01/09/2026
Quello che è successo ieri a Roma è qualcosa che lascia senza parole.
Una famiglia con una disabilità non può essere lasciata sola.
Non esistono ferie.
Non esistono domeniche.
Non esistono feste.
Non esistono pause.
La disabilità viene vissuta ogni singolo giorno.
E poi ci affibbiano tanti nomignoli.
Caregiver.
Sibling.
Parole moderne, parole che fanno tanto rumore, parole che ormai conosciamo tutti.
Ma io mi chiedo: quanta importanza diamo davvero a queste parole?
Perché dietro la parola caregiver c’è una madre che non dorme, un padre che rinuncia, una persona che non può permettersi di ammalarsi, di stancarsi, di dire semplicemente: “Oggi non ce la faccio.”
E dietro la parola sibling c’è un fratello o una sorella che cresce imparando troppo presto a comprendere, ad aspettare, a mettere da parte qualcosa di sé.
Le parole non bastano.
Non basta chiamarci caregiver se poi ci lasciate soli a combattere.
Non basta parlare di sibling se poi quei fratelli vengono dimenticati.
Non basta dare un nome a una condizione se non si costruisce intorno a quella famiglia una rete che la sostenga davvero.
Perché la disabilità non viene vissuta tutti i giorni da chi la guarda da fuori. Viene vissuta tutti i giorni da chi la porta dentro casa.
E allora smettiamola di ricordarcene soltanto quando succede una tragedia.
Ognuno ha la propria vita, certo.
Ma una famiglia non dovrebbe essere costretta a combattere completamente sola.
E oggi, davanti a quello che è successo a Roma, la domanda che dovremmo farci non è soltanto “come è potuto accadere?”
La domanda è:
“Quante famiglie, proprio in questo momento, stanno chiedendo aiuto in silenzio e noi non le stiamo ascoltando?”
Perché dietro ogni parola — caregiver, sibling, disabilità — ci sono persone. Ci sono famiglie. Ci sono vite.
E quelle vite meritano molto più di un nome.
Meritano presenza. Meritano sostegno. Meritano di non essere lasciate sole.
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