24/01/2026
Su il manifesto del 24 gennaio
Di Alessandro Zenti
Davanti ai cancelli di Melfi, l’inverno è arrivato in anticipo. Taglia la pelle, questo freddo. Si infila nelle giacche, scheggia l’asfalto, rimbalza sulle lamiere degli stabilimenti con una luce accecante e ostile. Eppure, guarda bene. In quell’angolo di piazzale, dove prima passavano solo tir, è spuntato un villaggio. Una comunità in esilio che si rifiuta di svanire.
Sono lì da settimane. Settantatré giorni alcuni, cinquantadue altri. Hanno piantato tende, inchiodato assi di legno, recuperato tavoli da campo. Con le stesse mani che per anni saldavano, imbullonavano, davano forma alle lamiere di Jeep e 500X, ora stringono martelli e legacci. Hanno costruito il loro riparo con la precisione di chi ha sempre costruito qualcosa di solido. Di giorno è un presidio, di notte un dormitorio. La casa provvisoria di chi una casa, con le rate del mutuo, deve ancora pagarla.
La vita qui ha un ritmo strano, sospeso. La mattina ci si conta: chi ha passato la notte nella tenda, chi arriva all’alba dopo un turno di «cassa integrazione» – una parola che suona come uno scherzo crudele, te ne rendi conto? Poi il rito del caffè, sempre. La moka che borbotta sul fornello a gas, il vapore che appanna i teli di plastica. Qualcuno fuma in silenzio. Qualcun altro fissa il telefono, in attesa di una chiamata, di una notizia che non arriva. E in mezzo, quel pensiero fisso che ronza come un motore spento: E dopo? Nessuno ha ancora avuto il coraggio di dare una risposta vera.
Le foto che escono da lì sono in bianco e nero, quasi graffiate. Volti segnati, sguardi bassi ma non spenti. C’è una mano sulla spalla di un compagno, durante una discussione accesa. C’è un uomo seduto su una sedia di plastica, mentre un amico gli passa il rasoio a zero, trasformando il parcheggio in una barbieria all’aperto. Ci sono tavolate, piatti di pasta fumante, risate che scoppiano all’improvviso. Poi arriva la notte, e nelle tende l’unico calore è quello del respiro, dei sacchi a pelo, delle coperte pesanti mandate da casa. «Tutto ok, sto qui», scrivono. Una frase breve per tenere il mondo fuori a bada.
La storia, sai, non è piovuta dal cielo. Fino a ieri questi uomini fabbricavano scocche per Renegade e Tonale. Poi Stellantis ha deciso di «internalizzare». Una parola elegante che significa: le lavorazioni le teniamo noi, gli operai che le facevano no. Li lasci lì, come un pacchetto dimenticato sul nastro trasportatore. Nelle slide aziendali parlano di «ottimizzazione» e «ribilanciamento». Qui, nel vento di Melfi, parlano di mutui, di figli all’università, di una vita intera passata a inchiodare pezzi di futuro che adesso si sono sfilacciati. «Non siamo carne da macello», dicono. E se guardi le foto, non puoi dargli torto. Sono volti, non numeri. Sono storie, non esuberi.
Eppure, in questo microcosmo di legno e teloni, non trovi solo la disperazione. Trovi un’organizzazione ostinata, testarda. Si discute di tutto, tra un caffè e una sigaretta: degli incontri al Ministero, delle promesse di riconversione, dei fondi per le «aree di crisi». «La transizione ecologica non può essere solo un modo elegante per chiudere fabbriche», ti senti dire. Ed è difficile controbattere. Si sentono usati due volte: prima come braccia, ora come zavorra.
C’è una dignità feroce in ogni scatto. Le felpe con il logo dell’azienda, le giacche sporche d’olio, i cappelli di lana calati sulle orecchie. Quelle stesse mani ora alzano megafoni, legano corde, versano minestra in piatti di plastica. È come se ogni immagine sussurrasse: Non siamo una nota a piè di pagina. Siamo il testo principale.
Poi ci sono i riti, quelli piccoli, che tengono in piedi l’anima. Il caffè dell’alba, con il fiato che si vede. La pasta scolata in pentoloni enormi, come a una festa di paese dove però non c’è niente da festeggiare. Le partite a carte, le risate che tagliano la tensione. Sono dettagli, sembrano niente. Ma sono tutto. Sono l’ossatura di una resistenza. Senza quelle micro-cerimonie, la rabbia diventerebbe rassegnazione in un attimo.
Nelle assemblee, le voci si accavallano. Qualcuno parla piano, altri scattano. Si ricordano promesse, si chiede di allargare la lotta. Sotto quel tendone passa la radiografia di un intero paese: una filiera che si sbriciola, una politica che rincorre, un gruppo multinazionale che decide da lontano il destino di intere comunità.
Ma il presidio è anche un luogo dove accade l’inaspettato. Arrivano delegazioni, studenti, giornalisti. Alcuni per la foto di rito, altri si fermano, ascoltano davvero. Portano coperte, acqua, una parola. Non basta, lo sanno. «La solidarietà non riempie il frigo», ti dicono. Però è come una corda lanciata da una barca a chi è in acqua: sottile, forse, ma reale. Ti tiene a galla.
E infine, l’immagine che forse riassume tutto. Un cartello, fatto con quel che c’era: un vecchio giubbotto da lavoro appeso a un’asse, come un manichino spettrale. Sotto, una scritta su un lenzuolo: «Ci hanno lasciato in mutande». Fa sorridere, un secondo. Poi il gelo. Perché è la verità nuda: non sono stati spogliati solo di un lavoro, ma di un ruolo, di una prospettiva, della loro parte nel mondo.
Le bandiere sbattono nel vento come vele impazzite. I volti spesso sono coperti, per pudore, per prudenza. Ma le mani no. Le mani sono sempre in primo piano. Screpolate, segnate, in movimento. Versano, stringono, indicano, si intrecciano. Sono quelle mani il cuore di questa storia. Hanno costruito il profitto di altri per decenni. Ora chiedono solo di poter continuare a lavorare.
E gli sguardi, nelle foto? Te ne sei mai accorta? In queste lotte, raramente guardano in camera. Qui invece, spesso, ti fissano. Anche se il volto è mezzo coperto, gli occhi no. Ti cercano. Chiedono, senza parole, di essere visti. Davvero visti. Non come un «caso», non come una statistica da giornale locale. Ma come un presagio. Come quello che aspetta tutti noi, se permettiamo che una fabbrica sia solo una voce di bilancio.
Alla fine, resta una domanda. Una sola, semplice. Da che parte stai, tu, quando il prossimo cancello comincerà a chiudersi?