpite dalla perdita prematura degli affetti più forti in contesti sociali difficili dove alla sofferenza e al dolore si aggiunge il peso della difficoltà economica e della solitudine. E così il dramma di famiglie, di genitori costretti a confrontarsi con un lutto “spiazzante” perché avvertito come innaturale, diventa centrale nel suo interesse umano e terapeutico.L’esperienza clinica maturata, è infatti socio fondatore dell’Istituto Psicoanalitico Abruzzese, la pone da anni al servizio di attività di sostegno, assistenza e partecipazione in un universo di sofferenza che troppo spesso sfugge all’attenzione dei più. E proprio dal bisogno di socializzare quest’esperienza, di nutrirla con nuove energie, nasce la “Stanza del Figlio” che non è solo il luogo in cui un dolore si cristallizza ma anche uno spazio prezioso in cui il sapere, le capacità relazionali ed umane di ciascuno possono rompere la rigidità del dolore. La sua equipe è formata da psicologi, medici e soprattutto semplici cittadini che si sono imbattuti in questo tipo di lutto e hanno trovato la forza di farsi aiutare. Sono essi infatti che con la loro collaborazione e il loro coraggio ci hanno permesso di ascoltare i loro racconti, la loro testimonianza vissuta in prima persona e soprattutto di individuare gli strumenti che possono aiutare in una circostanza così dolorosa. I loro vissuti sono stati preziosi esempi di speranza e ci hanno aiutato a trovare le risposte ai molti dubbi e agli interrogativi che assalgono nei momenti di maggiore sofferenza. Soprattutto ci hanno fatto comprendere che la scomparsa di un figlio è un evento che spacca la vita in due e che dopo non si potrà mai più essere gli stessi. Col tempo, con l’aiuto e la collaborazione di altri che hanno vissuto la loro stessa esperienza e con la guida di un esperto che sappia contenere il loro dolore e fornire un valido sostegno emotivo e psicologico, si può riuscire a prendere coscienza che il fatto sia veramente accaduto e che niente e nessuno può far sì che si possa tornare indietro a cancellarla. Accettando di farsi aiutare invece si potrà giungere a tollerare l’avvenimento, a prenderne atto emotivamente e a intraprendere il cammino della “sopravvivenza” e scoprire che si può ancora vivere, amare, sorridere. PERCHE'
Il lutto è un’esperienza così spesso vissuta ma così poco trattata, studiata o discussa perché di fronte alla morte ogni uomo si ritrova con i suoi limiti e deve riconciliarsi con la propria fragilità. La morte di un figlio poi è qualcosa che la ragione semplicemente non può ammettere; è inaccettabile in quanto spezza la continuità della vita, spegne quella fiaccola che si è ricevuta dalle generazioni precedenti e che si è passata a lui nella speranza che a sua volta avrebbe potuto tenerla accesa per donarla ai suoi figli; la morte di un figlio è quanto di più innaturale e drammatico ci possa essere, è il progetto stesso della vita che viene colpito e messo in discussione.
“La morte dei giovani è un naufragio, quello dei vecchi è un approdare al porto” diceva Plutarco. E veder naufragare il proprio figlio senza riuscire a far nulla per salvarlo è il dolore più terribile e atroce in assoluto che si possa provare nella propria vita. Così la famiglia si isola, chiudendosi in se stessa perché nessuno sembra sapere come aiutarla: il suo dolore mette tutti a disagio e così i genitori imparano che se nascondono i loro veri sentimenti e stati d’animo saranno meglio accettati. Le maschere che indossano nelle relazioni sociali finiscono per diventare troppo pesanti e, quando nel loro privato vengono dismesse nessuno si riconosce nell’altro, estranei nella stessa casa, vietando accanitamente l’accesso a chiunque voglia entrare “fuori orario di recita” proteggendosi da un mondo esterno che è visto come minaccioso. Autobiasimo, senso di colpa e di fallimento, rabbia e risentimento spadroneggiano nelle loro stanze aggredendo ognuno in tempi e modi diversi, provocando reazioni di per sé incomprensibili ma, a ben vedere, riconducibili ad una ferita mortale. Conseguenza di un prolungato rifiuto della realtà perché troppo drammatica, le domande si ripetono martellanti e implacabili: li rincorrono ovunque e loro si sentono impotenti a sfuggirle e ancor peggio a dare una risposta:
“Che cosa abbiamo fatto per meritare tutto ciò?”
“Se solo avessi potuto aiutarlo”
“Se potessi tenerlo con me una sola volta ancora”
“Se solo potessi dire: “Ti voglio bene” ancora una volta”
“Scusami, scusami, scusami”. Molti genitori sentono il bisogno di tenere intatta la stanza del loro figlio: può sembrare loro che se mettono via le sue cose la morte diventa reale. Anche se spesso hanno l’opportunità di spostarsi altrove o di cambiare casa, essi non possono, per timore di perdere totalmente il figlio che, se dovesse “tornare a casa”, non troverebbe nessuno ad accoglierlo. L’improvvisa tragica morte di un figlio inquina seriamente la vita dei rimanenti membri della famiglia. Spesso le carriere vengono interrotte perché molti adulti sono incapaci di tornare al lavoro per un certo tempo o rendono poco quando lo fanno. I matrimoni vanno in crisi perché il coniuge può diventare l’oggetto di rabbiosi e impazienti scoppi di collera che nascono dall’angoscia e dalla frustrazione per la perdita subita. Alcuni abbandonano la Chiesa e altri luoghi di socializzazione e rifiutano di parlare dell’accaduto creando, in questo modo, tensione nei loro rapporti con gli altri. Ogni membro della famiglia soffre in solitudine e ciascuno si sente senza speranza. Riprendersi dalla perdita di un figlio richiede pazienza, duro lavoro e tempo. I ricordi non andranno mai via, né devono, ma l’intensità del dolore diminuirà e gli spasmi dell’angoscia si faranno sempre meno frequenti. COME
INSIEME PER RICOSTRUIRE LA VITA
La perdita di un figlio è la sfida esistenziale più difficile, quella per la quale non abbiamo un riferimento precedente nella nostra storia personale che ci aiuti a superarla da soli. In questi frangenti spesso i genitori ricorrono a tranquillanti per ridurre l’ansia, a sonniferi per riuscire a dormire, ad antidepressivi per affrontare i momenti più bui o all’aiuto di uno psicologo, uno psichiatra o un sacerdote che però riescono solo momentaneamente a placare l’angoscia. E’ emerso anche che i servizi sociali non sono in grado di rispondere e soddisfare la varietà complessiva dei bisogni umani legati ad esperienze luttuose. Per questo la nascita di gruppi di mutuo aiuto per persone in lutto è diventata una risorsa sociale importante per affrontare insieme ad altri il cammino della guarigione, rompendo le barriere della paura e della vergogna. Essi sono spesso definiti gruppi di auto aiuto per sottolineare il principio dell’aiutarsi non delegando ad altri il compito di farli star bene, ma noi riteniamo più appropriato definirli di mutuo aiuto in quanto il gruppo offre il contesto non solo per aiutare se stessi ma anche per aiutarsi reciprocamente. In questo senso l’Associazione, dopo una prima fase di ascolto individuale in cui nasce la rassicurazione del sentirsi accettati, promuove la formazione di piccoli gruppi di genitori che con cadenza settimanale e per la durata di circa 1 ora e mezza si riuniscono in un luogo accogliente e discreto dove, in tutta libertà ciascuno impara ad aprirsi ed esprimersi. Il gruppo è importante perché il superamento del dolore richiede un caloroso cerchio di affetto che avvolge chi soffre e allontana il gelo della morte. Il genitore viene invitato, se si sente di farlo in quel momento, a condividere la sua esperienza con il gruppo: l’obiettivo è quello di consentirgli di verbalizzare tutte le sue paure, tutta la sua rabbia e il senso di colpa, sentimenti questi che gli provocano dolore. Il gruppo in questo stadio mostra sostegno e un’accettazione incondizionata, esercitando un’azione di contenimento e soprattutto offrendo un ascolto attento e partecipativo. L’intento è di far rivivere, esplorare ed esaminare la realtà dolorosa affinché il genitore realizzi di fronte al gruppo la situazione nella quale si trova e prenda coscienza che non è più solo a sostenere se stesso e che non è solo a soffrire. Al genitore viene data l’opportunità di vedere se stesso riflesso negli altri genitori, che si comportano come degli specchi che lo aiutano a muoversi verso l’accettazione comprensiva e a superare dei sentimenti negativi, sostituendoli con altri più positivi e costruttivi. Il gruppo diventa il luogo in cui i partecipanti possono dar voce al proprio dolore, alle proprie paure e speranze, raccontando ognuno la propria storia. La possibilità di esprimere i propri sentimenti e la consapevolezza di sentirsi compresi costituiscono la base su cui costruire la fiducia. La presenza di altre persone che condividono la propria sofferenza instaura legami di solidarietà, dischiude spazi di speranza, migliora le abilità comunicative e interpersonali, favorisce un clima di positività e di reciproco sostegno che aiuta a reimmettersi nella vita e nella progettualità. Naturalmente non mancheranno le occasioni in cui possano essere invitati degli esperti per illustrare un tema particolare e nello stesso tempo verranno promosse iniziative che favoriscano momenti sociali e ricreativi. Ma il gruppo non è un rifugio permanente; è piuttosto un’ancora a cui ci si può aggrappare nei momenti di smarrimento. Non deve diventare l’unico luogo al mondo dove ci si sente sicuri. Lo scopo del gruppo è quello di aiutare i genitori a guarire le proprie ferite per abilitarli a riprendere il viaggio. L’obiettivo è far sì che il rapporto con gli altri promuova la fiducia personale, stimoli ad assumere delle iniziative ed aiuti a reimmergersi con realismo e coraggio nel mare della vita.