25/09/2026
CAI Appiano: Escursione “Sentiero glaciologico della Val Martello” 19/09/2026
La temperatura decisamente frizzante, sei gradi appena, all’ultimo parcheggio della valle, dove la strada asfaltata lascia il posto al sentiero sterrato, ci spinge ad affrettare il passo, che rallenta, però, non appena affrontiamo la salita che ci porta al rifugio Corsi a quota 2266 m. Proprio nel pianoro circostante, vicino ai ruderi del comando militare austriaco, si erge una piccola ca****la che ora, fortunatamente, accoglie i turisti anziché compiangere i soldati caduti in guerra.
La giornata è serena. Solo l’atmosfera tersa di settembre, con il suo netto contrasto di luce e ombra, sollecita i nostri occhi a puntare lontano, a cercare nelle pareti, nei contrafforti e sulle maestose cime che coronano la valle i particolari che possono sfuggire a uno sguardo fugace. Saliamo ora verso la diga costruita alla fine del XIX secolo: una muraglia a protezione della valle sottostante dalle tracimazioni del lago glaciale che il ghiacciaio del Cevedale aveva alimentato nel corso della “piccola glaciazione”.
Passati sull’altro versante della valle, il sentiero si fa più erto e impegnativo, ma lo spettacolo è ancora più gratificante. Riconosciamo, dalla sua forma inconfondibile, il Gran Zebrù alla nostra destra mentre siamo impegnati ad attraversare un torrente che ha divelto il ponte ed allargato il suo argine. Il ghiacciaio, che un tempo arrivava a un centinaio di metri dal rifugio Martello, ha ritirato la sua fronte molto oltre il deposito morenico che è rimasto a testimonianza della sua passata presenza. Cerchiamo con gli occhi la lingua glaciale della Vedretta della Forcola, ma rimane troppo lontana, nascosta dagli accumuli pietrosi.
L’amico Bruno ci accoglie sorridente nel suo ospitale rifugio, dove pranziamo prima di riprendere la nostra escursione e scendere nuovamente verso la diga, questa volta percorrendo il sentiero che si dirige nel fondovalle glaciale fino a ricongiungersi a essa. Per completare il nostro itinerario entriamo ora nella gola del Rio Plima, la valle fluviale creata dall’erosione incessante del torrente scaturito dal ghiacciaio che solca impetuoso i fianchi delle rocce per raggiungere Laces gettandosi nell’Adige.
Giungiamo al parcheggio con gli occhi ancora pieni di luce, su questo itinerario che ha formato una sorta di 8 e che, sdraiato, è anche il simbolo dell’infinito, come infinito e incessante è lo scorrere di quest’acqua che ghiaccia, si scioglie, scorre, evapora nel suo ciclo continuo non senza avere la consapevolezza della sua immane forza e, al contempo, della fragilità di un equilibrio che dobbiamo conservare a tutti i costi.
Alessandra