FATTI NON FOSTE

FATTI NON FOSTE Associazione di promozione sociale nata con lo scopo di promuovere la cultura e lo scambio di competenze e conoscenze. Opera nella città di Montescaglioso

Scatti misteriosi I riti della Settimana Santa raccontati da mostra fotografica.Montescaglioso – Chiesa dell’Hospitale d...
25/03/2026

Scatti misteriosi
I riti della Settimana Santa raccontati da mostra fotografica.
Montescaglioso – Chiesa dell’Hospitale dell’Annunziata:
Inaugurazione Domenica 29 marzo 2026, ore 18:30.
Introduce Gaetano Armenio.
Mostra dal 30/03 – 07/04
10:00–12:00
18:00–20:00

Seconda edizione di “Scatti Misteriosi”Dal 29 marzo al 6 aprile, a Montescaglioso, torna l’appuntamento dedicato alla fo...
21/03/2026

Seconda edizione di “Scatti Misteriosi”
Dal 29 marzo al 6 aprile, a Montescaglioso, torna l’appuntamento dedicato alla fotografia dei suggestivi riti della Settimana Santa.
Un viaggio tra tradizione, emozione e spiritualità, dove ogni scatto racconta storie antiche e atmosfere uniche.
Info: www.fattinonfoste.it

Riscatto e morte di Gasparino il pentitodi Cristoforo MagistroIn altri tempi la conoscenza di vicende come queste era di...
21/08/2025

Riscatto e morte di Gasparino il pentito
di Cristoforo Magistro

In altri tempi la conoscenza di vicende come queste era diffusa dai cantastorie che battevano le piazze dei paesi con cartelloni nei quali ne illustravano i vari snodi, oppure, poco diffusi nel Mezzogiorno, da venditori di stampe e libretti. Oggi questo compito è affidato a internet che si rivolge all’universo mondo, vale a dire a tutti e a nessuno. Chi decideva di andare in piazza a sentire il cantastorie o, addirittura, tirava fuori qualche centesimo dal taschino per comprare il foglio volante o il libretto che decantava le gesta del famoso bandito faceva infatti una scelta e quindi, si presume, lo guardava e riguardava, lo leggeva o se lo faceva leggere.

Altri tempi, altre ere geologiche quasi. Oltre tutto, la scarsità delle informazioni circolanti rendeva prezioso qualunque prodotto.
Ciò detto, mi sarebbe piaciuto malgrado tutto che la storia del brigante Gasparino Motta fosse stata fatta circolare alla vecchia maniera fra la folla che in questi giorni ha riempito le strade di Monte. Se non altro per vedere come avrebbe reagito la gente.
Nato a Montescaglioso nel 1844, Gasparino Motta riceve la prima imputazione per omicidio ad appena 18 anni. Aggregatosi, in epoca imprecisata, alla banda del compaesano Rocco Chirichigno, detto Coppolone, che batteva le campagne fin dal febbraio 1861, lo segue fino a quando, entrato in dissidio con altri briganti, non uccide Domenico Blatti, anche lui montese. Lo racconterà lui stesso a un parente di questi dopo essersi, ai primi di febbraio del 1865, costituito al generale Pallavicini.

Intenzionato a ripulire il Materano dalle ultime bande che ancora lo infestano, il generale, che aveva già sperimentato con Giuseppe Caruso l’utilità dei pentiti, decide di usare Gasparino come guida nella caccia agli ex compagni – prima di tutto il capobanda Chirichigno- insieme all’ex capocomitiva Caporal Teodoro di Atella.
A tale scopo i due sono trasferiti a Montescaglioso, dove si è insediato il colonnello degli ussari Peyssard. L’operazione scatta il 25 febbraio e Gasparino conduce la truppa in una masseria in agro di Ginosa, ma la battuta si rivela infruttuosa e l’ufficiale crede di averne capito il motivo.
Lo comunica al generalissimo dal quale tre giorni dopo riceve il seguente ordine: «Tradurre il Motta al mio quartier generale in Melfi, facendolo scortare da pochi bersaglieri. Facilmente egli tenterà la fuga; buona occasione per ucciderlo».
Ed effettivamente la profezia sembra avverarsi: il ventiduenne Gasparino «venne ucciso mentre avendo tradito la truppa cercava fuggire». Saranno andate veramente così le cose? Quello che è cero è che non perdono tempo a seppellirlo e ciò che ne resta sarà ritrovato il primo marzo nei pressi di Gravina.
Senza nulla togliere all’infamia di aver programmato a freddo l’uccisione del giovane capraio, ciò che l’alto ufficiale scrive qualche giorno dopo, spiega senza reticenze il motivo di quell’esecuzione. La causa era da ricercare in ciò che era successo cinque giorni prima durante la battuta di perlustrazione avviata dagli ussari nella marina di Ginosa. Precisamente nei pressi del lago Danici, oggi scomparso, dove si trova la masseria Perrone, con l’obiettivo principale di stanare Rocco Chirichigno. La guida era Gasparino che ben conosceva i nascondigli della banda di cui aveva fatto parte fino a una ventina di giorni prima. Arrivati sul posto, racconta però il delegato di polizia di Ginosa, «si permise ingenuamente al brigante Motta che avesse preceduto la Truppa di pochi passi tanto da darvi il tempo che nel suo dialetto avesse potuto domandare ad un garzoncello se i briganti erano colà e avutane risposta affermativa, senza dare scandalo, condusse la truppa su di un covo a un kilometro dalla masseria, in un terreno sementabile, sul quale era nato dell’orzo e avevasi accesso al covo da un piccolo foro».
Là naturalmente non trovano nessuno e Peyssard sospetta l’inganno, arresta tre coloni della masseria e minaccia Motta. Pallavicini invece non si perderà in sospetti. Per lui Gasparino li ha traditi. Forse anche perché da Montescaglioso, in seguito alla presentazione avvenuta il giorno prima del brigante Nobile, gli è arrivata anche qualche informazione in tal senso.
Sappiamo da altra fonte che i viaggi senza ritorno come questo che mascheravano le esecuzioni sommarie erano piuttosto usuali. Li aveva denunciati, già tre anni prima, alla commissione d’inchiesta sul brigantaggio un proprietario terriero del Foggiano, Antonio Petrozzi.
Fra le varie altre cose di un certo interesse da lui dette c’era stata la proposta di un’amnistia generale così motivata: «Il Padre deve perdonare e non irritare i propri figli che, giunti all’eccesso, possono rendersi anche parricidi». Riguardo alle vere e proprie esecuzioni sommarie che si facevano durante i trasferimenti dei briganti aveva invece scritto: «… giungerli a fucilarli pare che sia molto troppo, o Signori![…] e fucilarli a tradimento e mentre erano in traduzione, senza di una condanna o di una Corte o di un Consiglio di Guerra, è cosa forte e vergognosa, e specialmente per noi Italiani!»
Evidentemente questa, insieme a tante altre, era una voce nel deserto visto che il generale Pallavicini, come si è prima visto, non si curava di nascondere prove scritte di quel suo modus operandi svincolato da ogni legge.

13/08/2025

Piombo, propaganda e Public History
di Cristoforo Magistro

Morte di Chirichigno

Ai giorni nostri il capitano dei bersaglieri Enrico Desperati avrebbe chiamato una troupe televisiva per solennizzare l’evento. Magari facendo riprendere in diretta il momento della cattura degli ultimi briganti che ancora agitavano i sonni degli abitanti di Montescaglioso. In particolare, di coloro che ne erano stati, in vario modo, complici.
Dovette invece limitarsi a scrivere al Comandante Generale delle Truppe Attive di Basilicata: «Ho l’onore di annunciare alla S.V.Ill. la presentazione di tre briganti di questo Comune avvenuta ieri 28 febbraio […] mercé la quale il paese può dirsi libero dal brigantaggio che lo affliggeva fino dai primi tempi della rivoluzione italiana».
I briganti che si consegnano sono i fratelli Antonio e Vito Leonardo Scocuzza e Francesco Schiavone, tutti di Montescaglioso.
Siamo nel 1865 nel paese di Rocco Chirichigno, alias Coppolone, e la costituzione degli ultimi uomini della banda segue di appena cinque giorni il ritrovamento del suo ca****re.
Per meglio comprendere la relazione fra la loro resa e il ritrovamento del ca****re di Chirichigno, bisogna esaminare le circostanze della sua uccisione. Cominciando con il dire che non risultano deposizioni di testimoni oculari e che, in generale, le fonti che ne parlano sono discordi. Di certo non c’è neppure la data di ritrovamento del ca****re, stimata fra i quattro e gli otto giorni dopo la morte, a una decina di chilometri dal luogo dello scontro dove era stato ferito. Secondo la documentazione, ciò sarebbe accaduto il 19 febbraio nello scontro con i bersaglieri del capitano Desperati in contrada Imperatore, presso Bernalda. Da lì fu poi portato dai suoi in agro di Ginosa dove morì.
Secondo un’altra ricostruzione, più dettagliata ma non documentata, il capobanda sarebbe stato tradito da un compare e ferito dagli uomini di Davide Mennuni, un valoroso cacciatore di taglie di Genzano di Lucania, nei pressi di Bernalda il 15 febbraio. Poi soccorso e trasferito dai suoi alla masseria Perrone, in agro di Ginosa, sarebbe morto nonostante l’assistenza di un medico due giorni dopo. Ricoperto da pelli di montone, fu seppellito dai compagni che misero perfino dei fiori sulla tomba. Un fatto inusuale in un ambiente di selvaggia violenza
La morte di questo capobanda, il meno sanguinario della Basilicata a detta di molti, fu denunciata al sindaco di Ginosa la sera del 23 febbraio da Francesco e Nunzio Bracciale, gli stessi che ne avevano fatto ritrovare la salma. Dissepolta, per un paio di giorni fu esposta nella piazza in quel comune dove aveva gravitato di più negli ultimi tempi.
In mancanza di più precise testimonianze, non rimane che farci qualche domanda sui punti oscuri della vicenda.
Chi aveva assistito al ferimento del trentatreenne capobanda e l’aveva poi assistito e sepolto? La risposta è scontata, ma non provata. Chi avrebbe potuto farlo se non i suoi uomini e i coloni della masseria Perrone?
E come si era arrivati a sapere di quella morte? Lo vedremo fra un po’. Per farlo dovremo seguire Gasparino Motta che per aver salva la vita si era consegnato e dichiarato disponibile a guidare le truppe nelle perlustrazioni per catturare Chirichigno e gli altri ex compagni. Forse riservandosi in cuor suo di ingannare quei “fessi di piemontesi”.
Arrivato infatti alla masseria Perrone, presso l’attuale Ginosa marina, resosi conto che in uno dei due covi là presenti c’erano ancora gli ex compagni, invece di dare l’allarme aveva portato gli ussari del colonnello Peyssard al secondo covo, distante qualche chilometro. L’ufficiale aveva però sospettato l’inganno e fatto arrestare la guida e i tre coloni della masseria. Ed era stato allora che, per placarlo, uno di questi aveva rivelato che Chirichigno era già morto e lo aveva portato dove era sotterrato.
Resa della sua banda
Nel rigidissimo e nevoso inverno di quell’anno le campagne si erano desertificate e gli ultimi e sempre più rari manutengoli non riuscivano più a rifornire i briganti. Che infatti negli ultimi mesi erano riusciti a stento a sfamarsi e ciò, insieme alla morte del capo e alle pressioni dei parenti affinché si consegnassero, li portano a prendere atto che quella drammatica avventura era finita. Così come, da tempo, era finita la concordia che regnava nella banda.
Quattro giorni dopo la morte di Chirichigno, infatti Vito Rocco Nobile, detto Pascione, fa sapere al capitano dei bersaglieri che presidia Montescaglioso di volersi costituire a condizione che fosse presente il medico Tommaso D’Alessio. L’ufficiale convoca subito il sanitario e insieme, sulla strada delle cantine poco distante dall’abitato, incontrano il brigante che, dopo aver implorato di avere salva la vita, consegna un fucile da caccia e una cartuccera. In dissidio con i compagni, Nobile racconta tutto ciò che da lui si vuol sapere. Avrà parlato anche del “tradimento” di Gasparino per salvarli durante la perlustrazione degli ussari? Di certo riferisce con ricchezza di particolari dove potrebbero stare gli ex compagni.
Dopo quelle rivelazioni è chiamato uno zio dei fratelli Scocuzza e minacciato di arresto se non convince i nipoti a costituirsi. Per essere più persuasivo, l’ufficiale parla dei vantaggi che ne avrebbero avuto. Gli fa anche presente che “se avessero insistito nella loro perfidia” sarebbe riuscito a “prenderli morti in pochi giorni avendo scoperto tutti i loro nidi e tane”. Il vecchio massaro tergiversa dicendo di non sapere dove cercarli e gli viene detto che, se non vuole morire in carcere, ha tre giorni di tempo per risolvere la questione. Messo alle strette, chiede allora di parlare con Nobile che gli dà vari indizi per trovarli.
Dopo poche ore, alle quattro pomeridiane, Ignazio Scocuzza per mezzo di un corriere fa sapere a Desperati che la missione è riuscita. I nipoti, con Francesco Schiavone e il capobanda di Spinazzola Giuseppe Bellettieri, stanno sulla Murgia, in contrada Macchia di Lupo. Per costituirsi, i quattro vogliono come garanti Giuseppe Casella e i medici D’Alessio e Contuzzi. Come mai proprio loro? Forse perché tutti e tre questi personaggi erano stati sospettati in passato di simpatie legittimiste ed erano stati in qualche modo legati a Coppolone e ai suoi? Che fosse quello un modo per far loro capire che se non li avessero assistiti e aiutati avrebbero parlato?
A ogni modo l la richiesta fu accettata e si concordò che i quattro ricercati si sarebbero fatti trovare alle 23 davanti alla cantina del marchese, a pochi metri da Porta Sant’Angelo.
All’ora convenuta, in tre consegnano le armi al capitano. Un’ora prima il capobanda Bellettieri aveva infatti cambiato idea e s’era allontanato temendo di essere fucilato sul posto. Malgrado l’ora e il gelo, una gran folla si raccoglie a Porta Sant’Angelo per assistere all’evento.
Come spesso fanno i vincitori il capitano Desperati piazza nella scena finale della vicenda un colpo di teatro. Questa: «Entrarono quindi in paese gridando Viva il Re Vittorio Emanuele, Viva l’Esercito Italiano a cui fecero eco le entusiastiche voci di una numerosa popolazione ivi raccolta per soddisfare la propria curiosità».
Conclusione
Era questo il bisogno più urgente dei tre in quella gelida notte di febbraio? Quella manifestazione faceva parte dell’accordo? Ne dubitiamo.
Sicuramente l’ufficiale aveva il senso della propaganda e aveva voluto creare un evento, seminare memorie patriottiche nella storia della comunità. Ciò indubbiamente rientrava fra i compiti meno crudeli affidati a un esercito percepito, ma così non era, come straniero.
Diremmo oggi che aveva voluto fare storia pubblica (Pubblic History) in forma incruenta e meno crudele dell’esposizione in piazza dei cadaveri, o delle teste mozzate, dei briganti uccisi.
Per completezza diremo che su ognuno dei quattro pentiti pendevano 71 imputazioni. Ridotta la pena di un grado per essersi presentati, saranno condannati a venti anni di lavori forzati Nobile e gli Scocuzza e a quindici lo Schiavone che si era dato alla campagna prima dei ventuno anni.
Moriranno tutti in carcere. Antonio Scocuzza a Portoferraio il 21 settembre del 1870 dove era detenuto anche il fratello Vito Leonardo. Altri tre fratelli erano caduti nel corso di quegli anni. La madre, uno zio, fidanzate e relative madri erano state varie volte imprigionate con l’accusa di complicità. Mamma Scocuzza dichiarerà: «Il dolore non mi ha permesso nemmeno di rendermi conto della morte dei miei figli».
All’origine di tutto un episodio di assoluta futilità. Il capitano della guardia nazionale di Montescaglioso, - quel notaio Francesco Contangelo cui abbiamo già accennato- perseguitava il maggiore dei fratelli Scocuzza, il già citato Vito Leonardo, poiché una volta gli avrebbe tirato un sasso. Altra causa di persecuzione nei suoi confronti era nel fatto che nel 1860, da militare, fosse sbandato come altre decine di migliaia in quei tempi confusi. Arrestato, era stato poi assolto e regolarmente congedato, e, tornato a casa, assunto come come guardiano di boschi dai marchesi Cattaneo. Ma il notaio Contangelo continuava a perseguitare sia lui che i fratelli, tanto che, dirà, «ci pose alla disperazione e non trovammo altra via che darci in campagna contro ogni nostra volontà».
Gli interrogatori agli ex briganti avrebbero potuto illuminare a giorno cause e circostanze che li avevano portati al malopasso, avrebbero soprattutto potuto dirci chi e perché li aveva sostenuti in quei lunghissimi mesi, ma non c’era la volontà politica di ascoltarli. Manipolati fino all’ultimo momento, il sottoprefetto di Matera attribuirà alle «pratiche fatte da molti proprietari» la loro presentazione e nello stesso tempo insisterà sul fatto che i briganti «furono negativi sul punto di far conoscere quali furono le persone che gli aiutarono durante il tempo che stettero in campagna e forse ciò per istigazione, minacce o promesse delle medesime».
Forse non c’era stato neppure bisogno di nulla di tutto ciò. Proprio a Montescaglioso, due anni prima, dei loro compagni avevano raccontato per filo e per segno la vicenda del sequestro e dell’uccisione del capo della Guardia Nazionale Contangelo, notaio e proprietario terriero, loro commissionata dal suo vice, Tommaso Memmoli, un medico, che -come poi accadrà- ne voleva prendere il posto. Non erano stati creduti proprio perché briganti e a niente era servito far notare che nessuno meglio di loro poteva sapere quelle cose.
Simili episodi potrebbero essere riproposti utilmente e, credo, con successo in occasione di rievocazioni storiche visto l’interesse che la questione brigantaggio continua a suscitare, ma si preferisce anche in questo campo riproporre un’immagine non problematica del fenomeno che fu invece assai complesso.

Nota: Questo brano era un approfondimento del saggio “1865-1877 Brigantaggio lucano, gli ultimi fuochi” pubblicato su "MATHERA", anno III n. 10, del 21 dicembre 2019.

05/08/2025

L’Andrea ritrovato

A mio avviso celebrare la paesanità ricordando Andrea è stata una buona cosa. I paesi sono stati e rimangono, credo, universi in attesa di chi sappia raccontarli. Quanti preziosi materiali, narrativi e antropologici, possano contenere lo aveva dimostrato, nel lontano 1969, Luigi Meneghello scrivendo del suo paese, Malo, nel romanzo intitolato appunto “Libera nos a Malo”. Un romanzo che mantiene la leggerezza e il divertimento evocati dal titolo. E che rende palese quanto sia inutile tentare di liberarsi dai legami con il luogo di nascita. In qualunque modo li si viva: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via» (C. Pavese).
L’incontro pubblico tenuto su questo tema in abbazia, nel cuore della montesità, credo che lo abbia confermato. L’importante è che simili iniziative siano anche l’occasione per ribadire che quei legami non diventino motivo di esclusione per i nati sotto altro cielo. Non so se questo fosse il caso del nostro Andrea il cui cognome, Fasano, rimandava alla Puglia e a Montescaglioso non era, che io sappia, portato da altre famiglie. Nella nota di Mauro Bubbico si dice che Andrea «nacque», fu battezzato, a vent’anni e nel bellissimo racconto grafico scritto, in base a sue indicazioni, da Giovanni Colaneri leggo che «nacque sfortunato» perché a sedici anni ebbe dal padrone una scudisciata così forte che «la sua vita cambiò per sempre». Non so se questo fatto, e quello del calcio d’asino di cui fu vittima qualche anno dopo, sia realmente accaduto. Poco importa in un contesto narrativo del genere, ma, se così, fosse bisognerebbe ricordare un altro “sfortunato” episodio che lo riguardò.
Ne parla un documento d’archivio -purtroppo non conservato integralmente- che consente di ricostruire in modo dettagliato l’accaduto. In ciò che mi è rimasto manca l’indicazione dell’anno, ma siamo inequivocabilmente in tempi di legge e ordine e a colpire Andrea fu appunto il braccio, o come si vedrà, il piede violento della legge. Impersonata, la legge, da una guardia municipale che gli sferrò un calcio al sedere che procurerà un’ecchimosi larga un palmo. Guaribile, a dire del medico condotto, in quattro giorni.
Non sappiamo se un tale referto fosse stato per favorire la guardia o per ignoranza poiché la scienza medica classifica come ematomi le contusioni più grandi di due centimetri. In ogni caso non è questa la sola anomalia che presenta l’episodio. La guardia, infatti, chiamata a rispondere del fatto a seguito delle proteste della madre di Andrea- il padre, Emanuele, non compare nella vicenda- dichiarerà di aver dato solo «uno schiaffo e una leggera spinta col piede al Fasano». Per «ammonirlo» a non offendere la pubblica decenza toccando il sedere ad alcune tredicenni. E non «si era trattato di percosse ma di un semplice atto dimostrativo», tanto che lo spazzino, «senza dolersi del male», aveva continuato a lavorare. Questa la versione, confermata poi dal portinaio dell’abbazia, data dalla guardia.
Avrà avuto il piede asinino questo uomo di legge?
Fatto sta che nei giorni a ve**re Andrea avrà febbre e convulsioni e il 29 giugno, una ventina di giorni dopo il fatto, sarà mandato in manicomio a Miano, presso Napoli.
Non sappiamo quanto tempo ci resterà. Dati i tempi, sarà fortunato a uscirne. Sicuramente grazie alla famiglia, la madre in primis, che non l’abbandoneranno alla sua sorte. Vi avrà contribuito oltre all’affetto e ai buoni sentimenti, il fatto che garantiva alla famiglia una, per quanto misera, entrata sicura.
Io lo ricordo sempre sorridente, spesso in coppia con Salvatore, che fermava i passanti per chiedere se fosse lui il più bravo spazzino di Monte. Più che una domanda, la sua era un’affermazione che faceva sorridere da un orecchio all’altro il collega che benevolmente approvava. Un omino buono dall’aria di cane bastonato che con il suo lavoro manteneva la numerosa famiglia della sorella che altrimenti sarebbe morta di fame. Anche lui è da ricordare. Oltretutto, queste figure svolgevano di fatto un’altra funzione. Rassicuravano con la loro -come chiamarla?- dabbenaggine, facendo sentire tutti gli altri accorti e intelligenti.
Un dubbio: Andrea aveva già problemi di salute mentale o ne avrà a causa di questo episodio?
Quanto al motivo che aveva provocato l’intervento “correttivo”, non sappiamo fino a che punto si era spinto nelle molestie. Non bisogna comunque dimenticare che si era in tempi in cui il corteggiamento consisteva spesso nell’importunare le ragazze, anche con atti di bullismo. Questo significava l’espressione “fare l’asino alle ragazze”. Rozzezza, stupidità, figlie, anche, dei tempi.
Qualche volta, e fuori tempo massimo, le perseguitate erano risarcite con versi come i seguenti:

Tanta fu la paura dei miei baci/nella casa improvvisamente buia,
che rimanesti tutto il temporale/trasalendo alle vampe degli scoppi
sulla soglia, coi piedi nella pioggia.
Ritornando ventenne nel ricordo/ti dedico i coralli di quei fulmini (C. Govoni, 1884-1965).

Saranno bastati?

Questa sera alle 20:30 nel chiostro dell’abbazia benedettina, ricorderemo in un modo davvero speciale Andre’ u’ spazzin ...
02/08/2025

Questa sera alle 20:30 nel chiostro dell’abbazia benedettina, ricorderemo in un modo davvero speciale Andre’ u’ spazzin e rileggeremo alcune pagine del nostro storico periodico locale “Belvedere” ideato e coordinato da Tonino Nobile che ha raccontato per anni le storie e le tradizioni del nostro paese.
Non mancate !! Vi aspettiamo !!!

Una serata di Montesità offerta dall'Associazione "Fatti non foste".2 agosto 2025 MontescagliosoAbbazia San Michele Arca...
30/07/2025

Una serata di Montesità offerta dall'Associazione "Fatti non foste".
2 agosto 2025 Montescaglioso
Abbazia San Michele Arcangelo

Inaugurazione della mostra fotografica "Scatti Misteriosi". Dal 29 luglio 2025 al primo piano dell'Abbazia di San Michel...
25/07/2025

Inaugurazione della mostra fotografica "Scatti Misteriosi". Dal 29 luglio 2025 al primo piano dell'Abbazia di San Michele Arcangelo di Montescaglioso.

Desideriamo esprimere la nostra più sincera gratitudine al Magnifico Rettore dell’Università degli Studi “L’Orientale” d...
12/07/2025

Desideriamo esprimere la nostra più sincera gratitudine al Magnifico Rettore dell’Università degli Studi “L’Orientale” di Napoli, agli illustri Relatori e a tutte le persone intervenute a questo evento dedicato a riscoprire il lascito scientifico ed umano del Prof. Francesco Paolo Contuzzi, Giurista Internazionalista.

Non è stato un convegno giuridico ma un modo per guardare il presente attraverso il passato e per riconsegnare alla cittadinanza il Prof. Francesco Paolo Contuzzi, patrimonio morale ed immateriale della città di Montescaglioso.
Grazie per aver dedicato il vostro tempo e la vostra attenzione a questo evento.

“ E’ l’Ideale il grande movente che infonde nell’Uomo la coscienza dei suoi nobili destini. La Scienza, l’Arte, la Patria, l’Umanità sono tante manifestazioni dell’Ideale, e sono tanti Ideali, che tengono in alto il livello morale dell’uomo e lo spingono alla virtù, al sacrificio, all’abnegazione. Ed in questo lavorìo lungo, serio, paziente, continuo dello spirito, si concretizza l’opera dell’incivilimento umano.”
(Francesco Paolo Contuzzi)

Stasera, ore 20:30. La cittadinanza è invitata a partecipare.“I grandi Uomini sono il patrimonio morale dei Popoli, ai q...
11/07/2025

Stasera, ore 20:30.
La cittadinanza è invitata a partecipare.

“I grandi Uomini sono il patrimonio morale dei Popoli, ai quali appartengono. Questo deve essere il movente delle celebrazioni in onore dei grandi Personaggi, che sollevarono e mantennero vivo l’Ideale dell’Arte, della Scienza, della Patria e dell’Umanità : ridestare cioè la memoria delle loro opere. Pensando a quei Personaggi, che senza speculare sul successo, spinti dai soli moti ardenti dell’animo affrontarono pericoli e sacrifizi per il benessere comune, i popoli si educano nel culto della virtù” (F. Paolo Contuzzi)

Invito alla cittadinanzaVenerdì 11 luglio alle ore 20:30, nella splendida cornice del chiostro dell’abbazia benedettina ...
06/07/2025

Invito alla cittadinanza

Venerdì 11 luglio alle ore 20:30, nella splendida cornice del chiostro dell’abbazia benedettina di San Michele Arcangelo, celebreremo il Prof. Francesco Paolo Contuzzi, Giurista Internazionalista.
Non sarà un convegno giuridico ma un modo per restituire a tutta la cittadinanza il prezioso contributo scientifico ed umano che questo insigne giurista ha lasciato all’umanità intera.

Celebrare gli uomini illustri nella loro città natale riveste un'importanza fondamentale poiché consente di onorare le loro origini, preservare la memoria storica e ispirare le nuove generazioni a emulare il loro esempio, rafforzando così il senso di identità, appartenenza e orgoglio civico.

28/06/2025

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Montescaglioso

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