22/10/2025
La Casetta delle favole - family care io ho fatto 10 punti su 10! 😊
NON È IL PIATTO PIENO CHE NUTRE MA LA RELAZIONE
Domenica, come d’abitudine sto facendo da alcune settimane, ho proposto un quiz.
L’argomento era il pasto. Un tema già affrontato, ma mai abbastanza “saputo”!
Potete ancora fare il test qui ▶️ https://forms.gle/YJ4w2udMayuxxeYNA?fbclid=IwZnRzaANj7oFleHRuA2FlbQIxMQABHlXLuPwxWrnBasVzPFkWy6gwDTdXaSXShy4IVKyhl_G9Or59XtWedc1F86Fv_aem_fgF4WYptYZNn49bHgyFYlw
Le domande questa volta ruotavano attorno all’alimentazione responsiva e a quelle forme di violenza che spesso non riconosciamo come tali, ma che lasciano tracce profonde.
Molte di voi mi hanno scritto che le domande erano scontate. Eppure, le risposte non lo sono state. E, soprattutto nella pratica quotidiana, continuano a non esserlo.
Qualcuno mi ha raccontato episodi personali e prese di coscienza. E questo mi ha fatto davvero piacere.
Qualcuno mi ha raccontato cosa succede nel suo servizio ed è impensabile.
Accade ancora troppo spesso che i bambini e le bambine subiscano delle violenze durante il momento del pasto.
Nei gesti più piccoli e con modi apparentemente gentili.
Un cucchiaino forzato con dolcezza.
Un cucchiaino “dai, assaggia”.
Un cucchiaino per la mamma e uno per il papà.
Un cucchiaino che se non lo mangi la mamma è molto triste.
Un ultimo cucchiaino.
Un cucchiaino infilato anche se il bambino è la bambina piangono.
Anche se la testa è girata.
Anche se le labbra sono chiuse.
Sono azioni che tradiscono il corpo e la fiducia.
Forzare a mangiare è una violazione.
Una forma di abuso sottile, spesso invisibile.
Si maschera da premura, si traveste da buona educazione. Ma resta una forzatura.
Lo chiamiamo prendersi cura, ma è una cura che si fa violenza.
Spesso nasce da buone intenzioni, ma è figlia di una visione adultocentrica, dove il bisogno dell’adulto di controllo, di rassicurazione di un piatto vuoto, l’idea di dover “educare” prevale sui diritti, sui tempi, e sul corpo del bambino o della bambina.
Ma possiamo davvero parlare di educazione, se manca l’ascolto?
Possiamo chiamarla cura, se manca il consenso?
No.
Perché possiamo chiamarla educazione solo quando c’è relazione, ascolto, consenso.
Quando il bambino e la bambina piangono, si oppongono, girano la testa, trattiengono il pianto fino allo scoppio, quel gesto non è più cura. È sopraffazione.
Il rifiuto non è un “capriccio”. È un confine.
Quando un bambino o una bambina girano la testa, stringono le labbra, piangono davanti a un cucchiaio, non stanno facendo un dispetto. Stanno comunicando.
È linguaggio. È autodifesa.
Ignorarli significa non solo non vedere quel bambino e quella bambina, ma spezzare un legame di fiducia.
È questione etica.
Ed è anche una questione scientifica.
Cosa dice l’OMS sull’alimentazione responsiva?
L’Organizzazione Mondiale della Sanità è chiara:
Non si forza a mangiare.
Si rispettano i segnali di fame e di sazietà.
Il momento del pasto è relazione, non imposizione.
Il bambino è la bambina hanno diritto ad autonomia.
Il bambino e la bambina sanno autoregolarsi.
L’alimentazione responsiva è questo: un approccio che riconosce il bambino e la bambina come soggetti competenti, capaci di autoregolarsi.
L’adulto non è lì per controllare, ma per accompagnare con empatia.
Non è lì per imporre. Ma per sostenere.
Perché non è il piatto pieno che nutre. È la relazione.
“Devono assaggiare per sapere se gli piace.”
Una frase comune, che però mette al centro il bisogno di controllo dell’adulto, non il sentire del bambino.
Appoggiare il cucchiaino sporco sulle labbra pensando che sia una buona strategia per far assaggiare e’ violenza.
Lo faremmo a un adulto?
Gli prenderemmo il mento?
Gli passeremmo un cucchiaino sulle labbra per convincerlo a mangiare?
Lo incoraggeremmo con un sorriso forzato a deglutire “per il suo bene”?
No.
Allora perché pensiamo che sia legittimo farlo a chi ha meno strumenti per difendersi?
A tavola, i bambini e le bambine hanno diritto di sentirsi padroni del proprio corpo.
Perché il nutrire è anche gesto simbolico, affettivo, relazionale.
Elinor Goldschmied diceva che il cucchiaino si offre. Non si impone. È il bambino che accoglie, non l’adulto che spinge.
E se non accoglie, non va convinto.
Va rispettato.
Non ha bisogno di pressioni. Ha bisogno di sentirsi al sicuro.
Inoltre intorno all’anno di età, è normale che molti bambini e le bambine rifiutino cibi nuovi.
È un meccanismo di protezione. Un passaggio evolutivo. Non un problema da risolvere, ma un processo da accompagnare.
E accompagnare significa: pazienza, gradualità, fiducia. Mai forzatura.
Insistere con il “solo un boccone” non aiuta. Anzi, può compromettere la relazione col cibo, con il corpo e con l’adulto.
Nel suo libro “Il mio bambino non mi mangia”, il pediatra Carlos González ci ricorda quanto i bambini e le bambine siano in grado di autoregolarsi. Anche se mangiano poco. Anche se cambiano idea ogni giorno.
Il punto non è quanto mangiano, ma come si sentono nel farlo.
Non è solo la quantità che conta, è la qualità della relazione.
A scuola, al nido, il momento del pasto è centrale. È lì che si impara la fiducia, il rispetto, la relazione.
Ma è anche lì che riaffiorano, spesso in modo automatico, modelli educativi inconsapevoli, tramandati, mai messi in discussione.
Per questo è importante che le équipe educative si fermino a riflettere:
Che rapporto abbiamo col cibo?
Quali messaggi trasmettiamo?
La coordinatrice ci aiuta a osservarci?
Ci sono spazi per confrontarci, per crescere insieme?
Perché spesso il modo in cui accompagniamo i bambini e le bambine a tavola parla più di noi che di loro.
In conclusione forzare a mangiare è una violenza.
Anche quando è fatta per amore.
Anche quando sembra normale.
Anche quando l’abbiamo subita noi, e ci sembra che “abbia funzionato”.
Essere educatrici ed educatori non è un esercizio di potere.
È un percorso di fiducia.
E a tavola, forse più che altrove, vale una regola semplice e potente:
Il rispetto non si insegna. Si pratica.
Se sei un genitore o un prosessionosta dell’educazione e ti piacerebbe confrontarti o costruire un percorso di supervisione personale o di gruppo puoi scrivermi
Ilenia 349 588 5866