27/06/2026
+++LE CULLE PER LA VITA: una riflessione dal punto di vista di chi è nato da parto anonimo+++
Negli ultimi anni si sta diffondendo in Italia una crescente attenzione verso le cosiddette culle per la vita o culle termiche. Ogni volta che un neonato viene lasciato in una di queste strutture e salvato, l'opinione pubblica esprime comprensibilmente sollievo e gratitudine. L'immagine di un bambino sottratto alla morte suscita un'immediata risposta emotiva. È profondamente umano.
Proprio per questo, però, crediamo sia necessario allargare lo sguardo e provare a riflettere anche su ciò che accade dopo. Il nostro intento non è creare una polemica, è un altro: informare e invitare a considerare un aspetto del quale si parla pochissimo.
Chi scrive su questa pagina sono persone adottate, nate da parto anonimo. Da oltre vent'anni ci battiamo affinché anche in Italia venga pienamente riconosciuto ciò che gran parte dell'Europa considera un diritto fondamentale: il diritto della persona adottata a conoscere le proprie origini.
Molti ignorano che nel nostro Paese esiste già uno strumento previsto dalla legge: il parto anonimo in ospedale.
Ogni donna ha il diritto di essere assistita durante la gravidanza e il parto, gratuitamente, in condizioni di sicurezza, e ha anche il diritto di non riconoscere il figlio alla nascita. La sua identità viene tutelata e il bambino viene affidato alle istituzioni secondo un percorso regolato dalla legge.
Questa differenza è fondamentale.
Nel caso del parto anonimo, infatti, la scelta della madre rimane custodita dalle istituzioni. In origine la legge prevedeva un anonimato praticamente perpetuo, consentendo l'accesso alle informazioni solo dopo cento anni dalla nascita del figlio. Tuttavia, grazie alle battaglie di tante persone adottate, la giurisprudenza ha cambiato profondamente questo scenario.
Nel 2012 la Corte europea dei diritti dell'uomo, nel 2013 la Corte costituzionale e, successivamente, numerose sentenze della Corte di Cassazione hanno affermato un principio fondamentale: non è costituzionalmente legittimo che l'anonimato della madre sia irrevocabile per tutta la vita. Oggi il figlio, raggiunti i venticinque anni, può chiedere al tribunale che la madre venga interpellata in modo strettamente riservato per sapere se intenda confermare oppure revocare la scelta dell'anonimato.
Nessuno obbliga la madre a rivelare la propria identità. Ma le viene restituita la possibilità di decidere nuovamente, magari dopo decenni, quando la sua vita è cambiata.
Questa possibilità può rappresentare un'occasione preziosa per entrambi.
Per il figlio significa poter conoscere la propria storia, la propria provenienza geografica, le informazioni sanitarie e genetiche, sapere se esistono fratelli o sorelle e, soprattutto, dare finalmente un senso a una parte della propria identità rimasta sospesa.
Per la madre può significare poter compiere una scelta diversa in una fase della vita ormai lontana da quella drammatica che aveva determinato il parto anonimo.
Questo diritto riguarda oggi circa quattrocentomila cittadini italiani nati da parto anonimo o adottati.
Le culle termiche, invece, producono una situazione completamente diversa.
Quando un neonato viene lasciato in una culla per la vita, innanzitutto resta aperto un interrogativo importante: cosa è accaduto prima? La donna ha partorito da sola? Ha ricevuto assistenza? È stata informata delle alternative? Ha potuto accedere ai consultori o ai servizi sanitari?
Partorire clandestinamente espone madre e bambino a rischi gravissimi che potrebbero essere evitati.
Ma c'è un'altra conseguenza, meno visibile e quasi mai raccontata.
Se il bambino viene lasciato in una culla termica senza alcuna informazione, senza alcun riferimento, senza alcuna traccia della propria storia, quel vuoto rischia di diventare definitivo.
La differenza, quindi, non è soltanto tecnica.
È umana.
È giuridica.
È civile.
Nel parto anonimo esiste almeno la possibilità che, un giorno, quella storia possa essere ricostruita. Nella culla termica, quella possibilità scompare per sempre.
Chi osserva queste vicende dall'esterno vede soprattutto un neonato salvato. Noi vediamo anche l'adulto che quel neonato diventerà.
Perché quel bambino, crescendo, potrebbe desiderare di sapere da chi ha ereditato il colore degli occhi, alcuni tratti del carattere, eventuali predisposizioni genetiche, le proprie radici familiari e culturali. Potrebbe avere bisogno di ricostruire la propria identità, non per curiosità, ma perché conoscere le proprie origini rappresenta una componente essenziale della dignità della persona.
La nostra storia personale lo dimostra.
Grazie alla sentenza della Corte costituzionale del 2013 e al successivo orientamento della giurisprudenza, pur in assenza di una legge organica approvata dal Parlamento, tanti di noi hanno potuto chiudere il proprio cerchio. Abbiamo ritrovato la nostra storia e con essa quella pace interiore agognata per tutta la vita.
Se fossimo stati lasciati in una culla termica, tutto questo non sarebbe mai stato possibile.
Per questo crediamo che il dibattito pubblico soffra di una forma di visione parziale. L'emozione del salvataggio rischia di oscurare una domanda fondamentale: come possiamo evitare che una donna arrivi a partorire da sola?
La vera risposta non dovrebbe essere predisporre più culle termiche.
La vera risposta dovrebbe essere una grande campagna di informazione.
Ogni donna dovrebbe sapere che può rivolgersi ai consultori, ai servizi sociali e agli ospedali senza essere giudicata. Dovrebbe sapere che può partorire gratuitamente, in sicurezza, nella massima riservatezza. Dovrebbe sapere che ha il diritto di non riconoscere il proprio bambino e affidarlo allo Stato.
Questa informazione oggi è ancora troppo poco conosciuta.
Ed è proprio questa mancanza di conoscenza che rischia di trasformare una scelta estrema in una tragedia ancora più grande.
Il nostro Comitato non intende proporre una guerra contro le culle per la vita, ma vuole far capire di non considerarle la risposta migliore.
La risposta migliore è fare tutto ciò che è possibile perché nessuna donna sia costretta a partorire da sola e perché ogni bambino, oltre ad avere salva la vita, possa conservare almeno una speranza di conoscere, un giorno, la propria storia.
Una società che dice di difendere la vita dovrebbe preoccuparsi non solo del primo giorno di quella vita, ma anche di tutti quelli che verranno dopo.
Perché un neonato salvato oggi sarà un adulto domani. E quell'adulto avrà dei diritti.