07/06/2026
L'EMOZIONE NON SI APPRENDE IN UN CONVEGNO: SI VIVE NELLA RELAZIONE EDUCATIVA
Ogni volta che leggo titoli come "L'emozione di apprendere" mi domando se non stiamo assistendo a una progressiva spettacolarizzazione dell'educazione.
Le emozioni non sono una competenza da acquistare, non sono un prodotto formativo da distribuire in eventi mediatici, né un sapere che qualcuno può "insegnare" dal palco a centinaia di persone. Le emozioni sono una dimensione costitutiva dell'essere umano. Sono innate nella loro struttura biologica e si sviluppano attraverso l'interazione continua con l'ambiente, con le relazioni, con le esperienze di vita.
Un bambino non impara la gioia, la paura, la rabbia o la tristezza partecipando a un corso. Le vive. Le sperimenta. Le elabora all'interno di contesti educativi significativi.
La vera questione pedagogica non è insegnare le emozioni.
La vera questione è costruire ambienti umani, sociali e culturali che permettano ai bambini di vivere esperienze ricche di significato e di trasformarle in sentimenti, valori, responsabilità, cittadinanza.
La Costituzione italiana non parla di educazione emotiva. Parla di dignità della persona, uguaglianza, solidarietà, partecipazione democratica, pace, inclusione. Sono questi i grandi orizzonti educativi entro cui i sentimenti umani maturano e trovano significato.
Per questo guardo con crescente preoccupazione al proliferare di eventi, conferenze e format che trasformano l'educazione in spettacolo.
Il rischio è quello di sostituire il lavoro quotidiano di educatori, insegnanti, famiglie e comunità con la figura dell'esperto-star che sale sul palco, raccoglie applausi e propone soluzioni apparentemente semplici a problemi complessi.
Assistiamo sempre più spesso a un marketing dell'educazione che utilizza le stesse logiche della promozione commerciale: locandine accattivanti, testimonial, eventi emozionali, slogan ad effetto.
Ma l'educazione non è uno show.
L'apprendimento non nasce dalla suggestione collettiva di un pomeriggio in albergo.
Nasce nella quotidianità delle relazioni educative.
Nasce nella qualità delle scuole.
Nasce dalla presenza di educatori preparati.
Nasce dal tempo che gli adulti dedicano all'ascolto dei bambini.
Nasce da quartieri sicuri, biblioteche aperte, spazi di gioco, esperienze culturali, partecipazione sociale.
In altre parole nasce dal benessere pedagogico.
Quando una società investe più nella celebrazione degli esperti che nella costruzione concreta di ambienti educativi sani, corre il rischio di produrre una pericolosa illusione: far credere ai genitori che la crescita dei figli dipenda dall'ultima teoria di moda anziché dalla qualità delle relazioni che li circondano.
L'educazione non ha bisogno di guru.
Ha bisogno di comunità educanti.
Non servono corsi per imparare le emozioni.
Servono scuole, famiglie e territori capaci di coltivare ogni giorno rispetto, cooperazione, empatia, solidarietà e senso di responsabilità.
La pedagogia non può diventare una branca dello spettacolo.
Perché quando l'educazione si trasforma in marketing, il rischio è che il messaggio mediatico diventi più importante del bambino reale.
E allora il benessere pedagogico lascia il posto all'illusione pedagogica.
Alessandro Prisciandaro
Presidente Nazionale APEI – Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani
Cell. 329/7309309
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