12/10/2026
Ricostruire la catena delle responsabilità non è solo un dovere giudiziario, ma un atto di rispetto indispensabile per chi in quell'abisso ha perso la vita e per un intero comparto — quello della subacquea ricreativa e professionale — che ha un disperato bisogno di verità e rassicurazioni.
Le consulenze medico-legali depositate alla Procura di Busto Arsizio hanno spazzato via ogni ipotesi di avvelenamento, malori improvvisi o attacchi di animali marini: la causa della morte dei cinque sub italiani è stata l'anossia. L'aria nelle bombole si è esaurita a circa 60 metri di profondità.
Restano tuttavia zone d'ombra dense e sconcertanti che potrebbero essere chiarite, in gran parte, con una semplice conferenza stampa. Troppi sono infatti gli interrogativi ancora aperti sul piano organizzativo e umano:
1. Video e dati digitali: i mesi trascorsi sono più che sufficienti per rivelare cosa abbiano registrato le fotocamere GoPro e i computer subacquei.
2. Il ruolo dell'Università di Genova: qual è stata l'esatta natura della missione scientifica o della spedizione? Dall'Ateneo sono arrivati documenti e testimonianze agli inquirenti, ma verso l'esterno è prevalso un ostinato silenzio istituzionale.
3. Il sesto subacqueo: risulta la presenza di un sesto membro del gruppo. Chi era, a che titolo doveva partecipare e perché ha rinunciato all'immersione? E, soprattutto, ha presenziato al briefing pre-immersione?
4. A bordo del Duke of York — lo yacht da crociera gestito dal tour operator Albatros Top Boat — c'erano 21 ospiti, tutti italiani. Erano quindi perfettamente in grado di seguire le comunicazioni di bordo e comprendere le intenzioni del gruppo. A questo proposito, gli altri 16 passeggeri, rimasti esclusi da quella tragica immersione, a che titolo si trovavano in barca e di quali qualifiche disponevano?