Melfi for Palestine

Melfi for Palestine Comitato locale per iniziative in favore della Palestina

20/05/2026
08/05/2026
📍Mercoledì 6 maggio ore 21Cineteatro 2 Torri, Potenza📢Questa sera la prima di The Sea in contemporanea in più di 130 sal...
06/05/2026

📍Mercoledì 6 maggio ore 21
Cineteatro 2 Torri, Potenza

📢Questa sera la prima di The Sea in contemporanea in più di 130 sale in tutta Italia.

Mentre l’attenzione mediatica sulla Palestina si affievolisce, il clima di censura cresce.

The Sea arriva in un momento in cui raccontare questa storia non è solo urgente, è necessario.

È un film che ha vinto 5 Premi Ophir e che il governo israeliano ha tentato di ostacolare.

Se qualcuno non vuole che lo vediate, forse dovreste proprio vederlo.

www.theseafilm.it

04/05/2026

4 Maggio 2026

A seguito di una visita appena conclusasi presso il centro di detenzione di Shikma da parte delle avvocate di Adalah, Hadeel Abu Saleh e Lubna Tuma, Adalah lancia l’allarme riguardo agli abusi psicologici e ai maltrattamenti subiti dagli attivisti della Global Sumud Flotilla Saif Abu Keshek e Thiago Àvila.

Entrambi gli attivisti sono giunti al sesto giorno di sciopero della fame (bevono solo acqua) per protestare contro il loro sequestro illegale da parte della marina israeliana in acque internazionali mentre erano impegnati in una missione umanitaria volta a sfidare l’illegale blocco su Gaza.

Thiago Ávila ha riferito di essere stato sottoposto a ripetuti interrogatori della durata massima di otto ore. Gli interrogatori lo hanno minacciato esplicitamente, affermando che sarebbe stato «ucciso» o avrebbe «trascorso 100 anni in carcere». Entrambi gli attivisti sono detenuti in isolamento totale. Le loro celle sono sottoposte a un’illuminazione costante ad alta intensità 24 ore su 24, una pratica nota dell’Israel Prison Service (IPS) specificamente studiata per indurre privazione del sonno e disorientamento sensoriale. Inoltre, Thiago ha riferito di essere detenuto a temperature estremamente basse. Vengono tenuti bendati in ogni momento ogni volta che vengono spostati fuori dalle loro celle, anche durante le visite mediche. Adalah sottolinea che bendare un paziente durante una visita medica costituisce una grave violazione degli standard etici medici.

Gran parte dell’interrogatorio si è concentrato sulla «Global Sumud Flotilla», una missione umanitaria pacifica, il che conferma che la detenzione costituisce un tentativo di criminalizzare gli aiuti umanitari e la solidarietà.

Gli avvocati di Adalah sono in attesa di sapere se domani verrà presentata una richiesta di proroga della detenzione.

Adalah continua a chiedere il loro rilascio immediato e incondizionato e la fine di questi procedimenti illegali.

Quello che è avvenuto stanotte è di una gravità inaudita.Le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla  attaccate sono sta...
30/04/2026

Quello che è avvenuto stanotte è di una gravità inaudita.

Le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla attaccate sono state, con ogni probabilità, abbandonate a sé stesse.

Si chiama operazione "abbandono pianificato" e consiste in un attacco che di fatto impedisce a chi lo subisce di muoversi o essere intercettato, per ricevere soccorso.

Le imbarcazioni coinvolte si trovano su una tratta in cui è previsto l'arrivo di una tempesta.
Si capisce bene il rischio enorme che corrono tutte e tutti.

Pretendere un intervento immediato da parte dei governi è un dovere di ogni cittadino.

Melfi for Palestine

25 APRILE ANTIFASCISTA E ANTISIONISTAore 10.30Carcere di Melfi (Via Lecce)La Resistenza che spezzò il giogo nazifascista...
22/04/2026

25 APRILE ANTIFASCISTA E ANTISIONISTA
ore 10.30
Carcere di Melfi (Via Lecce)

La Resistenza che spezzò il giogo nazifascista è la stessa che oggi viene criminalizzata quando prova a liberare la P4lestina dall’occupante si0n1sta!

Affinché la ricorrenza del 25 aprile venga sottratta ai tentativi di retorica passerella istituzionale, sabato saremo davanti al carcere di Melfi al fianco del Partigiano Palestinese Anan Yaeesh, oggi prigioniero dello stato italiano, per restituire valore alla parola RESISTENZA proprio dove la si sta processando.

📆 martedì 21 aprile ore 17:30🗣️Assemblea pubblica 📍Visioni Urbane (Rionero in Vulture - Via Fontana 61) ✊🏼 Per costruire...
19/04/2026

📆 martedì 21 aprile ore 17:30
🗣️Assemblea pubblica
📍Visioni Urbane
(Rionero in Vulture - Via Fontana 61)

✊🏼 Per costruire una mobilitazione contro la guerra, il genocidio in Palestina e il ruolo dell’Italia nella macchina bellica.

➡️ In vista di un 25 aprile davvero antifascista, che rompa con l’antifascismo di facciata fatto di rituali istituzionali e silenzi sulle nuove forme di occupazione, apartheid e repressione.

Si discuterà di guerra nel c.d. Medio Oriente, crisi energetica, pena di morte ai palestinesi, prigionieri politici come Anan Yaeesh detenuto a Melfi, cause legali contro Leonardo e governo italiano e campagne contro la finanza di guerra in Basilicata.

📢 Ingresso libero aperto a tutte e tutti.

ANTIFASCISMO È ANTIS1ONISMO!

Amico mio, sai cos’è il dolore?Piangi e nessuno ascolta le tue lacrime.Quando il corpo non sente piùle ferite ma il fred...
12/03/2026

Amico mio, sai cos’è il dolore?
Piangi e nessuno ascolta le tue lacrime.
Quando il corpo non sente più
le ferite ma il freddo sí,
senza il calore di un abbraccio.
Il dolore,
quando per tutti il tuo popolo
non è altro che un’immagine.
Il dolore.
Un coltello ti entra nella schiena
e qualcuno ride, il dolore che
non senti più
è parte di te
cresciuto con te.
È il dolore che nessun altro può sentire,
abita il cuore e ci resta per sempre.
E a chi ti chiede “come va?”
Tu sorridi e dici “sto bene”…
Solo allora senti il dolore.

Anan Yaeesh, febbraio 2026

🔎Anan Yaeesh è ancora detenuto ingiustamente nel carcere di Melfi con la condanna a cinque anni di reclusione per aver resistito ad un governo terr0rista e sanguin4rio, che si dice democratico.

Su il manifesto del 24 gennaioDi Alessandro Zenti Davanti ai cancelli di Melfi, l’inverno è arrivato in anticipo. Taglia...
24/01/2026

Su il manifesto del 24 gennaio
Di Alessandro Zenti

Davanti ai cancelli di Melfi, l’inverno è arrivato in anticipo. Taglia la pelle, questo freddo. Si infila nelle giacche, scheggia l’asfalto, rimbalza sulle lamiere degli stabilimenti con una luce accecante e ostile. Eppure, guarda bene. In quell’angolo di piazzale, dove prima passavano solo tir, è spuntato un villaggio. Una comunità in esilio che si rifiuta di svanire.

Sono lì da settimane. Settantatré giorni alcuni, cinquantadue altri. Hanno piantato tende, inchiodato assi di legno, recuperato tavoli da campo. Con le stesse mani che per anni saldavano, imbullonavano, davano forma alle lamiere di Jeep e 500X, ora stringono martelli e legacci. Hanno costruito il loro riparo con la precisione di chi ha sempre costruito qualcosa di solido. Di giorno è un presidio, di notte un dormitorio. La casa provvisoria di chi una casa, con le rate del mutuo, deve ancora pagarla.

La vita qui ha un ritmo strano, sospeso. La mattina ci si conta: chi ha passato la notte nella tenda, chi arriva all’alba dopo un turno di «cassa integrazione» – una parola che suona come uno scherzo crudele, te ne rendi conto? Poi il rito del caffè, sempre. La moka che borbotta sul fornello a gas, il vapore che appanna i teli di plastica. Qualcuno fuma in silenzio. Qualcun altro fissa il telefono, in attesa di una chiamata, di una notizia che non arriva. E in mezzo, quel pensiero fisso che ronza come un motore spento: E dopo? Nessuno ha ancora avuto il coraggio di dare una risposta vera.

Le foto che escono da lì sono in bianco e nero, quasi graffiate. Volti segnati, sguardi bassi ma non spenti. C’è una mano sulla spalla di un compagno, durante una discussione accesa. C’è un uomo seduto su una sedia di plastica, mentre un amico gli passa il rasoio a zero, trasformando il parcheggio in una barbieria all’aperto. Ci sono tavolate, piatti di pasta fumante, risate che scoppiano all’improvviso. Poi arriva la notte, e nelle tende l’unico calore è quello del respiro, dei sacchi a pelo, delle coperte pesanti mandate da casa. «Tutto ok, sto qui», scrivono. Una frase breve per tenere il mondo fuori a bada.

La storia, sai, non è piovuta dal cielo. Fino a ieri questi uomini fabbricavano scocche per Renegade e Tonale. Poi Stellantis ha deciso di «internalizzare». Una parola elegante che significa: le lavorazioni le teniamo noi, gli operai che le facevano no. Li lasci lì, come un pacchetto dimenticato sul nastro trasportatore. Nelle slide aziendali parlano di «ottimizzazione» e «ribilanciamento». Qui, nel vento di Melfi, parlano di mutui, di figli all’università, di una vita intera passata a inchiodare pezzi di futuro che adesso si sono sfilacciati. «Non siamo carne da macello», dicono. E se guardi le foto, non puoi dargli torto. Sono volti, non numeri. Sono storie, non esuberi.

Eppure, in questo microcosmo di legno e teloni, non trovi solo la disperazione. Trovi un’organizzazione ostinata, testarda. Si discute di tutto, tra un caffè e una sigaretta: degli incontri al Ministero, delle promesse di riconversione, dei fondi per le «aree di crisi». «La transizione ecologica non può essere solo un modo elegante per chiudere fabbriche», ti senti dire. Ed è difficile controbattere. Si sentono usati due volte: prima come braccia, ora come zavorra.
C’è una dignità feroce in ogni scatto. Le felpe con il logo dell’azienda, le giacche sporche d’olio, i cappelli di lana calati sulle orecchie. Quelle stesse mani ora alzano megafoni, legano corde, versano minestra in piatti di plastica. È come se ogni immagine sussurrasse: Non siamo una nota a piè di pagina. Siamo il testo principale.

Poi ci sono i riti, quelli piccoli, che tengono in piedi l’anima. Il caffè dell’alba, con il fiato che si vede. La pasta scolata in pentoloni enormi, come a una festa di paese dove però non c’è niente da festeggiare. Le partite a carte, le risate che tagliano la tensione. Sono dettagli, sembrano niente. Ma sono tutto. Sono l’ossatura di una resistenza. Senza quelle micro-cerimonie, la rabbia diventerebbe rassegnazione in un attimo.

Nelle assemblee, le voci si accavallano. Qualcuno parla piano, altri scattano. Si ricordano promesse, si chiede di allargare la lotta. Sotto quel tendone passa la radiografia di un intero paese: una filiera che si sbriciola, una politica che rincorre, un gruppo multinazionale che decide da lontano il destino di intere comunità.

Ma il presidio è anche un luogo dove accade l’inaspettato. Arrivano delegazioni, studenti, giornalisti. Alcuni per la foto di rito, altri si fermano, ascoltano davvero. Portano coperte, acqua, una parola. Non basta, lo sanno. «La solidarietà non riempie il frigo», ti dicono. Però è come una corda lanciata da una barca a chi è in acqua: sottile, forse, ma reale. Ti tiene a galla.

E infine, l’immagine che forse riassume tutto. Un cartello, fatto con quel che c’era: un vecchio giubbotto da lavoro appeso a un’asse, come un manichino spettrale. Sotto, una scritta su un lenzuolo: «Ci hanno lasciato in mutande». Fa sorridere, un secondo. Poi il gelo. Perché è la verità nuda: non sono stati spogliati solo di un lavoro, ma di un ruolo, di una prospettiva, della loro parte nel mondo.
Le bandiere sbattono nel vento come vele impazzite. I volti spesso sono coperti, per pudore, per prudenza. Ma le mani no. Le mani sono sempre in primo piano. Screpolate, segnate, in movimento. Versano, stringono, indicano, si intrecciano. Sono quelle mani il cuore di questa storia. Hanno costruito il profitto di altri per decenni. Ora chiedono solo di poter continuare a lavorare.

E gli sguardi, nelle foto? Te ne sei mai accorta? In queste lotte, raramente guardano in camera. Qui invece, spesso, ti fissano. Anche se il volto è mezzo coperto, gli occhi no. Ti cercano. Chiedono, senza parole, di essere visti. Davvero visti. Non come un «caso», non come una statistica da giornale locale. Ma come un presagio. Come quello che aspetta tutti noi, se permettiamo che una fabbrica sia solo una voce di bilancio.
Alla fine, resta una domanda. Una sola, semplice. Da che parte stai, tu, quando il prossimo cancello comincerà a chiudersi?

Scendiamo in piazza per manifestare contro i re del mondo, contro i crimini dei bulli al potere che restano impuniti. Co...
09/01/2026

Scendiamo in piazza per manifestare contro i re del mondo, contro i crimini dei bulli al potere che restano impuniti.

Contro il ritorno del far west, le detenzioni illegittime e le uccisioni a sangue freddo, contro ogni abuso di potere.

Contro i regimi dittatoriali, l’autoritarismo che sta tornando di moda e il colonialismo che agisce indisturbato.

Contro il servilismo e la complicità dei rappresentati delle nostre istituzioni. Contro la strategia della mistificazione con cui il governo italiano pensa di continuare a tenersi a galla.

Contro il fascismo, in ogni sua forma.

Per Gaza, per il Venezuela, per l’Iran, per il diritto dei popoli di autodeterminarsi.

Per la Basilicata e tutti i sud del mondo sfruttati, violati ed emarginati.

Scendiamo in piazza per noi.
Per proteggere la democrazia e la nostra umanità.

📍Sabato 10 Gennaio h:18
Potenza, piazza Matteotti
Arrivo in piazza Mario Pagano (Prefettura)

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