16/06/2026
La premier Meloni attacca PLPL, fiera della piccola e media editoria che nell'ultima edizione ha ospitato tra i propri stand una casa editrice neofascista, e che da quest'anno nella modulistica per gli espositori, con rimando al proprio regolamento, chiede una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione.
Non stupisce che questa levata di scudi arrivi a pochi giorni dai cortei contro la remigrazione, che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di persone.
Alla capacità di mobilitazione, la risposta è un maldestro tentativo di spostare tutto sul piano culturale, nella speranza che la parte di tessuto industriale che delle guerre culturali ha fatto il proprio core business abbocchi all'amo.
Vale la pena ripetere che, se censura c'è, è quella di chi commenta questo fenomeno dalle poltrone della maggioranza di Governo, che tra interrogazioni parlamentari sempre più frequenti (pensiamo a quella avviata proprio a seguito dei fatti dell'ultima fiera) e l'appoggio del consueto tono minaccioso del neofascismo militante sperimenta inedite strategie di intimidazione.
Noi coltiviamo la speranza che chi, nella filiera editoriale e nel comparto culturale tutto, si riconosce nella storia e nei valori dell'antifascismo, si faccia cogliere meno impreparato del dicembre scorso e si organizzi per tempo per fermare un'avanza altrimenti inarrestabile. L'egemonia culturale non è un dato di natura.
Il fascismo però non si combatte con la modulistica e i formulari. E PLPL non è uno spazio neutro o pacificato da difendere contro la marea nera che avanza, bensì una struttura complessa che esiste e funziona solo grazie al lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori: dagli standisti agli editor e agenti, dai redattori agli addetti alle pulizie, dai traduttori, illustratori, scrittori e fumettisti agli operatori della logistica. Rarissimamente queste figure lavorano con retribuzioni e contratti dignitosi.
Strade ed SLC frequentano questa e altre fiere come presidio non solo contro il fascismo, ma anche per i diritti e la dignità del lavoro. Perché senza lotta per il lavoro non c'è antifascismo.