20/07/2025
Ci è stata chiesta una relazione dalla VII commissione parlamentare Istruzione e Cultura della Camera, sulle criticità nei rapporti fra docenti, dirigenti e genitori.
Abbiamo finora messo insieme queste osservazioni. Cosa ne pensate? Avete altri spunti per aiutarci a delineare un quadro più completo?
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1. L’abuso dell'autorità attraverso l’ambiguità normativa
Una delle pratiche più frequenti è l’imposizione di attività formalmente facoltative quali uscite didattiche, corsi di formazione, progetti extracurricolari o incarichi aggiuntivi, come se fossero obbligatorie. La pressione non avviene con strumenti formali ma attraverso messaggi impliciti, circolari ambigue, o richiami orali che generano nei docenti l’illusione di un obbligo inesistente.
Esempi ricorrenti:
Gite scolastiche presentate come “dovere morale” del docente, pena l’isolamento dal collegio o il biasimo del dirigente.
Permessi retribuiti per motivi personali o familiari, ostacolati con richieste arbitrarie (es. “trovarsi il sostituto”) in palese contrasto con quanto stabilito dal contratto.
Partecipazione a progetti (PON, PTOF, orientamento) e accettazione di incarichi di coordinamento, funzione strumentale o tutoraggio docenti neoassunti spacciate per “doveri professionali” o atti di “collaborazione imprescindibile”, quando invece rientrano nella disponibilità volontaria del docente.
Questa dinamica si fonda su un presupposto gravissimo: l’ignoranza normativa della classe docente viene sfruttata anziché corretta. Il diritto viene sostituito dalla consuetudine, l’autonomia dalla pressione sociale, e l’iniziativa libera diventa obbedienza silenziosa.
2. Il clima di intimidazione e ricatto implicito
Un numero crescente di insegnanti riferisce di subire, o temere, forme di ritorsione da parte della dirigenza, con conseguenze gravi sulla libertà didattica, sulla partecipazione collegiale e sulla dignità professionale.
In concreto:
La paura che il dirigente possa modificare l’orario o togliere classi viene usata come leva psicologica per ottenere obbedienza passiva.
Un semplice rimprovero pubblico o la convocazione “a rapporto” può risultare fortemente umiliante, specie se privo di formalità o rispetto.
Il tono autoritario, sarcastico o intimidatorio di certi dirigenti, spesso giustificato da loro stessi con formule paternalistiche come “mi dispiace trattarla così, ma se lo merita”, crea un clima simile a quello di un’azienda autoritaria più che a un’istituzione educativa.
Anche comportamenti apparentemente lievi, come l’alzare la voce, vietare di sorridere, minacciare di verbalizzare o chiamare i carabinieri, hanno un effetto distruttivo sulla relazione fiduciaria e sulla professionalità docente.
3. Il nuovo patto scuola-famiglia: l'insegnante contro tutti
Un ulteriore elemento critico riguarda il mutamento della dinamica fra scuola e famiglie. È sempre più frequente il caso di genitori che, insoddisfatti di un voto o di un comportamento del docente, si rivolgono direttamente al dirigente scolastico, ottenendo convocazioni immediate, richiami informali o vere e proprie umiliazioni pubbliche dell’insegnante.
In questa dinamica:
Il genitore viene trattato come un cliente pagante, da accontentare in ogni caso per evitare “problemi”.
Il docente viene esposto, isolato, o persino accusato, senza un vero contraddittorio o verifica dei fatti.
L’alleanza educativa tra scuola e famiglia — un tempo considerata la base della crescita dell’alunno — viene distrutta da una logica aziendalista, dove l’utente ha sempre ragione e il lavoratore non ha mai voce.
Denunciare questo meccanismo è sempre più difficile, anche per la mancanza di protezioni sindacali reali e per la pressione crescente all’allineamento. Il docente, un tempo figura centrale della comunità educante, oggi si ritrova solo contro tutti: dirigenza, famiglie, alunni, e spesso anche colleghi omologati.
4. Proposte
Chiarezza normativa e formazione obbligatoria per DS e docenti sui reali diritti e doveri delle parti, con linguaggio accessibile e casistica concreta.
Istituzione di un organismo indipendente di vigilanza e tutela del docente, analogo agli ordini professionali, con potere consultivo e ispettivo sulle relazioni interne alla scuola.
Valutazione sistematica del clima scolastico, anonima ma obbligatoria, per evidenziare eventuali abusi o squilibri relazionali.
Tutela del dissenso interno, promuovendo la libertà di espressione e l’autonomia professionale, nel rispetto dei limiti istituzionali.
Ripristino del ruolo centrale del docente nella relazione educativa, attraverso una revisione del patto scuola-famiglia che ponga limiti chiari all’interferenza gestionale dei genitori.
Una scuola sana non si costruisce sulla paura, ma sulla corresponsabilità. E una dirigenza scolastica autorevole non ha bisogno di alzare la voce o manipolare le norme: la sua forza dovrebbe risiedere nella competenza e nella fiducia, non nella minaccia e nell’arbitrio. La scuola non può diventare l’ennesimo luogo in cui chi ha meno potere si piega a chi ha più voce.
È tempo che la Repubblica torni a essere una comunità educativa, non una catena di comando.