06/08/2026
Possiamo avere idee diverse su come gestire l'immigrazione.
Ma non dovremmo mai perdere la capacità di provare compassione davanti alla morte di un ragazzo.
A Ceuta sono morti anche minorenni. Adolescenti. Ragazzi che avevano appena 13 o 14 anni.
Prima di essere migranti erano figli. Erano ragazzi in cerca di un futuro.
Da giorni si parla di invasioni, di frontiere, di Schengen, di geopolitica, di sicurezza. Sono temi importanti e legittimi. Ma oggi vorrei fermarmi un momento e guardare quei volti.
Continuo a farmi una domanda:
Che cosa può spingere un ragazzo di 14 o 15 anni ad affrontare il mare, sapendo che potrebbe morire?
Nessuno sceglie la morte. Se un adolescente arriva a rischiare tutto, significa che nella sua vita la speranza è diventata più fragile della paura.
Le leggi sono necessarie. Gli Stati hanno il diritto e il dovere di governare le frontiere. Ma hanno anche il dovere di proteggere chi è più vulnerabile.
Per questo esistono norme speciali per i minori stranieri non accompagnati. Per questo esistono i tutori volontari.
Non possiamo parlare di immigrazione dimenticando l'umanità delle persone.
Possiamo avere opinioni diverse sulle politiche migratorie. Ma davanti al corpo di un ragazzo di 14 o 15 anni restituito dal mare non dovrebbe esistere una destra o una sinistra, un favorevole o un contrario.
Dovrebbe esistere soltanto il silenzio. Il rispetto. E la volontà di capire perché un bambino abbia ritenuto che valesse la pena rischiare la vita pur di cercarne una migliore.
Perché se perdiamo anche la capacità di farci questa domanda, non stiamo perdendo una discussione politica.
Stiamo perdendo una parte della nostra umanità.